Luglio 18, 2026
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C’è una generazione che ha imparato a dare un nome alle proprie crepe ascoltando “Black” dei Pearl Jam e a difendersi studiando la leggerezza di Italo Calvino. Dentro questa tensione si muove “Il Gioco”, il nuovo EP di Alessandro Casalis: cinque brani che attraversano memoria, suono e trasformazione senza rifugiarsi nella nostalgia.

Un disco che parla di movimento, ma soprattutto di regole che cambiano mentre stai ancora imparando a giocare.

“Il Gioco” è un modo per accettare il tempo che passa o per provare a controllarlo?

È un modo per accettare il fatto che non lo puoi controllare. Ogni periodo della vita ha i suoi pro e i suoi contro.
Per indole, cerco di concentrarmi sui pro.

In “Barrumba” richiami esplicitamente quell’atmosfera: è un omaggio o una sfida personale?

“Barrumba” è il riassunto del mio periodo universitario in tre minuti. Di giorno ero a Palazzo Nuovo, la sera tra i Murazzi e il Barrumba a ballare, rigorosamente con una selezione di brani rock.
Tra le due opzioni, direi un omaggio a un periodo bellissimo.

Gli anni ’90 oggi sono memoria viva o comfort zone?

Sono una memoria vivissima. Credo si debba sempre guardare avanti e non sono uno che si abbandona alla nostalgia. Però, se penso a un momento che ricordo con piacere, sono proprio quegli anni lì.

Quanto è stato difficile usare quell’immaginario senza restarne intrappolato?

Molto.

Tendo a dimenticare i momenti brutti del passato e quindi automaticamente diventa “il posto” in cui sei stato molto felice — ed è pericolosissimo.

Puoi tornarci solo per prendere qualcosa e poi tornare indietro. Non bisogna viverci.

Dal punto di vista sonoro, hai lavorato più sulla distorsione emotiva o sull’essenzialità degli arrangiamenti?

Quando togli, generalmente resta la verità, la parte necessaria. Ho provato a lavorare per sottrazione e quindi è rimasto, in effetti, un approccio essenziale al suono.

Questo EP è nato di pancia o è stato costruito con un’idea precisa di suono fin dall’inizio?

È stato un mix di entrambe le cose.
Da una parte volevo cambiare e uscire dalla zona di comfort del folk rock in cui avevo navigato fino ad allora. Dall’altra avevo dei testi che, in un certo senso, guardavano all’indietro da un punto di vista temporale. Cercavo un’ambientazione “vintage”.

Poi, quando mi sono trovato a scrivere “mettiamo su Battisti”, ho capito che riprendere quel mondo sonoro per “Il Gioco” sarebbe stato interessante.

La “leggerezza” è un riferimento culturale o una necessità personale?

È sopravvivenza.

Anche qui viene fuori Calvino, che cito attraverso Lezioni americane, in cui definisce meravigliosamente la leggerezza come un “planare sulle cose dall’alto”.

In “Il Gioco” scrivi che “anche i duri iniziano a tremare”: è una confessione?

Ho usato quella frase per descrivere la fragilità che ognuno di noi ha, anche se in forme diverse.

Non credo molto nei supereroi invincibili, almeno dal punto di vista emotivo, fuori dai film.

“Mettiamo su Battisti” sembra mettere in discussione una generazione che si racconta per immagini: ti senti fuori tempo?

Fuori tempo no. Mi sento fuori algoritmo.

Ed è diverso: il tempo passa e nel tempo impari, raccogli. L’algoritmo invece scorre in maniera asettica.

Oggi la fragilità nella musica è autenticità o linguaggio di moda?

Dipende se ti serve per capirti o se la usi per piacere. È sempre l’intenzione a cambiare la copertina.

“Siamo io e te” riduce tutto all’essenziale: è una fuga dal rumore del mondo o una presa di posizione?

In parte è anche una fuga dal rumore, ma soprattutto è la certezza che le cose belle sono ancora più belle se le condividi con persone belle.

Quando vai a un concerto che aspetti da tanto o a vedere l’ultimo film del tuo attore preferito, chiedi sempre a qualcuno a cui tieni di venire con te. Ecco, è quella cosa lì.

Se questo EP fosse una regola del gioco, quale sarebbe?

La regola è: lasciarsi andare, sempre.

Articolo a cura di Angela Todaro

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