Gennaio 25, 2026
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Tra le pieghe delle Alpi Carniche, là dove le parole si fanno suono e la lingua si tramanda come un sussurro, nasce la musica di Massimo Silverio. Classe 1992, originario di Cercivento (UD), Silverio è una delle voci più intense e autentiche del panorama cantautorale contemporaneo. La sua peculiarità? Scrivere e cantare in cjarniel (carnico), lingua minoritaria della Carnia, veicolo poetico e potente con cui esplora silenzi, radici e identità.

Dopo il suggestivo album Hrudja (2022), Massimo è tornato lo scorso maggio con Sorgjâl, un nuovo brano che affonda le sue radici nel dolore, ma germoglia come un inno alla rinascita. Il nuovo brano conferma la centralità della lingua come suono primigenio e introduce una dimensione compositiva che pare muoversi tra minimalismo, manipolazione elettronica e cantautorato liturgico.

Lo abbiamo incontrato per farci raccontare questo nuovo capitolo della sua ricerca musicale e spirituale, che tiene insieme la lingua, il suono e il paesaggio.

Sorgjâl segna il tuo ritorno dopo due anni da Hrudja e nel suo testo richiami esplicitamente il tuo primo lavoro. In Hrudja la ferita si rimargina, in Sorgjâl sembra esserci invece interruzione e marcescenza. C’è un percorso emotivo e artistico che ti ha portato da quel disco a questo nuovo brano?

Sì, sicuramente. Tutto quello che è accaduto dopo Hrudja ha spostato e trasformato molte cose. Sorgjâl, in particolare, è anche il risultato di un “raccogliere il seminato”, che è un po’ il senso dell’immagine del fusto di mais amputato: ciò che resta dopo il raccolto. A livello più ampio, il brano parla anche di come stiamo trattando il nostro mondo oggi, in un periodo segnato da violenze estreme. È stato quindi, per me, sia un passo avanti sia una presa di coscienza rispetto a ciò che mi circonda.

Il nuovo singolo è stato definito anche una preghiera laica e al tempo stesso una ninna nanna funebre. Come hai lavorato sulla composizione per far convivere due poli anche così distanti?

In realtà, quando abbiamo iniziato a comporre non c’era l’idea di creare questo parallelismo. Sorgjâl è nata da un’improvvisazione in studio con Manuel Volpe e Nicholas Remondino, che ormai sono i miei compagni di avventure. La definizione è arrivata solo in seguito, in fase di composizione e di arrangiamento, però all’inizio non c’era l’intenzione di paragonare una preghiera laica a una ninna nanna, quello è nato un po’ dopo. L’urgenza era dire qualcosa a modo mio, sottolineare quanto sia brutta ormai la situazione nel mondo e quanto, in un certo senso, tutto possa risultare anche inutile. Volevo sottolineare la sensazione di impotenza e dare una forma a queste consapevolezza.

Il brano sembra rifiutare la struttura classica strofa–ritornello. Che tipo di architettura narrativa hai seguito?

Sono principalmente tre compartimenti, quasi come se fosse una preghiera che viene ripetuta tre volte: una struttura che mette il punto e che cambia ogni volta nelle parole e nel senso. È come se all’interno di questo testo si creasse una storia. La struttura in effetti non c’è, manca anche un ritornello, ma c’è solo un’evoluzione in questo recitato-cantato – come vogliamo definirlo? E alla fine questa evoluzione è accompagnata da un arrangiamento che si muove tra archi, ingressi di percussioni e quant’altro. Ecco, abbiamo un po’ ragionato in questo senso: volevamo creare un crescendo per arrivare poi allo svolta. Anche perché quello che mi interessava soprattutto è ciò che accade nel momento in cui un canto finisce, quando la parola e il suono decadono e rimane il silenzio. È stata questa la vera guida.

Quindi questo suono, che ha una tessitura sonora stratificata ma essenziale allo stesso tempo, questo arrangiamento l’avete costruito insieme?

Sì, l’abbiamo sviluppato insieme in studio in varie sessioni, lavorando a Torino ogni volta che potevo spostarmi dal Friuli, dove vivo. È stato un progetto collettivo: ci siamo trovati quando si poteva e siamo andati avanti insieme per scrivere questo arrangiamento.

Dal punto di vista linguistico, invece, il carnico non sembra essere solamente un mezzo espressivo per te, ma una parte integrante della tua poetica, anche grazie alla sua sonorità molto marcata. Quanto incide la fonetica sul tuo approccio melodico e ritmico? Ad esempio, ti è capitato di prediligere una parola per la sua forma sonora piuttosto che per il suo significato?

Molte volte ho usato parole perché amo il suono che hanno, però non ho mai deciso di utilizzare una parola unicamente per come suona. Le parole devono sempre avere un senso all’interno di quello che voglio comunicare a livello di testo. Il carnico è la mia prima lingua, quella che parlo ogni giorno, quindi sono esigente con le parole e non le uso mai solo per l’effetto fonetico.

E pensi che il pubblico percepisca il carnico come lingua da capire o come materia sonora da sentire?

Secondo me più come materia sonora, purtroppo, anche se devo dire che ci sono state molte eccezioni interessanti, soprattutto dopo alcuni concerti in giro per l’Italia: molte persone si sono fermate, si sono dette interessate alla lingua. Avevamo anche stampato dei libricini con le traduzioni in italiano che sono stati venduti tutti quanti, quindi credo che per alcuni sia una lingua da capire. Però, generalmente, per la stampa sono stato più che altro associato ad altri progetti musicali, che magari prediligono l’invenzione di una lingua o appunto l’approccio sonoro. Però l’approccio sonoro per me è relativo: il carnico è la mia prima lingua, quindi non ci sono dei passaggi intermedi tra quello che voglio comunicare e come lo comunico. Non devo fare delle traduzioni, non devo limitarmi in un qualche modo: la cosa più importante per me è quello che dico nei testi.

La Carnia e le Alpi Carniche sono presenze costanti nella tua musica. In che modo il paesaggio ti influenza, non solo esteticamente ma anche esistenzialmente?

Ho vissuto per cinque o sei anni a Udine, in una città che non è tanto grande, non è neanche tanto lontana – se vogliamo – dalla Carnia. Ma io sono cresciuto in Carnia e da due mesi sono tornato a viverci: tutto il resto della mia vita io l’ho passato qua. Io sono cresciuto qui, ho vissuto qui gli anni fondanti della mia vita. Quando sei adolescente inizi a capire cosa vorresti dal futuro, inizi a guardare un po’ l’orizzonte, ma qua, ad esempio, l’orizzonte è sempre coperto dalle montagne. E ora, in un certo senso, quando mi trovo in pianura non mi sento a mio agio. Sono cresciuto nella provincia, in luoghi rurali, giocavo nei boschi. Quindi ecco, questa cosa per me, ci sarà sempre. Quando anche ho provato, per una breve parentesi della mia vita, a stare lontano da questi posti, ho capito che non voglio stare lontano da qua. Mi piace pensare di avere il luogo, la mia dimora fissa qua, in mezzo ai monti, in mezzo alle foreste, perché continuano comunque costantemente a comunicarmi, a farmi stare bene, a insegnarmi cose, a mettermi tanto in contatto con me stesso. Questa è una cosa importantissima, quantomeno per me.

E se potessi inserire in un brano un suono naturale registrato in Carnia, un vento, un animale, anche un rumore umano, cosa sceglieresti?

Un fiume, sicuramente. Ci sono un’infinità di suoni bellissimi ed è una cosa che sicuramente ho fatto e farò, ma allo stesso tempo cerco di farlo nella maniera più rispettosa possibile. Perché mi sembra comunque un furto prendere quei suoni e metterli in una in una canzone che magari finisce su luoghi non proprio belli, come Spotify ad esempio.

A proposito del suono, usi una paletta sonora stratificata, però anche asciutta, quasi monastica. Hai delle coordinate sonore di riferimento? E in questo minimalismo c’è una scelta consapevole o è una sottrazione istintiva?

Sicuramente è una sottrazione istintiva, come dici tu, perché non ragiono mai nei termini di pensare a qualcosa prima di averla conclusa. Inoltre, ci troviamo in tre a lavorare, quindi alla fine, non sempre quando scrivo una canzone a casa mia e con la mia intimità, quando poi è finito il lavoro in studio, le cose vanno sempre come ho in testa io. Ovviamente c’è tutto un processo di scambio di idee e lavoro e affidamento, anche al lavoro di produzione di Manuel, in questo caso. Però appunto, io non amo le produzioni musicali, almeno nella mia musica non penso mi affiderei mai alle troppe sovraincisioni. È stato fatto raramente, però non amo creare dei cori con le mie voci su una canzone semplicemente per dargli più appoggio, io cerco l’equilibrio che si può creare tra pochissimi strumenti, se non uno solo e la voce. Quindi più che avere qualcosa di riferimento, mi piace proprio la spontaneità, la cosa diretta, non l’artificioso, non eccessive stratificazioni per fare in modo che si renda di più. Sorgjâl, poi, è una canzone che di per sé, in un qualche modo, è anche orchestrale, ma nel senso che abbiamo cercato un suon imponente per mandare un messaggio che fosse forte.

Ecco, a proposito di Sorgjâl come orchestrale, in generale nella tua musica c’è anche qualcosa di quasi cinematografico, ci sono quasi dei tratti da colonna sonora. Se dovessi associare Sorgjâl un film o a un’immagine cinematografica, cosa ti verrebbe in mente?

Non ho un film specifico, ma il lyric video su YouTube lo rappresenta bene: un volto scavato nella roccia, la montagna avvolta dal vento e dalla nebbia; è un video girato dal mio amico Giulio Squarci. Io non scrivo pensando a una colonna sonora, ma il cinema per me è una fonte di ispirazione enorme, a volte anche più della musica.

Vieni  associato spesso a nomi come Daniela Pes o Iosonouncane, però, a mio parere si potrebbe anche parlare, se non di una scena friulana, almeno di un’estetica. Dal Friuli vengono artisti come te, come Ceneri, come SoloMarco: siete diversissimi però siete uniti da un immaginario quasi fiabesco, da suoni che sembrano prevenire da grotte, da boschi, da leggende. Pensi che ci sia una sensibilità radicata nel territorio o una coincidenza di sguardi che si sono incontrati?

Sicuramente c’è una visione condivisa nel territorio, perché comunque credo che chi vive in Friuli lo vive nella sua interezza. Soprattutto durante l’estate, ma in generale, c’è sempre bisogno di spostarsi e vivere il territorio in questo modo, per avere delle esperienze di qualunque tipo. E vivendolo, vivi anche all’interno di quello sguardo un po’ fiabesco che c’è in questo territorio, che è molto dimenticato in un qualche modo e che si preserva anche nella sua potenza naturale. Anzi, con gli anni che passano, continuo a vedere i boschi che si avvicinano sempre di più ai paesi. In questi posti c’è un predominio della natura e, secondo me, chiunque viva qua lo vede, lo sente, lo fa suo. Sicuramente il paesaggio comunica attraverso noi, nella musica che facciamo.

E, ultima domanda, hai già immaginato una continuità con Sorgjâl? C’è un progetto più ampio che stai costruendo?

Sì, c’è un progetto più ampio: un secondo disco di cui fa parte Sorgjâl. A breve dovremmo annunciare la sua uscita.

Articolo a cura di Emma Salone

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