Alle otto di sera il capanno dell’Eremo è quasi vuoto e sul palco c’è già qualcuno che suona. Sono in poche decine davanti a Tiziano Parente, in arte Agenda dei Buoni Propositi, mentre fuori il piazzale si riempie lentamente e le finestre a lato del palco restano spalancate su un Adriatico che stasera non manda un filo d’aria. È il momento in cui di solito si cerca il bar e ci si guarda intorno, e la direzione artistica del Santommaso ci ha messo la cosa più ostica che aveva in programma: lunghe stese di sintetizzatori, arpeggi ripetuti fino a consumarsi, un cantato che ogni tanto scivola sotto la soglia dell’udibile. Una scelta strana, sulla carta. Efficace, invece: chi è entrato presto resta fermo davanti al palco, e quella musica chiede esattamente questo.
Il pugliese classe 2002 porta Prima Danza come lo porta sempre, cioè da solo, ed è materiale che sul palco non fa sconti a nessuno. L’album, uscito nell’aprile dello scorso anno per Dischi Uappissimi, è un concept costruito attorno alla storia di Ellen West, la paziente di Ludwig Binswanger la cui vicenda — disturbo alimentare, diagnosi di schizofrenia, suicidio — attraversa il Novecento psichiatrico come un caso di scuola e come una sconfitta. Materia che si presta al peggio e che Parente maneggia per sottrazione: testi scheletrici, ridotti alla ripetizione di poche formule fino a renderle ossessive; sintetizzatori e campionamenti a reggere l’impianto, con chitarra e pianoforte a offrire un appiglio quando serve.
Pochi minuti di cambio palco – il tempo di una prima birra, mentre il capanno inizia a ingrossarsi – e tocca a Carbeau. Ancora un artista solo, per poco meno di un’ora, ma la stanza intorno a lui è già un’altra cosa: la gente entra e non esce più, e continuerà a entrare per tutto il set.
Portare qui una musica sussurrata è un azzardo. Il capanno si sta riempiendo di gente che freme per un altro, che guarda l’orologio e tiene d’occhio il palco, e Carbeau attacca tenendo la voce un passo sotto il volume che ti aspetteresti. Non alza mai il tono per farsi spazio, e proprio per questo se lo prende: il pubblico abbassa il suo, e la sala si accorda su di lui invece del contrario.
Quello che suona somiglia a una trap scarnificata e addolcita dieci anni dopo la trap, ripulita di tutto quello che in origine serviva a farsi sentire da lontano. Le tracce sono variegate, cambiano pelle una dopo l’altra, e ogni tanto un accenno di cassa le spinge verso il ballabile per qualche battuta, giusto il tempo di far muovere le teste prima di richiudersi. Va avanti così per tutto il set, riscaldando il capanno per gradi, senza mai una forzatura. La scaletta pesca quasi tutto da Odore dell’Asfalto, uscito a metà maggio, e il portoghese entra ed esce dall’italiano senza mai fare la citazione esotica: le lingue e i modi di intendere una canzone stanno tutti dentro gli stessi arrangiamenti, senza escludersi a vicenda.
Vale la pena fermarsi un attimo, prima del secondo cambio palco, su cosa sta succedendo qui dentro.
Quindici euro. È il prezzo del biglietto per una serata che mette in fila quattro artisti in quattro lingue musicali diverse, in un club sulla statale Molfetta-Giovinazzo, di lunedì, in pieno agosto. E la comunicazione del festival li ha trattati alla pari: raccontati uno per uno, senza gerarchie di corpo tipografico, pur sapendo benissimo che la maggior parte della gente sarebbe arrivata per il terzo. È una scelta editoriale prima che promozionale, e il capanno pieno alle nove di sera dimostra che ha funzionato.
Ci sembra il dato più solido di questa seconda edizione. Il Santommaso è nato l’anno scorso a Giovinazzo su iniziativa dell’omonima associazione, si è trasferito all’Eremo per ragioni logistiche e ci è rimasto per convinzione; quest’anno ha sciolto la formula delle due date estive ravvicinate e le ha distribuite, tenendo questa il 10 agosto e spostando l’altra a novembre. Tiene insieme le due cose, insomma: la serata d’agosto che intercetta chi è qui adesso, e quella d’autunno che parla alla comunità che all’Eremo ci torna tutto l’anno.
Nel frattempo, Rareş arriva a Molfetta e sale sul palco in tre.
Non è un dettaglio da nota a piè di pagina, perché Sincero! – il disco in cui, dopo l’esordio di Curriculum Vitae e dopo lo sperimentalismo elettronico spinto di Femmina, decide contemporaneamente di ridurre all’osso e di suonare tutto – vive di intrecci di sax, flauti e clarinetti che tengono insieme melodie apparentemente semplicissime. Portarlo sul palco in trio non è una versione ridotta: è una traduzione, e le traduzioni fanno emergere cose che l’originale teneva coperte.
Sul palco ci sono una batteria e un polistrumentista che si divide tra basso e tastiere; Rareş canta e suona la chitarra, e ogni tanto si sposta al piano. Lo spazio dei fiati se lo prendono le chitarre: i brani perdono il ricamo e guadagnano spigoli, e dove sul disco un fiato risponde alla voce con una frase morbida, qui c’è un accordo che spinge.
Qualcosa si perde, e va detto. Le fiammate che sax e clarinetti accendono in studio non hanno sostituto, e i pezzi che su Sincero! vivono di quegli incastri – Robina ela title track su tutti – dal vivo arrivano più piatti, con la voce costretta a reggere da sola un peso che sul disco era distribuito. Per un’ora abbondante il set resta a un regime più basso di quanto la scaletta lasci immaginare.
Non per questo è meno interessante, anzi. Quello che resta scoperto è la struttura delle canzoni, e la struttura tiene: Robina e Topi funzionano identiche senza una nota di fiato, perché non era lì che stavano in piedi. Un disco costruito sulla riduzione all’osso che dal vivo viene ridotto ancora, e che regge – difficile trovare un modo più diretto per dire che la scrittura viene prima dell’arrangiamento, e che il pubblico canta a memoria questi brani perché l’essenziale funziona.
Il caldo, nel frattempo, è quello di un 10 agosto senza vento, e non ferma niente. Il pubblico sta accalcato sotto il palco e non arretra di un passo per tutta l’ora, canta i pezzi più conosciuti dell’album e si muove anche su quelli che sulla carta non lo chiederebbero. La scaletta prende quasi tutto dall’ultimo disco, con qualche affondo nel repertorio precedente – Mille macchine su tutti – e chiude altrove: l’ultimo brano è Agosto, scritto con faccianuvola, cantato con la formazione ridotta all’essenziale e seguito dal capanno fino in fondo. C’è una specie di cortocircuito, in questo: una canzone nata dall’amicizia tra due autori che si somigliano un po’, cantata nel mese che le dà il nome, davanti a un pubblico che nell’ultimo anno ha imparato ad amarli entrambi – lo scorso marzo, all’Eremo, il sold out era per faccianuvola. Il set si chiude su un pezzo che non è suo del tutto, e finisce per essere il momento più suo della serata, visto che toglie la coperta elettronica originale in favore di chitarra e piano.
Finito il concerto tutti escono in giardino a prendere aria, l’unica disponibile in tutta la sera. Poi, a poco a poco, si rientra.
Fabrizio Mammarella suona dalla postazione a lato del palco. Una parte del pubblico si ferma a Rareş e saluta, ma sono in molti a rientrare e a restare fino in fondo, e non per inerzia: si balla, e si balla parecchio. Quello che manda in sala è dance dichiaratamente elettronica, tutta sintetizzatori e macchine, ma tenuta a una misura che a quell’ora nessuno gli avrebbe rimproverato di abbandonare – niente scarti, niente colpi a effetto, un’eleganza che non alza mai la voce. Mammarella è uno dei due nomi dietro Slow Motion Records, l’etichetta che da quasi vent’anni promuove quello che lui stesso chiama Italian Dance Wave: italo disco, proto house, sintetizzatori vecchi e drum machine rimessi al lavoro in un contesto contemporaneo. Vive tra Chieti e Berlino, e la parte tedesca della biografia è quella che finisce sempre nei comunicati, ma il materiale che maneggia è italiano da capo a fondo. Sentirlo qui, con l’Adriatico dietro le finestre e le stelle che nessuno è più uscito a cercare, fa l’effetto di un patrimonio riportato in casa dopo un giro lungo.
La forma di questa serata è leggibile e ci dice più di qualsiasi giudizio sui singoli set: poche decine di persone alle otto, un capanno che si riempie in un’ora, una sala compatta e immobile per un’ora e mezza, una boccata d’aria in giardino, un ritorno dentro a ballare. Chi è arrivato presto ha sentito quattro cose diverse in una sera sola, e nessuna delle quattro era lì per riempire un buco d’orario.
È qui che il Santommaso ha fatto il lavoro vero. Mettere in fila l’elettronica ostica di un ventiquattrenne di Alberobello, il sussurro poliglotta e contaminato di Carbeau, il cantautorato energico di Rares che dal vivo si riscrive in tre, e trent’anni di dance italiana modernissima, non è un cartellone assemblato per generi: è una progressione di temperature, pensata perché ogni passaggio prepari il successivo. Costruirla richiede ascolto e tempo, e non richiede il budget che in questa stessa estate serve altrove per molto meno.
Quattro nomi che varrà la pena di seguire, un capanno sul mare, un biglietto che non ha selezionato nessuno all’ingresso. La seconda data è a novembre: non è difficile immaginare che ci sarà da fidarsi anche allora.
Articolo a cura di Michele Cornacchia
Photo Credit Marco Giannuzzi









