Nayt non arriva al Festival con l’ansia di chi deve legittimarsi. A Festival di Sanremo si presenta per la prima volta con “Prima che”, ma con alle spalle un percorso costruito lontano dalle scorciatoie dell’algoritmo. Classe 1994, nato a Isernia e cresciuto a Roma, William Mezzanotte è uno di quegli artisti per cui la parola “rapper” è insieme corretta e insufficiente.
Il suo immaginario si muove tra urban e scrittura d’autore, senza chiedere permesso ai generi. Perché, se c’è una cosa che Nayt rivendica, è la libertà di non essere incasellato. Le etichette – conscious rap compreso – servono più a rassicurare chi ascolta che a descrivere davvero ciò che accade in una canzone.
Il brano scelto per l’Ariston, scritto in poche ore e prodotto da Zef, non cerca l’apertura radiofonica a tutti i costi. È un flusso che procede coerente con la sua cifra stilistica, senza concessioni strategiche.
Al centro c’è una domanda: è ancora possibile incontrarsi davvero? Prima di un post, prima dei like, prima di delegare agli altri il potere di definire chi siamo. In un’epoca in cui il confronto si trasforma facilmente in scontro, Nayt riflette sull’incapacità di ascoltare e sull’abitudine a schierarsi prima ancora di capire.
I social, nel suo ragionamento, non sono il nemico ma uno strumento: il punto non è demonizzarli, ma interrogarsi sull’uso che ne facciamo. Una posizione che evita la retorica generazionale e fotografa piuttosto la condizione dei trentenni di oggi: cresciuti prima senza smartphone, poi immersi in un mondo che ne è diventato dipendente.
Il discorso si allarga nel nuovo album, Io Individuo, in uscita il 20 marzo. Già dal titolo, il progetto si muove sul crinale tra singolo e collettività, tra bisogno di affermarsi e necessità di appartenere.
Dentro c’è anche “Un uomo”, brano che ruota attorno a una domanda tanto semplice quanto irrisolta: cosa significa esserlo davvero? Nayt attraversa fragilità, conflitto, maschile e senso di smarrimento senza offrire risposte prefabbricate. La sua scrittura non consola: scava.
Non è un artista nato da un exploit estivo. Scrive dal 2009, ha attraversato dieci anni di indipendenza, nove dischi, tour sold out, prima di approdare in major nel 2019. Una gavetta lunga, fatta anche di dubbi e crisi, che oggi gli consente di salire sul palco dell’Ariston con più entusiasmo che pressione. La sicurezza, dice, nasce dalla consapevolezza del percorso, non dall’hype.
Nel dibattito che ciclicamente investe il rap – accusato di volgarità o sessismo – Nayt sceglie una linea lucida: il rap è il linguaggio più esplicito che abbiamo. Proprio perché usa molte parole, riesce a raccontare tutto: il materiale e lo spirituale, la rabbia e l’introspezione, il degrado e la poesia. Se è uno specchio, riflette anche ciò che nella società non funziona.
Ridurre il genere a una caricatura significherebbe ignorarne la complessità.
Per la serata dedicata alle reinterpretazioni, Nayt salirà sul palco con Joan Thiele per affrontare “La canzone dell’amore perduto” di Fabrizio De André. Una scelta tutt’altro che ornamentale. De André rappresenta un’idea di scrittura onesta, capace di ferire per far crescere. Portarlo all’Ariston significa rivendicare una continuità tra rap e tradizione cantautorale, tra barre e poesia civile. Non un travestimento, ma una dichiarazione di appartenenza culturale.
Nayt sembra muoversi per sottrazione: meno sovrastrutture, meno maschere, meno bisogno di compiacere. Sanremo, in questo senso, non è una svolta ma una tappa coerente. Un nuovo contesto in cui portare la stessa urgenza espressiva.
Rapper o cantautore? La risposta, probabilmente, è che la distinzione oggi conta meno dell’immaginario che riesci a costruire. E Nayt, da tempo, ne sta edificando uno personale, stratificato, riconoscibile.
All’Ariston non cambia pelle: semplicemente, ne mostra un’altra.
Articolo a cura di Angela Todaro
