Aprile 20, 2026
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Micah P. Hinson è tornato a Torino con un concerto intimo e teso, che ha mostrato la netta svolta stilistica del suo ultimo lavoro The Tomorrow Man. Un lavoro che, pur mantenendo pressoché inalterata la sua naturale capacità  di trasformare la propria fragilità in fascino scenico, ha mostrato una più attenta volontà d’esplorazione di cifre musicali differenti, più corpose e artisticamente costruite a quattro mani con il bravissimo Alessandro Asso Stefana, produttore dell’album e polistrumentista, e la cui presenza sul palco sabato scorso, al fianco di Micah e insieme alle percussioni di Paolo Mongardi, hanno fatto sì che anche il palco si gremisse di suoni e di personalità, impreziosendo e ingentilendo la consueta ruvidità vocale del menestrello di Memphis, Tennessee, ma ‘cittadino del mondo? (così come ha più o meno tenuto a dirci sabato sera tra una canzone e l’altra) facendo da contraltare al mood della platea presente nella venue.

E in effetti, l’atmosfera dello Spazio211 era raccolta, intima e, nonostante il sold out – atteso e puntualmente confermato, per un artista ormai molto amato in tutta Italia – ‘confidenziale’, in una sorta di comunione con lo spirito dell’ormai maturo artista: platea attenta, luci sobrie e un controllo del live volto a mettere la voce e le piccole sfumature esecutive al centro dello spettacolo.
La serata si è consumata attorno a brani del nuovo album — un lavoro che ha convinto buona parte della critica per la scelta di puntare su arrangiamenti orchestrali e su un cantato più “crooner” rispetto al folk-rock che lo ha reso celebre. Le recensioni dell’album sottolineano come The Tomorrow Man sposti il focus sulla voce, con archi e ottoni che costruiscono paesaggi sonori cinematografici e malinconici; questa cifra sonora si è riflessa sul palco in un’impostazione dei pezzi più raccolta e drammaturgica rispetto a molti concerti passati.
Chi ha visto le date italiane precedenti — e i relativi resoconti — ha notato la stessa tendenza: nelle serate del tour in Italia, Hinson ha scelto spesso arrangiamenti più spogli di quelli apprezzabili all’interno del suo LP, o, al contrario, costruzioni orchestrali che enfatizzano i passaggi vocali e i testi, con momenti di grande intensità emotiva alternati a pause più colloquiali e autoironiche tipiche del performer. Anche se in quel di Torino, quella stessa ‘pienezza orchestrale’ apprezzabile all’interno del suo Tomorrow Man è stata egregiamente simulata dalla bravura di Stefana e Mongardi, a parte quei rari momenti nei quali Micah è ritornato il ‘crooner’ folk al quale ci ha negli anni abituati, solitario davanti al pubblico e sorretto dalla sola chitarra e dalla sua sigaretta con bocchino. Quegli stessi momenti che, per dirla tutta, hanno evidenziato anche la sua attitudine a raccontare brevi aneddoti tra una canzone e l’altra, spezzando la tensione, ma contribuendo a costruire quella profonda intimità sacrale con gli i suoi fan.

Sul palco di Spazio211 questa dialettica tra intimismo e ampiezza orchestrale ha funzionato: i nuovi brani del disco hanno preso corpo con una resa che, pur meno “ruvida” rispetto ai lavori d’antan, ha reso più nitida la componente melodica e narrativa delle canzoni. Non è mancata qualche incursione nei pezzi più noti del passato, usata come contrappunto per far emergere quanto il nuovo materiale incida sul registro emotivo dell’artista: brani come Carelessly, o Ignore the Days incantano, suggestionano e – laddove entra in gioco il banjo come in There’s Only One Name – fanno anche un po’ ballare e battere le mani a tempo, come se ci si trovasse in Tennessee a sorseggiare whiskey in un honky-tonk bar.

Criticamente, valutando quello a cui si è assistito in questa tappa del tour 2025, il risultato a cui si è giunti è quello di un Hinson maturo che sacrifica in parte l’urgenza folk per un controllo espressivo più cinematografico — scelta che molti recensori dell’album hanno interpretato come una svolta coraggiosa e coerente. Dal punto di vista vocale la serata ha offerto alcuni momenti di vero impatto: frasi sospese, dinamiche misurate e una capacità interpretativa che rende i testi più viscerali. Dove il disco guadagna in coesione e toni orchestrali, il live guadagna in immediatezza emotiva — specie quando la band si apparta e Hinson resta in primo piano con la sola voce, la sua inseparabile sigaretta (che, differentemente dai suoi tour in solo, ha fatto però pochissime comparse) e una chitarra. In effetti, in alcune recensioni dell’album si è parlato proprio di una “rinascita” vocale, e dal palco torinese quella rinascita è risultata credibile.
Certamente, chi preferisce il Micah passato — più ruvido, più folk e meno rifinito — potrebbe trovare il nuovo repertorio a tratti levigato e un po’ troppo lirico, ‘orchestrale’; inoltre, la scelta di valorizzare arrangiamenti più ampi comporta qualche momento in cui la trama sonora sovrasta la tensione immediata che caratterizzava i suoi live più scarni. Personalmente, in alcuni momenti devo ammettere che quel tipo di artista lì – che usava nemmeno troppo velatamente il riferimento a Woody Guthrie, e alla sua “machine” che uccide i fascisti – un po’ mi è mancato, pur avendo molto apprezzato la forma della band; se la sua nuova fase artistica era nell’aria già da tempo per chi lo segue e lo ascolta da qualche anno, non vedere più quel suo fedele destriero a sei corde (e annessa scritta) un po’ mi ha colpito, anche laddove nei suoi monologhi solitari si è comunque intravisto lo stesso artista anarchico dalle origini Chickasaw di sempre.

Il cambio di pelle che parte della critica ha individuato è certamente riuscito, ma rischia forse di allontanare una parte dell’uditorio più legata ai registri antecedenti, e questo a prescindere che il live di Torino sia stato la conferma di una prova convincente della nuova fase artistica di Micah P. Hinson. The Tomorrow Man, che ovviamente nella setlist ha occupato la metà dei brani proposti, si è dimostrato non solo un esperimento in studio, ma un corpo sonoro che vive anche dal vivo: voce al centro, arrangiamenti cinematografici che supportano anziché soffocare, e una carica narrativa che ha tenuto la platea coinvolta. Per il fan curioso è stato un passaggio necessario e spesso emozionante; per chi lo ha seguito dagli esordi, una prova di maturità che conferma come Hinson stia riscrivendo il proprio linguaggio senza rinnegare la propria storia

Articolo a cura di Stefano Carsen

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