Il contorno del Mish Mash è sempre uguale: dall’affollata terrazza del Castello di Milazzo, prima la natura e poi l’uomo hanno disegnato un panorama notturno piuttosto unico e altamente scenografico. Da un lato la bella città, aggrappata al suo promontorio e affollata diviaggiatori per le Eolie o di spiaggianti della domenica; dall’altro, stesa lungo il golfo di fiancoa Milano, la vasta, luminosissima e minacciosa industria. Lo canta benissimo uno degli ospitistasera, anch’esso siculo ma della più distante Siracusa: “ce ne andiamo a guardare l’industria / che di notte è allucinante”.Il programma di questa prima notte del Mish Mash porta altissimi i nomi di due degli autori più interessanti degli ultimi anni in Italia: in apertura Joan Thiele, fresca dell’ottimo Joanita, co-prodotto col bravissimo Emanuele Triglia; subito dopo Marco Castello, che invece è da due anni impegnato in una lunghissima promozione di Pezzi della sera, l’album che lo sta consacrando grazie a capacità dal vivo di altissimo livello.Il set della Thiele raccoglie molto dell’album, oltre a una raccolta di alcuni brani più vecchi. La sua voce usa il suo tono caldo per richiamare sonorità e melodie desertiche, pescate a piene mani da lei e Triglia dalla tradizione della library music italiana, capace di farsi centro eatmosfera nello stesso istante. Dal punto di vista sonoro, Thiele ha lavorato molto sulle dinamiche: nei pezzi più elettronici e accesi, il basso pulsava spesso, mentre i sintetizzatori disegnavano archi e piccoli rilievi melodici che rendevano le tracce capaci di oscillare tra pope post-indie. Gli arrangiamenti dal vivo hanno dato spazio a dettagli: una controcanto inaspettato, un fraseggio di chitarra che rispondeva alla voce come a volerla sollevare, e l’uso di loop discreti che hanno trasformato certi momenti in una specie di mantra moderno. Ottimi, su tutti, i momenti di Veleno, accesa nella sua rabbia acida dalla voce della Thiele; la sanremese Eco, il cui ritornello arioso piace, e molto, al pubblico; l’inaspettata e ottima partecipazione di Frah Quintale, salito sul palco per cantare Occhi da gangster, scritta e cantata assieme per Joanita. Finito il set dell’italo-colombiana, arriva il (quasi) padrone di casa sul palco, non più solo dopo il tour invernale in acustico, ma con tutta la band, il reparto ritmico e i fiati ad ampliare ancor di più la portata dei suoi brani. La scaletta di Marco Castello prende tantissimo, a piene mani, da Pezzi della sera, il più amato e conosciuto dal pubblico, che passa dalla danza timida sul giro di synth di Dracme, alla commozione di Melo, chiamata a piena voce dalle prime file; i brani più intimisti cedono il passo in più occasioni a quelli più divertenti, guidati da trombe e sax, che tutte e tutti cantano in coro. C’è tempo, e molto, per una deviazione dal sentiero: nella seconda metà del concerto Castello introduce e porta sul palco alcune delle sue principali ispirazioni, con Palco di Gilberto Gil, Amara di Enzo Carella,Orgoglio e dignità di Lucio Battisti. Suoni funk, jazz, tropicali, cantautorali, mescolati assiemein una fedele riproposizione dell’autore o in una rivisitazione sicula. Ancora, finite le cover, con un piccolo cambio nella sua orchestrina, Marco canta un brano scritto assieme ai Tropea, presenti quasi tutti nella sua band, prima di salutare tutti. Finito? No, manca il brano probabilmente più famoso e amato dei suoi: Torpi, col suo crescendo destinato al funk, è il momento del saluto, quello in cui Castello ringrazia e invita tutti presso il suo stand, dove è subito circondato da richieste di foto e autografi.Il contrasto tra i due artisti è stato stimolante: Joan Thiele ha dato al palco una luce più lisergica e giocosa, fatta di fraseggi sintetici e incastri ritmici; Marco Castello abbandona le atmosfere – se non quelle tropicali – per abbracciare semplicissime emozioni. Dal punto di vista tecnico, il suono del Mish Mash si è presentato benissimo, nonostante la peculiare conformazione dell’arena che lo ospita e il pubblico stesso a destra e sinistra.
A chi era lì per la prima volta il Mish Mash ha mostrato la sua forza: non è la dimensione, né il grande palco, ma la qualità della proposta artistica e la cura degli interpreti a fare la differenza. Joan Thiele e Marco Castello, in due modi diversi, hanno confermato che la canzone contemporanea italiana continua a trovare vie espressive credibili — tra jazz, funk, scrittura attenta e presenza scenica misurata.Siamo arrivati a Milazzo in cerca di conferme sullo stato di salute della musica d’autore in Italia: torniamo con segnalati più che rassicuranti; torniamo divertiti.
Articolo a cura di Michele Cornacchia
Photo Credits: Stefania Giuffrida



































