Gennaio 25, 2026
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Le sere in cui la costa adriatica è rinfrescata da un venticello fresco segnano la lenta fine dell’estate pugliese, coi turisti che gradualmente lasciano queste coste per tornare a casa, e tutto si riavvicina gradualmente alla vita quotidiana. Questo è il vento arrivato ieri alle porte dell’Eremo, il club di Molfetta con una delle programmazioni musicali pop più interessanti e complete della Puglia. Non è un caso, quindi, che il nuovo Santommaso Festival abbia scelto questa come sede della prima edizione del suo progetto, dopo aver rinunciato alla natia Giovinazzo per ragioni logistiche. Uno spostamento quasi impercettibile, visti i pochissimi chilometri che la separano da Molfetta e dall’Eremo, e che sembra aver funzionato, guardando al modo ottimale con cui sono stati sfruttati gli spazi interni ed esterni del club; per un progetto che si definisce boutique festival, intenzionato a seguire la scia dei festival piccoli, non affollati, con una curatela artistica e logistica ben calibrata, lo spazio lasciato al pubblico è una questione di vitale importanza. In questo, quindi, segniamo subito un merito da riconoscere al Santommaso.

Il concerto del 22 agosto non è l’esordio, arrivato, invece, due settimane prima con la serata dell’8, che ha visto Mario Mario, Toy Tonics e New Jackson accompagnare i Planet Funk, in data unica in Puglia per il 2025; la ricetta della prima serata è stata chiara e netta: elettronica e funk su confini più pop e colorati di altri festival di settore, e il pubblico – perlomeno scorrendo foto e video, visto che Sconcerto non ha seguito il primo appuntamento – sembra aver reagito bene. 

Quella del 22, invece, è una serata con colori ben diversi dalla precedente: le tinte vivaci sfumano nel nero, il funk lascia spazio alla furia rabbiosa del punk, e l’energia rituale della musica house si stempera nei ritmi non meno cadenzati dell’industrial. Il programma parte con la pugliese Gaia Rollo, esordiente che sta macinando appuntamenti importanti come l’Ypsigrock di Castelbuono o il Color di Lamezia Terme, grazie ai primi singoli Mountains e Olivia e al suo indie rock raffinato che varrà la pena di seguire; segue l’omonima Gaia Banfi, scudiera dell’etichetta Tanca Records di Iosonouncane e Daniela Pes, influenze sarde che risuonano nei suoi brani malinconici, densi di passaggi evocativi, di arpeggi di chitarra emozionanti e di visioni su ricordi e memorie.

Le due cantanti italiane costruiscono una prima parte di concerto timida – o meglio, introversa – e riuscita, delicata e trasognante in questa notte in riva al mare. Tocca agli Underground Youth portare tutti altrove.

Il gruppo di Manchester, attivo da quasi un ventennio e ora migrato a Berlino, rimuove dall’aria arpeggi e docili introversioni, innalzando sin da subito un muro di suono spesso e denso, marziale per i ritmi tessuti dal reparto ritmico del gruppo, mentre il cantante e creatore Craig Dyer utilizza la sua voce baritonale, affine a quella di Dave Gahan o del rimpianto Ian Curtis, per costruire un clima alienante e claustrofobico. Rispetto alla versione studio, soprattutto alle ispirazioni psichedeliche e dream pop del recentissimo Décollage, pubblicato quest’anno, gli Underground Youth dal vivo rafforzano le componenti post-punk: le due chitarre costruiscono litanie ipnotiche, ripetitive all’inverosimile, ricordando il materiale più cupo e acido dei Velvet Underground, mentre linee di basso scarne ma regolari fanno avanzare i brani senza scarti e deviazioni. Il live del gruppo anglo-berlinese è una sorta di messa, un rito pagano ricavato in un fabbricato abbandonato dalla Berlino Est, e se rinuncia in parte alle sfumature e alla varietà delle canzoni pubblicate su disco, dal vivo prende una carica in grado di stregare chiunque. Guardiamo il pubblico, gli occhi rapiti, e ne abbiamo piena conferma.

Finito il loro live, dopo un rapido cambio palco sale nudo e crudo l’ospite principale della serata: sono i The Murder Capital, uno dei gruppi più ispirati della nuova scena rock irlandese, che rispetto ai capofila Fontaines D.C. ha mutuato pochi suoni e stilemi dal pop e dall’elettronica, restando fedele a un post punk scarno e nevrotico. A tratti, sembra che nel passaggio dagli Underground Youth a loro il muro di suono non sia stato staccato, e che amplificatori e feedback siano rimasti alti e in funzione: le iniziali The fall, More is less e Death of a giant sono costruite sull’alternanza tra sfuriate e paesaggi spettrali, grazie a un uso delle dinamiche in cui i cinque sembrano pienamente a casa. Il ritmo accelera e decelera, si ferma all’improvviso secondo le pause secche della batteria, oppure si confonde e stempera nel feedback che sale e sale, riempiendo la sala. Tutto, in qualche modo, ruota attorno alla figura di James McGovern, cantante e animatore del gruppo, che tra gli altri membri e strumenti si aggira per tutto il concerto, divincolandosi tra i cambi di ritmo dei suoi compagni, attraverso cui ricama una carica malinconica, più che rabbiosa; se gli Underground Youth dallo studio ai concerti perdono la patina emotiva in favore della marzialità dell’industrial, i Murder Capital ripropongono sul palco la veste catartica e cinematografica delle loro canzoni e dei loro album, incluso l’ottimo e recente Blindness. Vincono le chitarre, che nei loro brani non lasciano quasi mai il posto agli altri strumenti. La scaletta prosegue alternando ondate di chitarra e pezzi stralunati come Slowdance o The stars will leave their stage, crescendo sino a scatenare il pogo sottopalco. Eccellente la conclusione del live, con alcune delle canzoni più famose e apprezzate del gruppo come Ethel e Words lost meaning, mentre non mancano i riferimenti avvelenati contro il massacro di Gaza e Netanyahu – una questione tutt’altro che scontata: i richiami e messaggi politici tra gli artisti italiani scorrono decisamente meno di quanto non facciano i gruppi irlandesi. McGovern, dimenatosi per tutto il tempo, arriva al finale in forma, senza mostrare stanchezza; il resto del quintetto macina suoni e si diverte; il pubblico lascia il capanno dell’Eremo sudato e soddisfatto, mentre tocca di nuovo ad artisti berlinesi, cioè ai dj di Bordello a Parigi, trasportare tutto verso l’area esterna, al suono di synth e groove cosmici.

Il Santommaso Festival è arrivato nel lungo elenco di progetti pugliesi con una carica più cupa e non meno divertita degli altri, riuscendo a spostare un po’ più in là il confine dell’offerta e della varietà musicale della regione. Non è poco: nel fiorire di festival che da maggio ad agosto popolano il centro e il sud della Puglia, preservare le ambizioni rock e portare qui grandi gruppi stranieri è fondamentale. Ne va della bontà del terreno in cui far crescere la scena musicale tutta, così come un albero per crescere ha bisogno di un terreno fertile e vivace. 

Missione riuscita, dunque, per il Santommaso. Auguriamogli una vita lunga.

Artico a cura di : Michele Cornacchia

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