Niccolò Fabi porta la sua “Libertà negli occhi” al Teatro Colosseo di Torino in una serata che conferma, ancora una volta, la sua capacità di trasformare un concerto in un’esperienza di ascolto profonda e meditativa. Il 15 ottobre, il cantautore romano, 57 anni, ha presentato al pubblico uno spettacolo raffinato e coerente, affiancato da una band che unisce collaboratori storici e nuovi compagni di viaggio, gli stessi che hanno contribuito alla realizzazione dell’ultimo album Libertà negli occhi, da cui prende nome il tour.
La scaletta intreccia brani del nuovo lavoro con canzoni del repertorio più amato, seguendo un filo narrativo che punta dritto al cuore delle emozioni. Non si tratta di una tournée promozionale, ma di un percorso interiore costruito per restituire al pubblico un’esperienza emotiva completa, lontana dalla semplice esecuzione di brani noti. Le nuove canzoni arricchiscono il linguaggio di Fabi, aggiungendo sfumature e intensità, alternando momenti più raccolti a passaggi di maggiore energia.
L’atmosfera in sala è quella di un’intimità condivisa, un equilibrio raro tra delicatezza e intensità. Anche la disposizione scenica contribuisce a questo senso di raccoglimento: Fabi sceglie una posizione decentrata sul palco, riducendo al minimo l’elemento visivo per privilegiare la concentrazione sull’ascolto. Il racconto sonoro prende così il sopravvento sull’immagine, in un invito implicito a distogliere lo sguardo e ad abbandonarsi completamente alla musica.
Il concerto assume il valore di un gesto controcorrente, un invito a rallentare in un’epoca dominata dalla velocità e dalla distrazione.
Sul palco del Teatro Colosseo, insieme a Fabi, si sono esibiti Roberto Angelini, Alberto Bianco, Cesare Augusto Giorgini, Filippo Cornaglia e Riccardo Parravicini, tutti protagonisti anche della registrazione dell’album, con l’unica assenza di Emma Nolde, presente però nella fase creativa del disco. Libertà negli occhi è nato da dieci giorni trascorsi in una baita in Val di Sole, tra la neve e il silenzio, in una sorta di residenza artistica lontana dal rumore del mondo.
Da quella quiete è scaturito un lavoro che riflette sulla libertà, sull’ascolto e sul senso stesso del fare musica oggi. A Torino, questa riflessione si è trasformata in suono: un dialogo gentile tra palco e platea, in cui la libertà, prima che negli occhi, sembra risiedere nelle orecchie di chi sa ancora ascoltare.
Articolo a cura di Elisabetta Canavero
Photo Credit: Marco Ritoli





















Elisabetta Betta Canavero, unisco la passione per la musica, gli spettacoli e la fotografia, seguendo gli eventi più vicini e lontani, dando vita a racconti coadiuvati dall’obiettivo della macchina fotografica
