Ci sono band che raccontano storie attraverso le parole e altre che scelgono di affidarsi esclusivamente al linguaggio delle emozioni. I God Is An Astronaut appartengono da tempo alla seconda categoria. Dopo oltre vent’anni di attività e una discografia che attraversa undici album in studio, il trio irlandese continua a muoversi lungo le coordinate del post-rock più evocativo, intrecciando suggestioni progressive, psichedelia e atmosfere cinematografiche in un flusso sonoro che sembra annullare le distanze tra l’intimo e l’universale.
Il 18 giugno l’Audiodrome di Moncalieri, alle porte di Torino, è diventato il punto di partenza di questo viaggio senza mappe. Un concerto che non ha cercato la spettacolarità fine a sé stessa, ma l’immersione totale: stratificazioni di chitarre, dinamiche in continua espansione e melodie sospese hanno costruito paesaggi sonori capaci di alternare quiete e tempesta, introspezione e slancio emotivo.
Ad aprire la serata sono stati i Sunpocrisy, formazione italiana attiva dal 2008 e da sempre impegnata nell’esplorazione dei territori di confine tra progressive, post-metal e sperimentazione. Tornati sulle scene nel 2024 dopo una lunga pausa, hanno mostrato una compattezza sorprendente, trasformando strutture complesse e ritmiche irregolari in un set intenso e coinvolgente. Tra tensione emotiva e improvvise esplosioni sonore, il gruppo ha preparato il terreno ideale per ciò che sarebbe arrivato dopo.
Quando i God Is An Astronaut hanno preso possesso del palco, l’atmosfera si è fatta immediatamente rarefatta. La loro musica continua a esercitare un fascino particolare proprio perché riesce a comunicare senza bisogno di spiegazioni: ogni brano si sviluppa come un viaggio, ogni crescendo come una liberazione, ogni pausa come un invito all’ascolto più profondo.
La data torinese ha confermato ancora una volta il legame speciale tra la band e il pubblico italiano. Dopo i concerti sold out dello scorso autunno, anche questa tappa ha raccolto una risposta calorosa, testimoniando quanto il progetto irlandese sia riuscito negli anni a costruire una comunità di ascoltatori fedeli e trasversali.
Più che un semplice live, quello dell’Audiodrome è stato un rituale condiviso: un paio d’ore in cui il tempo sembra perdere consistenza e la musica diventa uno spazio da abitare. In un’epoca dominata dal rumore e dalla velocità, i God Is An Astronaut continuano a ricordare che esiste ancora un modo diverso di vivere un concerto: lasciarsi trasportare, chiudere gli occhi e seguire il suono fino a dove decide di portarci.
Photo Credit copertina Luca Moschini
