Febbraio 15, 2026
Artwork come ortiche nel cemento_ph. Aria Ruffini

Lo ripeto da mesi: per me Ceneri è la migliore emergente italiana. O meglio: lo era perché, dopo questo EP, faccio fatica a considerarla ancora “all’inizio”. Con come ortiche nel cemento, infatti, Irene Ciol ha messo ancora più fuoco la sua scrittura, la sua estetica, il suo modo di stare nelle canzoni. La recente esperienza live con Chiello e la collaborazione con Piccolo dei BNKR confermano quello che molti – o perlomeno io – pensano da tempo: ormai Ceneri non è più una promessa, ma una giovane artista compiuta. E, personalmente, è una di quelle che più si avvicinano al mio modo di ascoltare le cose: entrando piano, con delicatezza chirurgica, sussurrando verità che spesso non abbiamo il coraggio di ammettere nemmeno a noi stessi.

Come ortiche nel cemento, in uscita venerdì 28 novembre per Double Trouble Club / Island Records (Universal Music Italia), è un altro passo avanti, nella stessa direzione, però più nitido. Una sorta di ingrandimento della poetica nata sin dai primi lavori e che era già stata plasmata in Forma Liquida nel 2023. La vera novità dell’EP sono i tre inediti – se ti sapessi, ortiche e sale – che si aggiungono ai singoli già usciti nei mesi scorsi e che arricchiscono ulteriormente il mondo interiore di Ceneri. Forse anche per questo, il nuovo progetto non appare come un lavoro lavoro “di svolta”, ma è proprio questo il punto: la cantautrice friulana non cambia rotta, la conferma. E infatti in tutti i brani sembra riaffiorare un concetto chiaro e presente in molte sue canzoni: la comprensione e l’accettazione della propria fragilità e la trasformazione di questa in un punto di partenza. Proprio come le ortiche che riescono a nascere tra il cemento.

Se ti sapessi apre l’EP con una delicatezza disarmante, ma allo stesso tempo senza esitare. Il suono avvolge dolcemente la voce di Ceneri, che si lascia sfuggire una delle frasi più sincere del suo repertorio: “se ti sapessi curare come una vecchia cicatrice fa”. È la fragilità che accetta di essere guardata, non guarita. Ed è forse qui che Ceneri dà il meglio: non pretende di essere forte, non si assolve, non si giudica.

Ragnatela, invece, è una delle metafore più riuscite della sua discografia: una tela che affascina e imprigiona allo stesso tempo, come la scrittura stessa. Qualcosa che dà senso alle giornate, ma che – quando scivola via – fa crollare tutto. La produzione di Stabber e Rocco Giovannoni costruisce un mood soffuso e scuro, più denso: perfetto per raccontare la paura di essere divorati da ciò che amiamo.

In ortiche(feat. Piccolo) la malinconia si fa più nitida. Il pianoforte è essenziale e le due voci dai timbri timidi e intensi si intrecciano senza disturbarsi. È uno spiraglio di dolcezza dentro un EP pieno di domande.

Quasi all’improvviso è forse il brano più “adulto”, nel senso che parla proprio dell’età adulta che arriva senza chiedere permesso, degli amici che restano lontani, dei percorsi che non coincidono più: “Tu mi guardi crescere ma senza di te”.

Poi arriva il picco: sale. Il brano in cui la scrittura torna davvero al centro, limpida, senza filtri. L’arpeggio di chitarra sostiene la voce, che si muove totalmente libera e che, come il sale brucia, ma cura. Qui emerge la parte migliore di Ceneri: il testo prende il sopravvento netto sulla produzione e lo guida.

Con sbalzi d’umore, invece, si torna al pop e ad una zona più leggera, come se fosse un tentativo di alleggerire la densità dell’album, senza però snaturarsi.

Due lune, infine, chiude l’EP. L’avevo già definita una delle sue cose più riuscite, e riascoltandola all’interno del progetto lo penso ancora di più: racconta lo spaesamento, la nostalgia, il coraggio del cambiamento con una lucidità rara per i suoi venticinque anni.

Da grande sostenitrice della musica di Ceneri, però, una piccola preoccupazione ce l’ho. Irene ha un immaginario fortissimo e riconoscibile in tre secondi, ma proprio per questo, talvolta, rischia di uniformarsi. La combinazione voce soffusa + elettronica morbida resta la firma del progetto, ma può diventare anche un limite. In alcuni momenti dell’EP, ad esempio, la parola scivola un po’ sotto la superficie, come se il suono la assorbisse invece di portarla in avanti. È un rischio comune nel genere di Ceneri e un limite della delicatezza: può diventare un’abitudine. Ed è proprio per questo che sale, invece, funziona così bene, perché rompe questa tendenza e permette all’emotività di affilarsi piuttosto che di dissolversi. E la differenza si sente.

Se il futuro seguirà la direzione aperta da sale, potremo assistere a una fase ancora più luminosa della sua scrittura: più nuda, più nitida, più coraggiosa. Ma come ortiche nel cemento, intanto, è un EP decisamente riuscito e perfettamente in linea con la Ceneri che conosciamo: testi poetici ed emotivi, un sussurrato fragile e potente, la malinconia come lingua madre. Ma con una consapevolezza più solida.

Articolo a cura di Emma Salone

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