Maggio 19, 2026
cf2cde14-1f24-4a61-a871-da330c5fbecb

Viaggio sonoro tra introspezione, sound design e nuove visioni del pop alternativo italiano

Con un nome che richiama la tecnica fotografica della posa lunga, un singolo d’esordio che si intitola “Fine del mondo”, e una produzione curata da Giorgio Maria Condemi (già al fianco di Motta), La Posa Bulb arriva da Civitavecchia con l’ambizione di farsi ricordare.

La loro musica è stratificata, suggestiva, costruita su dettagli: ma anche immediata, diretta, con una scrittura che lascia spazio all’immaginazione e all’identificazione.

Abbiamo intervistato Lorenzo, Diego e Fabrizio, per scoprire chi sono, come lavorano e perché dovremmo tutti lasciarci investire dalla loro “fine del mondo”.

Partiamo da voi: Come nasce La Posa Bulb e che visione musicale volete portare nel panorama attuale?

Noi tre ci conosciamo da tanto e abbiamo sempre fatto musica insieme; fin da quando abbiamo deciso di intraprendere questo percorso il nucleo è sempre stato questo. La Posa Bulb nasce adesso, ma come conseguenza di un progetto precedente. È frutto di una serie di tentativi che ci hanno portato ad avere in questo momento una visione di musica più precisa e consapevole. Cerchiamo di fare una musica di qualità che possa essere diretta ma al contempo piena di dettagli e riferimenti sonori che ci fanno divertire.

Il nome della band è un manifesto. Che cos’è, per voi, la “posa lunga” applicata alla musica?

Possiamo dire che è stato lavorare a questo album che ci ha rivelato lentamente tante cose, compreso il nome. Mentre si lavorava alle diverse tracce è stato chiaro, ad un certo punto, che ciò che le rendeva simili era una grande affinità concettuale col mondo della fotografia. In particolare il fatto che i testi fossero descrittivi e catturassero emozioni e situazioni particolari, proprio come la fotografia riesce a fare. Da qui il nome La Posa Bulb: pensato per essere inizialmente il nome dell’album, è diventato presto il nome più adatto al progetto stesso. Riuscire a trasformare la lunga esposizione in musica, il racconto di uno spaccato di vita vissuta, è qualcosa che abbiamo sempre apprezzato anche negli autori del passato.

Nel singolo “Fine del mondo” convivono intensità emotiva e pulizia sonora. Come nasce la vostra scrittura, sia a livello testuale che musicale?

Le nostre canzoni nascono tutte, o quasi, chitarra e voce. Nascono così, nude. Possono nascere da un’idea immaginaria che poi si innesta a qualcosa di vissuto o viceversa. La parte musicale viene dopo. Un po’ come fa un sarto, cerchiamo di trovare la veste che più si adatta all’atmosfera e al significato della canzone. Questa è forse la parte più bella e creativa; quella in cui non manchiamo di inserire tutte le influenze e i riferimenti ai mondi musicali che ci piacciono, cercando di rimanere più possibile coerenti con quello che la canzone suggerisce.

Chi si occupa degli arrangiamenti e come lavorate in fase di produzione?

Gli arrangiamenti sono sempre molto corali. C’è uno scambio continuo di idee. Si segue l’idea più convincente e da lì, una volta intuita la strada che ci sembra più giusta, andiamo ad aggiungere e togliere dettagli ed elementi finché il tutto non ci convince. Una volta impostato un arrangiamento è spesso la canzone stessa che ti suggerisce certe scelte che magari inizialmente non erano molto chiare. Arrivati al punto in cui il brano prende una sua forma, registriamo una demo che possiamo riascoltare e sulla quale via via apportiamo dei miglioramenti fino a che tutto ci quadra. Questo è a grandi linee il metodo che ci troviamo bene ad adottare.

La vostra è una formazione a tre ma il suono è molto pieno e dinamico. Che tipo di strumenti, effetti, scelte tecniche utilizzate per costruire i vostri brani?

È vero, siamo in tre e ognuno di noi predilige uno strumento. Ma non ci siamo mai vincolati ai nostri strumenti. In fase di produzione ci piace aggiungere ciò che riteniamo necessario per il bene del brano e per raggiungere il suono che abbiamo in mente, anche se questo significa sovraincidere e aggiungere cose esterne alla pura formazione. Questo rende interessante anche l’approccio live, che a quel punto ti costringe a rivedere gli arrangiamenti, che diventano più scarni, diretti e finiscono per differenziarsi dalla produzione del disco. È bello quando un artista dal vivo mostra una faccia leggermente diversa, e magari riesce anche ad arrivare di più all’ascoltatore.

Lorenzo si occupa di sound design: ci raccontate come questo influisce sul vostro approccio in studio e dal vivo?

Ad un certo punto il suono che hai in mente, oltre che essere bravo ad immaginarlo, devi devi anche saperlo tirare fuori dalla strumentazione. Questo vale per tutti gli strumenti. Per quanto riguarda il mondo dei synth e delle tastiere Lorenzo è molto abile in questo, e rappresenta la parte più tecnologica dei tre. Questo ovviamente in fase di produzione ha il suo peso, perché è azzeccando il suono giusto al momento giusto che i pezzi prendono colore.

Dal punto di vista vocale, alternate due voci. Come decidete chi canta cosa, e che ruolo ha la voce nella costruzione dell’identità della band?

Quella delle due voci è una caratteristica a cui abbiamo dato più spazio recentemente, anche se c’è sempre stato un dualismo. Scriviamo in due, di conseguenza spesso finisce che chi scrive la canzone la canta. Ma ci sono casi dove invece alcune cose si prestano maggiormente ad una voce piuttosto che all’altra, allora lì diventa semplicemente una questione di colore e ci divertiamo a scambiarci. Le due voci sono poi molto diverse tra loro, per fortuna: questo è significativo, perché pensiamo possa aggiungere molto movimento all’ascolto di insieme. Rende tutto molto più organico e corale. È una caratteristica molto apprezzata dal nostro pubblico. 

La produzione artistica è di Giorgio Maria Condemi. Com’è nata la collaborazione e cosa ha aggiunto al vostro suono?

Abbiamo conosciuto Giorgio tramite un nostro amico che aveva lavorato con lui. Noi eravamo alla ricerca di un produttore e Giorgio stava proprio in quel momento finendo di allestire lo studio dove poi avremo di lì a poco registrato, 8pollici Studio.

Conoscevamo Giorgio come musicista e sapevamo venisse da un mondo musicale un po’ diverso dal nostro, me era proprio quello che ci serviva. Un contrasto. Quando siamo arrivati da lui con le demo eravamo molto legati ad un’idea di pulizia e linearità sonora eccessiva. Sapevamo che quella visione andava superata. Ci siamo fidati e affidati. Giorgio ha aggiunto ai brani quella veracità che mancava alla nostra musica. Ci ha traghettato in un mondo molto meno educato, molto meno pulito, molto più asciutto, che ha reso tutto più bello, divertente e attuale. Abbiamo cambiato in meglio il nostro modo di suonare e di pensare la musica. I brani sono stati decostruiti e abbiamo messo in discussione tutto: strutture, suoni, testi.

A livello di riferimenti musicali, quali sono i vostri punti di riferimento, in Italia e fuori?

Ognuno di noi ha ascoltato tanta musica ed ha attraversato diversi generi. Nei nostri ascolti ascolti ci sono punti in comune e punti divergenti. Pensiamo che alla fine quello che uno mette dentro ai propri dischi sia una sintesi tra tutto ciò che hai sempre ascoltato e la cosa con cui vai in fissa nel momento in cui fai il disco. Non sapremo dire un riferimento preciso. Forse non c’è. Ogni brano ha il proprio mondo anche nelle influenze e nelle citazioni. Ci piace mettere dentro tanti piccoli riferimenti che vengono da più direzioni.

Cosa deve aspettarsi chi ascolta il vostro primo album in arrivo?

Sicuramente devono aspettarsi un disco dinamico e pieno di tante sfumature diverse. Un disco in cui abbiamo giocato e sperimentato tanto. Ogni pezzo è un mondo a sé nonostante un’unità complessiva che comunque resta.  Per il resto non sappiamo come il pubblico reagirà e che cosa aspettarci noi da lui: siamo molto soddisfatti del lavoro fatto, il disco ci diverte molto, questo è già un ottimo punto di partenza.

Viviamo in un’epoca di consumo rapido, ma voi scegliete lentezza, profondità, immagini “in esposizione”. È anche una presa di posizione?

Il concetto di musica, e in generale di arte, è diventato purtroppo strettamente connesso al concetto di mercato. Con questa cosa ci facciamo i conti anche noi naturalmente. Devi essere sempre a mille, e non è per niente una cosa semplice. Ma al di là di questo, suonare e fare musica per noi è soprattutto un piacevole momento di evasione. Un gioco tutto nostro. Quindi sì, scegliere la lentezza, la sospensione è anche un modo per neutralizzare questa necessità di essere rapidi che ad oggi sembra essere un obbligo. Credo che questo fatto traspare dal nostro modo di scrivere.

Perché oggi, nel mare di uscite digitali quotidiane, qualcuno dovrebbe fermarsi ad ascoltare La Posa Bulb?

È una domanda difficile e forse non ce la sentiamo di dare una risposta precisa… la questione delle innumerevoli e continue uscite è un problema grande quanto inevitabile. Sicuramente è molto più soddisfacente conquistare le persone suonando dal vivo, piuttosto che passando dai loro telefoni. Al di là di questo quello che possiamo dire è che il lavoro che abbiamo fatto ci convince e ci soddisfa. Questo è importante. Abbiamo lavorato molto per rendere questi brani -come dicevi giustamente anche tu- sia diretti che pieni di dettagli. Questa è la caratteristica che cerchiamo di portare avanti da sempre. Una semplicità dettagliata.

Ma a un certo punto l’artista deve tirare i remi in barca e passare la palla a chi ascolta. A quel punto sarà il pubblico a dire se e perché sia valsa la pena fermarsi ad ascoltare La Posa Bulb.

Lascia un commento

error: Questo contenuto è protetto!