Con Honora, Flea prende una pausa dal mondo dei Red Hot Chili Peppers per immergersi nel suo primo progetto solista, un disco che è tanto post-jazz quanto personale manifesto di libertà creativa. A 63 anni, il bassista che ha fatto vibrare stadi interi decide di tornare al suo primo amore: la tromba. Non solo uno strumento, ma un vero e proprio tramite verso il presente infinito, un “congegno di ottone” che, nelle sue parole, diventa vivo e infuocato non appena ci soffia dentro l’amore.
Il disco nasce da anni di pratica quotidiana e studio con musicisti come Rickey Washington. Flea, che ha sempre fatto della vibrazione fisica ed emotiva il cuore del suo suono, decide finalmente di realizzare un sogno inseguito da oltre trent’anni: un album interamente costruito attorno alla tromba, affiancata dal suo basso e da una band di jazzisti e amici illustri. Lavorare con figure come Jeff Parker, Josh Johnson, Anna Butterss, Deantoni Parks, Thom Yorke e Nick Cave lo ha messo di fronte a timori inediti, ma il risultato è stato un’estasi condivisa, una sensazione di leggerezza e magia, lontana dai giorni di eccessi del passato.
Honora è un disco vario, apparentemente disordinato, ma profondamente vivo. Non è un album di canzoni alla Red Hot Chili Peppers né un classico disco jazz: è un ritratto di un artista irrequieto che costruisce ponti tra generi e generazioni. Si apre con i 61 secondi di Golden Wingship, anticipando un percorso di materia cangiante, dove la tromba saltella su melodie vocali e ritmiche insolite. Brani come Traffic Lights, co-firmato con Thom Yorke, giocano con il post-Atoms for Peace, mentre A Plea si trasforma in un manifesto poetico e politico, una riflessione sull’America contemporanea che riecheggia il Sun Ra più visionario.
Flea non cerca la perfezione tecnica a ogni costo. In tracce come Morning Cry, dove la tromba dialoga con la chitarra di Parker, o in sperimentazioni come Willow Weep for Me con i synth modulari di John Frusciante, è lo spirito a fare la differenza. E anche nei momenti più delicati, come in Thinkin About You di Frank Ocean, il suo flumpet—via di mezzo tra flicorno e tromba—crea atmosfere dolci e arrese. L’incontro con Nick Cave in Wichita Lineman aggiunge un ulteriore livello di profondità: la tromba di Flea diventa voce cosmica in una danza lenta di riconciliazione e desiderio a distanza.
Il finale con Free As I Want to Be, inciso con insegnanti e studenti del conservatorio di Silverlake, cristallizza lo spirito dell’album: libertà, gioia e speranza. La copertina, una fotografia di Shahin Badiyan con il piccione domestico sulla spalla, suggella il legame tra personale e universale, memoria e attualità, suggerita anche dalla storia della famiglia bahá’í della moglie Melody Ehsani e dalla riflessione sui temi di unità e pace.
Honora non è un disco destinato a essere ricordato per la tecnica perfetta o i successi radiofonici. È un’opera laterale eppure rappresentativa, un’“Altramerica” in post-jazz, freakness e funk, che celebra la libertà assoluta di un musicista che, anche lontano dai riflettori dei Red Hot Chili Peppers, continua a esplorare, rischiare e, soprattutto, vibrare insieme alla nota.
