In un’epoca in cui molti artisti sembrano costruiti al millimetro per funzionare sui social, Mac DeMarco continua a essere l’esatto contrario: imprevedibile, storto, ironico, profondamente umano. Ed è probabilmente proprio questo il motivo per cui, dopo oltre un decennio di carriera, resta una delle figure più amate e imitate dell’indie contemporaneo.
Il 10 luglio il cantautore canadese arriverà al Sequoie Music Park di Bologna per una data che promette di essere molto più di un semplice concerto: una lunga deriva estiva tra chitarre jangle, psichedelia lo-fi, battute nonsense e quel romanticismo sghembo che ha trasformato DeMarco in un’icona generazionale.
Fin dagli esordi, Mac DeMarco ha occupato uno spazio tutto suo dentro la musica alternativa. Troppo eccentrico per il folk tradizionale, troppo morbido per il rock classico, troppo autenticamente disordinato per diventare davvero mainstream. Eppure, album dopo album, è riuscito a costruire un universo sonoro immediatamente riconoscibile: melodie malinconiche, groove rilassati, registrazioni volutamente imperfette e testi che sembrano scritti durante una notte insonne dopo troppe sigarette e poche certezze.
Da 2 a Salad Days, passando per This Old Dog e Five Easy Hot Dogs, Mac DeMarco ha trasformato la vulnerabilità quotidiana in linguaggio pop. Le sue canzoni parlano spesso di ansia, relazioni fragili, tempo che passa e alienazione urbana, ma lo fanno senza mai cadere nella retorica del cantautore tormentato. C’è sempre ironia, leggerezza, auto-sabotaggio emotivo. Come se ogni confessione arrivasse accompagnata da un sorriso storto.
Nel frattempo, il suo impatto sulla scena indie è diventato gigantesco. Negli anni 2010 il cosiddetto “slacker rock” ha finito per assorbire gran parte della sua estetica: chitarre chorus, atmosfere vaporose, produzione casalinga, immaginario vintage e quell’aria perennemente sospesa tra disillusione e dolcezza. Una formula che decine di artisti hanno provato a replicare senza mai riuscire davvero a catturare il suo equilibrio naturale.
Dal vivo poi DeMarco è un animale completamente diverso rispetto ai suoi dischi. I concerti oscillano continuamente tra momenti di intimità quasi commovente e caos totale: improvvisazioni infinite, gag assurde, cover improbabili, dialoghi nonsense col pubblico. Nessuna scaletta sembra davvero definitiva. Ed è proprio questa imprevedibilità a rendere ogni show unico.
Il Sequoie Music Park sembra il contesto perfetto per accogliere il suo mondo sonoro. Negli ultimi anni il festival bolognese è diventato uno degli appuntamenti estivi più interessanti in Italia grazie alla capacità di mescolare grandi nomi internazionali e atmosfera rilassata, lontana dalla rigidità dei grandi eventi da arena. Alberi, tramonto, aria calda e centinaia di persone che cantano “Chamber of Reflection” come fosse una seduta collettiva di terapia indie: difficile immaginare scenario migliore.
E forse è proprio qui che continua a funzionare la magia di Mac DeMarco. Dietro l’estetica da eterno cazzone e il personaggio volutamente anti-rockstar, c’è un autore che negli anni è riuscito a raccontare la solitudine contemporanea meglio di molti artisti infinitamente più “seri”.
Bologna è pronta ad accoglierlo. Con tutta probabilità finirà in karaoke improvvisato, assoli dilatati e pubblico innamorato entro la terza canzone. Esattamente come dovrebbe essere un concerto di Mac DeMarco.
