Agosto 11, 2026
GRACE JONES0013

C’è qualcosa di profondamente ipnotico nel vedere Grace Jones apparire sotto le luci dell’Arena di Pola, in Croazia. Sembra quasi che le pietre millenarie del grande anfiteatro romano abbiano atteso proprio lei, con la sua eleganza marziale e la voce che sa di fuoco, per vibrare ancora. Ed è successo l’8 agosto: un evento più unico che raro, che ha trasformato una delle location più spettacolari del Mediterraneo in una cattedrale pagana del pop più sofisticato.

L’arena, perfettamente conservata e incastonata tra il mare Adriatico e le colline dell’Istria, ha accolto Grace Jones con un respiro antico. Non è una location qualsiasi: costruita nel I secolo, ha ospitato duelli di gladiatori e oggi è uno dei luoghi più evocativi d’Europa per la musica dal vivo. Ma nessuno prima d’ora aveva fatto risuonare quei marmi con l’energia ultraterrena di Pull Up to the Bumper o l’intensità rituale di Slave to the Rhythm. Jones non ha semplicemente suonato: ha invaso lo spazio con la sua visione, creando uno show performativo che ha mischiato moda, teatro, politica e suono, in un linguaggio tutto suo.

A 77 anni – sì, incredibile ma vero – la Jones non ha perso un grammo della sua potenza. Anzi. È un monumento vivente che sfida le definizioni: non solo cantante, ma performer totale, sciamana post-punk, fashion icon e ribelle senza epoca. La sua carriera, iniziata come modella negli anni ’70 e poi esplosa nel fervore sonoro degli ’80, è un inno alla contaminazione: reggae, new wave, dub, disco, elettronica… tutto si fonde nel suo timbro scuro e teatrale, in un’estetica che ha ispirato generazioni intere, da Madonna a Lady Gaga fino a FKA Twigs.

Il concerto ha avuto il sapore di un rito. La voce, ancora tagliente e potente, si è librata sopra un impianto scenico essenziale ma magnetico: giochi di luce minimali, costumi geometrici, un hula hoop che gira ipnotico per interi minuti sulle note di Slave to the Rhythm – e lei lì, immobile e inarrestabile, come se il tempo non esistesse. Non una parola di troppo. Solo presenza. Corpo. Icona.

Il pubblico – un mix internazionale di fan storici, giovani curiosi, turisti italiani e croati in fuga dalla calura agostana – ha risposto con lo stupore che solo i grandi eventi sanno generare. Era chiaro a tutti: non stavamo solo assistendo a un concerto, ma partecipando a un momento che difficilmente si ripeterà. Un incastro perfetto di luogo, artista e atmosfera.

L’Arena, con la sua acustica naturale e il cielo aperto sopra la platea, ha amplificato tutto. Le pietre vibravano, letteralmente. E non è una metafora. Lo raccontano gli stessi tecnici che hanno curato il suono: pochissime correzioni artificiali, perché l’anfiteatro lavora da sé, come un’enorme cassa armonica di pietra calcarea. E quando ci metti sopra una voce come quella di Grace Jones, il risultato è semplicemente magnetico.

A chi pensa che le leggende del passato vivano solo di nostalgia, questo concerto ha dato una risposta netta: l’arte, quando è autentica, non invecchia. Si trasforma. E Grace Jones è una trasformista radicale, una performer che attraversa i decenni reinventandosi senza mai chiedere permesso. All’Arena di Pola non ha solo cantato: ha ridato senso alla parola “live”.

Se vi siete persi questo concerto, vi siete persi un pezzo di storia. Ma forse è proprio questo il bello dei grandi eventi: succedono una volta sola. E restano nell’aria, nella pelle, e – nel caso dell’Arena di Pola – anche nelle pietre.

Articolo a cura di Aurelio Hyerace

Photo Credits: Vincenzo Nicolello

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