Nata tra le mura di House of Rock a Torino, la band Irossa ha saputo mescolare con sapienza indie rock, post-punk e art-pop in un caleidoscopio sonoro che sfugge alle etichette tradizionali. Con il loro primo album autoprodotto, Satura, e il recente lavoro La mia stella aggressiva si nasconde nelle virgole e nei punti, il gruppo ha consolidato un’identità sonora unica, caratterizzata da un gioco di voci maschili e femminili e da composizioni stratificate come matrioske musicali. Originarie di Torino, una città che ha influenzato profondamente il loro modo di esprimersi, Irossa sono un esempio di come la musica possa raccontare la vita urbana e le sue contraddizioni con energia e sincerità. Con loro abbiamo parlato di radici, sperimentazione, identità e di un percorso che è tanto personale quanto collettivo.
Il progetto Irossa è nato da un incontro alla House of Rock di Torino. Com’è stata quella prima scintilla e come ha preso forma il vostro percorso musicale?
Tutto è nato, curiosamente, da un corso di chitarra bluegrass. Quasi tutti noi facevamo già parte della scuola di Robbo Bovolenta da diversi anni, ma in gruppi diversi… il corso ci ha dato l’opportunità di conoscerci e iniziare a suonare e scrivere pezzi insieme. Da lì, tutto in discesa: sono nati i primi brani, poi i primi concerti in piccoli locali tra Torino e provincia, mentre i legami tra di noi si rafforzavano. Forse in futuro torneremo alle origini e scriveremo un album bluegrass, giusto per chiudere il cerchio.
Torino è una città ricca di storia e contrasti. In che modo la sua atmosfera urbana ha influenzato la vostra musica e il modo in cui raccontate le vostre storie?
Probabilmente in modo inconscio, implicito: non ci siamo mai fermate a pensare a come rappresentare Torino nei nostri pezzi, ma è stata lei ad infilarsi qua e là. Non è facile quindi vedere come ci ha influenzate, forse perché non ce ne rendiamo nemmeno conto, servirebbe un commento esterno. Senza dubbio è una città e una realtà a cui siamo tutte molto legate, e nessuna di noi al momento sente la voglia o il bisogno di andarsene.
Il nome “Irossa” è evocativo e particolare. Da dove nasce e cosa rappresenta per voi come band?
La volontà iniziale era quella di avere un nome “colorato”, ma avevamo anche fretta di trovarlo per un live imminente che avevamo in programma… “irossa” è stato il miglior candidato. Solo dopo abbiamo scoperto una poesia di Rimbaud, “Les voyelles”, in cui le vocali hanno ognuna un proprio colore e la “i” è rossa. Se vogliamo fare i seri, allora diciamo che il motivo è questo! Abbiamo poi deciso di utilizzare l’articolo “le” (le irossa) sia per una questione fonetica sia perché ci piaceva l’idea di utilizzare, invece che il maschile, un femminile sovra-esteso, quando di fatto è presente una sola ragazza nel gruppo.
La vostra musica è un mix di indie rock, post-punk e art-pop, ma conserva un’identità sonora molto riconoscibile. Come fate a bilanciare queste influenze diverse?
Trovare un’identità non è stato facile e anzi, non siamo nemmeno ancora sicure di averla trovata. Sicuramente siamo partite con le idee molto precise, fin dai primi pezzi: cercare di mischiare e ibridare più generi e più influenze possibili, anche se distantissimi. Nei primissimi concerti qualche pezzo (fortunatamente scartato…) arrivava anche al funky e al raggae/ska. Abbiamo lavorato più sulle sonorità che sulla scrittura, si potrebbe dire: anche per questo secondo album, le influenze sono state molte (anche se già più precise), ma abbiamo cercato di trovare dei suoni costanti e compatti. L’uso ricorrente di voce maschile e femminile, di cambi di tempo e di ritmi dispari ha aiutato anche in questa direzione.
Utilizzate spesso la metafora delle matrioske per descrivere i vostri brani, con tante “bambole” musicali incastrate l’una dentro l’altra. Come funziona il vostro processo creativo per ottenere questo risultato?
Non so come si costruisca una matrioska ma non penso sia molto differente… si parte dal piccolo, che può essere un riff, una melodia o un arpeggio proposto da uno di noi. Dopodiché, ci si trova in sala prove e si fanno ore e ore di jam session, finché non esce qualcosa di buono; lo si registra col telefono, ce lo si ascolta, e la prova successiva si riparte di lì, aggiungendo linee vocali, testi, o magari cambiando del tutto l’idea originale del pezzo. Insomma, man mano le matrioske si ingrandiscono fino ad arrivare a una canzone conclusa. Pensiamo non sia facile per chi ascolta, ma per noi che i pezzi li abbiamo scritti è semplice e immediato ripensare alla bambola più piccola, a quel primo riff che magari ora è così diverso.
Satura è stato un album autoprodotto, mentre il vostro secondo disco ha visto la collaborazione con un produttore esterno. Come è cambiato il vostro approccio in studio e cosa vi ha insegnato questa esperienza?
In realtà anche LMSA resta autoprodotto come Satura, però per le registrazioni (e mix) ci siamo affidate da subito a Claudio Lo Russo, per avere un orecchio esterno che potesse aiutarci a mettere in pratica quello che avevamo in mente. Il percorso con Claudio è stato importante e pensiamo sia stata la persona giusta al momento giusto, sia dal punto di vista professionale sia da quello umano. Ha saputo ascoltare tutte le nostre richieste e intenzioni e ci ha permesso di dare quel qualcosa in più che da sole non avremmo potuto aggiungere. La novità per noi è stata poterci dedicare al 100% al nostro strumento e alla nostra parte, con la consapevolezza che ogni tassello avrebbe avuto la sua collocazione.
Nel vostro album più recente si avverte una maggiore maturità e intensità. Quali emozioni e momenti personali hanno alimentato la scrittura di questo lavoro?
Quando abbiamo scritto Satura eravamo forse più leggere e spensierate, anche perché inizialmente non avevamo scritto i pezzi con l’intenzione “finale” di raccoglierli in un album. La scrittura di LMSA è stata diversa. Tutte noi abbiamo vissuto cambiamenti personali importanti, e la maturità dell’album forse è specchio della nostra crescita… sembra assurdo pensarlo, ma in poco più di un anno tante cose sono cambiate. Il sentimento dei cambiamenti e l’urgenza di esprimerli sono stati i motori primi di questo secondo album. A ciò si sono aggiunte anche considerazioni di tipo più “tecnico”: volevamo creare un lavoro più intenso, con suoni più diretti e magari meno timidi rispetto alle prime canzoni. Ci sembra di esserci riuscite.
Due voci principali, femminile e maschile, si alternano e si intrecciano nel vostro sound. Come è nata questa collaborazione vocale e cosa vi piace di più di questo gioco di voci?
Anche questo è stato un avvenimento naturale: Maghi e Jaco sono entrambi ottimi cantanti, perché avremmo dovuto sceglierne solo uno? In più, ci sembrava anche un espediente interessante: di solito le band hanno un front-man ben preciso, mentre gli altri membri si limitano a fare dei cori o qualche intervento più consistente. Per noi, invece, l’idea di avere due front-men, maschile e femminile, con lo stesso peso, è sembrata interessante. Sono due voci che si incastrano bene, che dialogano bene, e che ci permettono di avere un elemento di varietà in più.
Margherita porta avanti anche il progetto solista Edera. Come si influenzano i vostri percorsi individuali e in che modo questo arricchisce il lavoro delle Irossa?
A livello musicale, ci sentiamo sempre più arricchite dal contesto torinese in cui siamo. Maghi ha il suo progetto solista, Edera appunto, così come Simo e Jaco hanno Spore, Jaco anche Best Before, Vale i Sabbatica, ecc. E poi siamo tutte parte di Vertebre, collettivo-festival che organizza eventi musicali a Torino. Insomma, il dialogo tra varie realtà, così come quello Edera-irossa, è fondamentale. Non possiamo negare, per esempio, che pezzi come “Fango” e “Potomac” hanno risentito molto dell’influenza di Maghi e dei musicisti con cui ha collaborato (es. Meg dei 99 Posse). Ogni esperienza con altre situazioni creative è importante per la crescita artistica di ogni membro delle irossa.
Sul palco trasformate quello che chiamate “casino organizzato” in un’energia unica e coinvolgente. Come vivete l’esperienza live e cosa vi piace di più nel confrontarvi con il pubblico?
Risposta forse scontata, ma dal vivo diamo tutto. Certo, ci sono state situazioni in cui magari eravamo un po’ spompe, vuoi la stanchezza, vuoi la scarsa risposta del pubblico; ma quando siamo prese bene, la dimensione live è quella che ci piace di più. Ci ricordiamo ancora i primi concerti in cui si iniziava a sentire qualcuno che, tra la (poca) gente, cantava i ritornelli delle nostre canzoni; è stato impressionante vedere che, negli ultimi concerti che abbiamo fatto a Torino, il pubblico ormai cantava ritornelli e strofe di ogni pezzo di Satura. Insomma, noi sul palco ci divertiamo tantissimo, così come ci divertiamo in macchina mentre viaggiamo verso la città in cui suoneremo o dopo il concerto di fronte a una birra. Se questo divertimento e questa gioia in quello che stiamo facendo si trasmette al pubblico, abbiamo raggiunto l’obiettivo.
Avete citato band come Shame, Fontaines D.C. e Dry Cleaning come fonti d’ispirazione. Quali altre scene o artisti influenzano oggi il vostro percorso?
Sì, loro restano i principali ascolti insieme a Idles, Murder Capital, Sorry, Deadletter, Wet Leg, etc. Tra gli altri ascolti che ci siamo portate dietro nei viaggi di quest’ultimo anno di concerti, c’è sicuramente molto spoken word, da Kae Tempest a Headache (è da qui il tentativo spoken di Storia di un corpo che cade, per cui abbiamo chiesto in prestito la voce di Gaia Morelli), e poi Radiohead, King Krule, Tom Misch… Ad aver influenzato un po’ meno la scrittura, ma comunque presenze costanti, non possiamo non menzionare Little Simz, Tony 2milli, Paolo Conte e Kneecap. Il bello di essere in 6 è che ognuno ha gusti diversi e fa scoprire nuova musica agli altri.
Le atmosfere urbane e le contraddizioni della vita quotidiana emergono spesso nelle vostre canzoni. Quali messaggi o emozioni volete trasmettere attraverso la vostra musica?
Non c’è una risposta, ossia: non partiamo con idee ben precise. Di solito il testo è una delle ultime cose che arriva nella nostra scrittura, la parte strumentale ha quasi sempre la precedenza. Cerchiamo di parlare di cose che conosciamo, ambienti, situazioni in cui un po’ tutta la nostra generazione si può rivedere, o almeno così ci sembra: la nostalgia, la paura del futuro e l’incertezza, la complessità delle relazioni personali in un momento della nostra vita (20-25 anni all’incirca) in cui si può fare tutto senza pensare troppo alle conseguenze, ma una certa angoscia ti rimane seduta sulla spalla. La dimensione urbana, abitando in una città come Torino, è impossibile scrollarsela di dosso.
Ora che il vostro ultimo album è uscito e sta ricevendo ottimi riscontri, immagino che il calendario live inizi a farsi più fitto. Come vi state preparando per portare tutta l’energia e le sfumature di questo lavoro sul palco? C’è qualcosa di particolare che vorreste raccontarci su come trasformate le vostre canzoni così stratificate in un’esperienza dal vivo?
Suonare dal vivo è una costante, ci stiamo avvicinando al 100esimo concerto da quando abbiamo iniziato (3 anni fa), a volte va meglio a volte va peggio ma stiamo trovando sempre di più il nostro equilibrio. L’importante per noi è goderci ogni momento, permettendoci di sbagliare, di sfogarci e di condividere il momento del live con chi è lì ad ascoltarci. Per il resto, il segreto è non organizzarsi, mezz’ora prima si sceglie la scaletta del live e si fa tutto un po’ come viene… Suonare questo secondo album dal vivo sarà complesso, perché se Satura era molto “povero” di sovra-incisioni e lavori di post-produzione, in LMSA questo aspetto è stato molto presente e importante. Cerchiamo di vederla come una sfida e un modo per migliorare sempre di più.
Guardando al futuro, avete in mente nuovi progetti o collaborazioni? C’è qualche direzione sonora o tematica che vi piacerebbe esplorare nei prossimi lavori?
Ora che è appena uscito l’album il primo obiettivo è suonarlo e godercelo dal vivo per un po’, sicuramente intanto continueremo a scrivere e a lavorare a nuove idee e poi si vedrà. Per i prossimi lavori abbiamo un ventaglio di opzioni molto ampio, non è ora il momento di decidere e vogliamo tenere aperte quante più opzioni possibili per poi essere libere di scegliere quella che sarà più adatta.
E infine, se doveste tracciare una linea ideale per l’evoluzione della vostra musica nei prossimi anni, qual è il sogno più grande che vorreste realizzare con Irossa?
Ci piacerebbe non smettere mai di re-inventarci. Il bello della musica è che, soprattutto nell’era digitale in cui viviamo (con tutti i suoi aspetti negativi) ogni giorno escono e si possono ascoltare brani nuovi, provenienti da tutto il mondo. Chiudersi in uno stile o in una scrittura ripetitive senza aprirsi a contaminazioni o nuove idee sarebbe per noi sinonimo di noia, un qualcosa di insipido: perché non fare il prossimo album elettronico, con aperture al rap o ritorni al folk indonesiano, seppur cercando di mantenere un’identità-irossa, che è in continuo mutare? Largo all’avanguardia, dunque!
Intervista a cura di Angela Todaro
Photo Credit: Nicolò Canestrelli

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
