C’è una parola che ritorna, dopo una serata come quella di ieri 26 giugno al Flowers Festival di Collegno: vivi. Vivi nel senso più fisico e urgente del termine – sudati, sgolati, con le gambe che ancora reclamano il ritmo anche il giorno dopo.
L’XI edizione del festival ospitato nel Cortile della Lavanderia a Vapore ha regalato una delle serate più intense della sua storia, con La Niña e Okgiorgio a costruire, ciascuno a proprio modo, un discorso sulla musica come forza collettiva, come rito e come resistenza.
La Niña: quando il passato risveglia il corpo
Il palco de La Niña non è un palco.
È un bosco.
Rami intrecciati ovunque e dietro di essi una cascata di veli che filtrano la luce in modo da rendere tutto sospeso, quasi onirico, come se il confine tra il mondo dei vivi e quello delle storie antiche fosse momentaneamente poroso.
È in questa cornice che la cantautrice napoletana apre il concerto con O’ ballo d’ ‘e’ ‘mpennate, e già dalle prime battute è chiaro che quello che sta per succedere non è un semplice concerto. È un’invocazione.
Il sound de La Niña è una delle alchimie più riuscite della scena italiana contemporanea: la tradizione partenopea più antica fatta di tammorra, nacchere e chitarre battenti non viene semplicemente citata ma abitata e poi aperta all’elettronica come una finestra su un paesaggio nuovo.
Il merito è di una scrittura che non ha paura di stare nel profondo, sia nel senso geografico sia in quello culturale e fisico. E il corpo lo sente.
Il suono dei tamburi in Tremm’ parte dalla pancia prima ancora di arrivare alle orecchie, producendo quella strana e bellissima sensazione per cui le gambe cominciano a muoversi prima che la mente lo decida. Il pubblico del Flowers non ha resistito, ma come avrebbe potuto?
A ballare eravamo tutti, dai primissimi minuti, con quella qualità di movimento spontanea che è il segnale più onesto di un concerto riuscito. Figlia d’ ‘a tempesta e Guapparia hanno alzato ulteriormente la temperatura, confermando la capacità de La Niña di scrivere canzoni che sembrano sempre già conosciute, già nostre, già scritte dentro di noi in qualche lingua che avevamo dimenticato di sapere. Il finale è ugualmente potente, anche in senso politico.
Manalonga, brano presente solo nella versione vinile dell’album, prende la storia della strega di Benevento e la riscrive: non è lei la colpevole, lo sono coloro che l’hanno intrappolata nel fondo del pozzo. Un coro di voci restituisce dignità a un’icona del terrore popolare, trasformandola in simbolo di un femminile che non chiede scusa. Il pubblico, ormai completamente conquistato, ha ascoltato in silenzio e la pelle d’oca non ha stentato ad arrivare.
Okgiorgio: ballare è un atto politico
Se La Niña ci ha portati nel ventre della terra, Okgiorgio ci ha presi per mano e trascinati nella notte.
Il trio sale sul palco circondato da tastiere, sintetizzatori, batterie, chitarre, ukulele, in un momento in cui il caldo dell’attesa tra i due set rischiava di sedare gli animi. Non è durata.
In pochi attimi, qualcosa si rompe ed esplode. Gli spettatori si ritrovano tutti immersi nella luce flebilissima della luna, che ieri sera sembrava complice, sospesi e trascinati dallo stesso vento invisibile. Braccia alzate, occhi chiusi e poi spalancati, balli, urla. Una comunità improvvisata che si muove all’unisono senza aver firmato nessun accordo, senza che nessuno l’abbia chiesto.
Okokok ti spinge ancora di più a guardarti intorno per osservare le scintille negli occhi degli altri, dalle persone che ami a quelli che neanche conosci. E poi arriva il momento inatteso.
Sul palco salgono La Niña e Alfredo Maddaluno, e prima ancora di suonare una nota raccontano al pubblico quello che è successo due ore prima dell’inizio del concerto: insieme, si sono seduti e hanno letto Sole, Luna e Talia, il quinto racconto de Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, quella “Bella Addormentata” antica e feroce, scritta a Napoli nel Seicento, prima ancora che Perrault e i Grimm la addomesticassero per i salotti europei.
Da quel momento di condivisione privata nasce qualcosa di pubblico e irripetibile: chitarra, voce, bassi elettronici che raccontano una storia così antica da sembrare di nuovo urgente. I brividi arrivano subito, le gambe si muovono da sole.
È difficile spiegare cosa rende così raro un momento del genere.
Forse è sapere che non era previsto, che è nato dalla lettura condivisa di una fiaba e che per questo porta con sé tutta la fragilità e la bellezza delle cose che accadono davvero. In un’epoca di concerti costruiti al millimetro, c’è qualcosa di profondamente commovente in un palco che improvvisa su Basile. Poi la festa riprende, più libera di prima.
Okgiorgio lascia parlare la musica per sé ma quando usa le parole ci chiede di ballare responsabilmente, di pensare a chi nel mondo non può permettersi di farlo, ballare anche per loro, combattere ballando. Non è retorica: ieri notte, con quel pubblico, suona come un manifesto credibile e sentito. E si balla, si balla ancora. A chiudere è dettagli, con la voce di Ornella Vanoni che ricorda che sono i piccoli particolari a restituirci a noi stessi. E ieri serata, ogni goccia di sudore, ogni gesto della mano, ogni salto e ogni grido sono stati esattamente questo: dettagli che, messi insieme, hanno ridisegnato per qualche ora il senso di stare al mondo. O almeno di starci con più gioia.
Il Flowers Festival ha ancora settimane davanti a sé, con una lineup che non smette di stupire. Ma la serata di venerdì ha già lasciato un segno difficile da cancellare. La Niña e Okgiorgio, ciascuno con il proprio universo sonoro e con la propria idea di cosa possa fare la musica, hanno dimostrato che la scena italiana contemporanea sa ancora trovare linguaggi nuovi per raccontare cose antiche.
E che, a volte, basta una fiaba letta in camerino per cambiare una serata e forse qualcosa di più.




































