Maggio 25, 2026
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Oggi, venerdì 27 marzo, esce Stare al mondo, il nuovo album di Matteo Alieno, pubblicato da Honiro/Island Records (Universal Music Italia). Un disco pensato per i disorientati, gli smarriti, gli sperduti, i ritardatari, gli insoddisfatti: per chi si sente sempre sospeso tra il cadere rovinosamente e il tentare di spiccare il volo.

Con una scrittura per immagini che scava negli angoli più segreti dell’animo, Matteo racconta con coraggio e sincerità il difficile percorso del vivere, tra dubbi, fragilità e desiderio di trovare un proprio posto nel mondo. Stare al mondo è un diario musicale che unisce il pop d’autore italiano degli anni Settanta all’indie rock britannico, con un suono completamente suonato, analogico, umano, nato dalla passione e dalla voglia di sperimentare, senza compromessi commerciali.

Tra riferimenti al cantautorato di Lucio Dalla, Gino Paoli, Rino Gaetano e Piero Ciampi, e l’ascolto onnivoro di band come Beatles, Radiohead e Oasis, Matteo costruisce un mondo sonoro vario ma coerente, dove testi ironici, malinconici e strazianti si fanno domande senza promettere risposte definitive, invitando chi ascolta a riflettere, accettarsi e vivere nel proprio modo unico.

In occasione dell’uscita del disco, abbiamo parlato con lui di smarrimento, ricerca, paura del fallimento e del successo, della scelta di un suono analogico in un’epoca digitale e del senso più profondo di stare al mondo.

Il disco sarà disponibile anche in vinile dal 24 aprile e presentato live mercoledì 29 aprile al Monk di Roma e giovedì 7 maggio all’Arci Bellezza di Milano.

Dedichi il disco ai disorientati: è una fotografia di chi sei oggi o un modo per non sentirti più così?

Lo sono stato, lo sono ancora e penso che lo sarò ancora per molto, e in generale le persone sperdute mi stanno simpatiche.

“Stare al mondo” è una domanda aperta: tu, oggi, hai trovato un tuo modo oppure sei ancora in ricerca?

Non so proprio come si fa, se qualcuno lo sa aspetto notizie, sono disperato.

Nei tuoi brani c’è sempre tensione tra cadere e volare: cosa ti spaventa di più, fallire o riuscire davvero?

Non lo so, forse riuscire alla fine. A fallire ci sono abituato quindi in un certo senso non mi preoccupa tantissimo.

I tuoi testi sono molto sinceri, a tratti spietati: c’è qualcosa che hai avuto paura di dire ma hai scritto lo stesso?

“Non ce la faccio a stare solo ti chiedo scusa, non volevo disturbarti” penso sia una delle frasi che ho fatto più fatica a tirare fuori, è un pensiero imbarazzante, ma è la verità.

Hai scelto un suono analogico e “suonato”: in un’epoca digitale, è una forma di resistenza?

Penso che sia stupido non sfruttare la tecnologia che abbiamo per divertirci a suonare, con un computer puoi registrare tutti gli strumenti che vuoi. Con Luca Caruso ci siamo divertiti così tanto a farlo, sono ricordi che ti restano poi, quando invece produco solo davanti a uno schermo personalmente non mi ricordo niente.

Se una persona completamente smarrita ascolta questo disco, cosa speri che porti via con sé?

Che va bene perdonarsi, e che bisogna farsi compagnia, anche da soli, quando si vaga senza direzione

Articolo a cura di Angela Todaro

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