Luglio 14, 2026
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Con «Per i bambini morti», primo singolo di «Gli anni di strapiombo», il Management del Dolore Post Operatorio smette di ridere. O meglio: smette di credere che ridere basti. Un’intervista sul baratro, sui media che massacrano in diretta, e sulla voce abbassata come atto di resistenza

C’è un vecchio adagio che recita più o meno così: «A tempi difficili si reagisce con atti deflagranti». Una filosofia di vita che contiene in sé anche il seme dell’atto più politico possibile: una reazione dirompente, una resistenza psicologica e fisica che connotano, in quanto tale, un documento programmatico.
Nel suo «L’existentialisme est un humanisme», saggio filosofico del 1946 — l’indomani della guerra mondiale, a fronte della sconfitta dei nazi-fascismi — Jean Paul Sartre scriveva che «L’uomo è condannato ad essere libero: condannato, perché non si è creato da sé, eppure libero, perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa», individuando nel concetto stesso di Libertà gli elementi per una reazione umanista e concreta: quando adottare un’azione responsabile ma radicale se non di fronte alle avversità?
Il Management del Dolore Post Operatorio non cita Sartre, ma lo pratica. «Per i bambini morti» — primo e nuovissimo brano del loro prossimo album «Gli anni di strapiombo» — è esattamente questo: un atto di presenza nel mondo, deliberato, necessario, senza rete.
Li abbiamo incontrati per comprendere meglio le loro intenzioni di partenza, perché questa loro ‘urgenza’ si sia concretizzata proprio adesso in una risposta “sussurrata” — non un urlo, non un manifesto, ma qualcosa di più insidioso e duraturo: una voce che entra piano, si installa, e non chiede il permesso di restare.

Jacopone da Todi, Lucio Dalla, e nel mezzo circa ottocento anni di storia umana che non sembra aver insegnato granché. Quando avete deciso di mettere la Terra al posto di Cristo sulla croce, era già chiaro che stavate scrivendo un atto d’accusa, o è venuto fuori mentre il pezzo prendeva forma?

Questa idea era così importante per noi che abbiamo inserito questo brano nel disco prima ancora d’averlo scritto. Avevamo bisogno di vomitare, di questi tempi stiamo facendo un’abbuffata di orrore.

«Massacrare la gente per spostare lo share» — una riga che vale più di dieci saggi di sociologia dei media. Viviamo in un momento in cui il dolore dei bambini morti viene consumato in tempo reale sui feed, tra uno spot e un reel. Come si fa a scrivere una canzone su questo senza diventare, a propria volta, un contenuto?

Il gioco del potere, attraverso i media, è quello di far apparire tutto stupido, tutto inutile, tutto sciocco allo stesso modo. Non bisogna cadere in questo tranello. La banalità e il cazzeggio non hanno lo stesso peso del coraggio di schierarsi.

Il titolo dell’album è «Gli anni di strapiombo». È una diagnosi o una profezia? E soprattutto: cadere da uno strapiombo fa più paura quando ci si rende conto che nessuno ha più voglia di guardare giù?

Facendo le analisi del sangue al mondo, ecco i risultati: tutti asterischi. Lo strapiombo è la violenza del piombo più la violenza dell’indifferenza, della stupidità e soprattutto dell’ingenuità. Forse il punto non è che le persone non hanno voglia di guardare il baratro, forse non sanno che il baratro è lì e che ci cadranno dentro.

«I poveri hanno poco / ma sono tanti / Terra hai fatto male i conti.» È il verso più politico del brano — quasi un memento rivoluzionario sussurrato. Eppure la forma è quella della ballad, non del proclama. Credete ancora che la canzone d’autore abbia la forza di spostare qualcosa, o a questo punto è solo l’unico linguaggio che vi rimane?

Negli ultimi anni ci siamo avvicinati sempre di più alla canzone d’autore, perché riteniamo che abbia una forza emotiva superiore, in quanto non parla al corpo ma parla soprattutto al cervello e a tutto l’apparato delle emozioni.

Il comunicato parla di «società anestetizzata». Voi però non siete un gruppo che urla — la vostra è una musica che entra piano e poi non se ne va più. È una scelta estetica o una tattica? L’anestesia si combatte con un altro shock, o con qualcosa che dura?

Forse un’idea sussurrata all’orecchio di una persona che dorme, rimane dentro — ossessivamente — in maniera più potente di un grido.

«Auff!!» era punk funk nervoso e corporeo, quasi muscolare nella sua rabbia — «Pornobisogno», «Amore borghese», il titolo stesso come un pugno in faccia. «McMAO» ha limato gli spigoli, «I Love You» ha allargato il suono, «Un incubo stupendo» ha tirato dentro il sogno e l’incubo come stati indistinguibili. In questo percorso la critica sociale c’è sempre stata, ma spesso travestita da grottesco, da ironia feroce. «Per i bambini morti» sembra invece togliersi ogni maschera. È un cambio di metodo o avete semplicemente smesso di credere che l’ironia bastasse?

In giro di ironia ce n’è fin troppa. Abbiamo smesso di riderci sopra. Ogni cosa diventa farsa, anche l’orrore. Siamo nella dittatura del comico, dittatura dei meme, come dice il poeta Vik Stragovin: dittatura memetica. C’è troppa stupidità venduta per genialità. Mentre tutti urlano, meglio abbassare la voce e parlare all’orecchio di chi è affianco a te.

Siete nati come gruppo in un ospedale dopo un incidente, vi chiamate Management del Dolore Post-Operatorio, avete simulato l’eucaristia con un preservativo al Primo Maggio 2013 e preso una denuncia dai giuristi cattolici — la vostra carriera è costellata di gesti che sembravano provocazioni ma erano diagnosi precise del corpo sociale. «Per i bambini morti» arriva nel 2026, con guerre in corso su tre fronti, genocidi trasmessi in diretta e governi che votano le armi come se fossero ordini del giorno di routine. La domanda è brutale: perché avete aspettato così tanto? O meglio — cos’è cambiato nel mondo, o in voi, che ha reso questo il momento in cui non si poteva più stare in silenzio?

Abbiamo sempre fatto il nostro dovere, al momento giusto, spesso in anticipo sul tempo. Ma questo non è un gioco difficile: a pensare male del mondo si azzecca quasi sempre. Non apparteniamo alla confraternita del «tutto andrà bene».

Partirete a fine maggio per un tour che attraversa l’Italia da Settimo Torinese a Codroipo, passando per l’Aquila e Frigento — non esattamente i palchi del mainstream. C’è qualcosa di deliberato in questo muoversi ai margini geografici del paese? O è semplicemente dove vi cercano le persone giuste?

È una tattica di guerra, strategia militare. Coi tempi che corrono…

Il Management del Dolore Post Operatorio torna dunque al centro della scena facendo esattamente il contrario di chi occupa il centro: abbassando la voce, spostando il palco verso le periferie del paese, togliendo la maschera dell’ironia per guardare il baratro in faccia. «Gli anni di strapiombo» — titolo, diagnosi, profezia — arriverà presto. «Per i bambini morti» è fuori ora.
Il tour è già partito — il 22 maggio la band ha aperto le danze all’Alingana Festival di Settimo Torinese — e le date restanti attraversano l’Italia da nord a sud, sempre ai margini del mainstream: che, come da loro stessa ammissione, è esattamente dove vogliono stare. Gli anni di strapiombo Tour 2026: 19 GIU Cimadolmo (TV) — Full Pipe Rock Festival / 27 GIU Fiorenzuola d’Arda (PC) — VUSA! Fest / 10 LUG L’Aquila — Orbeat / 25 LUG Massarella (FI) — RB Festival / 08 AGO Spinetoli (AP) — L’arte non è acqua Festival / 05 SET Codroipo (UD) — Ridopoco Festival.

Articolo a cura di Stefano Carsen

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