Il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, il Teatro Concordia di Venaria è stato travolto da un’energia incontenibile. La Niña, con la sua presenza magnetica e la sua voce cristallina, ha dato vita a un concerto che ha trasportato il pubblico in un viaggio attraverso le radici della canzone popolare napoletana. Ma non solo: la sua performance è stata anche un grido liberatorio, un atto di rivendicazione che ha fatto sentire ogni singola parola come un’onda travolgente.
La Niña entra in scena senza bussare, senza esitazioni, e conquista subito il cuore del pubblico. La sua fisicità, potente e magnetica, ostenta una sicurezza debordante di una donna che non ha paura di esprimere sé stessa in ogni nota. Con tamburelli e mandolini, strumenti che evocano la tradizione, ma che su quel palco sembrano quasi sacri per la loro rara presenza, La Niña non si risparmia mai. E mentre canta con tutta la forza della sua voce, racconta storie di terre lontane, di dolore, di passione e di speranza.
Nel suo repertorio, brani come Guapparìa, Mammamà, Sanghe e Figlia d’ ‘a tempesta sono molto più di canzoni: sono allegorie viventi, storie di vita e di lotta. La lingua napoletana, densa di immagini, non è solo un mezzo espressivo, ma una vera e propria chiave per entrare nel cuore della cultura partenopea. “Pica Pica” è la testardaggine, Manalonga è la depressione, e Salomè, con il suo spirito femminista, scatena una reazione emozionale di liberazione, soprattutto tra il pubblico giovane, che esplode di gioia e di energia.
La Niña non ha paura di essere tradizionale e innovativa al contempo. Pur rimanendo ancorata ai grandi temi della canzone popolare – la terra, il dolore, la nostalgia, l’amore – riesce a fare qualcosa che pochi sanno fare oggi: immergersi in queste radici senza restarne intrappolata, ma anzi, trasformandole in una dichiarazione di potenza emotiva. C’è qualcosa di profondamente umano nel suo percorso musicale, come se ogni canzone fosse il racconto di una lotta, di un desiderio e, soprattutto, di una sofferenza. Il suo attaccamento alla sua terra e alla sua cultura è palese, ma non è solo nostalgia; è la forza di una donna che, pur avendo vissuto un’infanzia confusa, trova nella sua musica un modo per raccontare un mondo che solo lei sa vedere.
Il concerto, strutturato con un assetto folk e antico, è composto principalmente da quattro donne sul palco che danno vita a un suono primitivo e intenso con tammorre, nacchere, voci e chitarre. A completare la scena, una tastiera e una parte elettronica, l’unico spazio in cui un uomo fa capolino. Sebbene non ci sia un vero e proprio ballo, l’intensità della musica trasporta il pubblico in un’altra dimensione, dove la danza non è fisica ma emotiva. Ogni canzone diventa un piccolo rito, un’esplorazione della memoria, un omaggio alla cultura partenopea. E quando La Niña canta Maruzzella con il vocoder, Era de maggio e Il canto delle lavandaie del Vomero, è come se ci portasse indietro nel tempo, in un luogo dove le radici della musica napoletana si intrecciano con la contemporaneità.
La ripetizione di Figlia d’ ‘a Tempesta, cantata una seconda volta con una ritmica più decisa, ha fatto esplodere il pubblico, che ha intonato il testo a squarciagola. Il ritornello, con le sue parole potenti e crude, è diventato il manifesto di tutto il concerto: “Sta femmena ‘e niente mo vò tutte cose, mo vò tutte cose, e tene na rraggia ca nun arreposa, ca nun arreposa.” Una riflessione sulla lotta della donna, sul desiderio di essere e di avere, ma anche sulla rabbia di chi ha dato tanto senza ricevere nulla in cambio.
La scenografia minimale e le luci basiche non hanno fatto altro che mettere in evidenza la forza della musica di La Niña. Non c’era bisogno di visual, scenografie elaborate o giochi di luci per raccontare la sua storia: la sua musica stessa è un’opera teatrale, una drammaturgia che non ha bisogno di alcuna sovrastruttura.
E se c’è una cosa che il concerto ha dimostrato in maniera chiara, è che La Niña è la purezza della musica napoletana. Dentro la sua arte si sente l’oro di Napoli: c’è la rabbia di Pino Daniele, il suono dei mandolini di Murolo, la tammurriata nera, ma anche il blues di James Senese. Non c’è nulla di commerciale o di moderno nel suo approccio: La Niña è un’arte che guarda alle radici, ma con un’intensità che la rende unica.
Con solo un disco all’attivo, Furesta, insieme all’EP Vanitas (2023), più alcuni singoli, La Niña ha dimostrato di non essere solo una promessa, ma una realtà consolidata, capace di conquistare il pubblico con la sua autenticità e la sua forza. È la celebrazione di una cultura, la voce di una Napoli che non smette di emozionare.
Articolo a cura di Angela Todaro
Photo Credit: Elisabetta Canavero





















Elisabetta Betta Canavero, unisco la passione per la musica, gli spettacoli e la fotografia, seguendo gli eventi più vicini e lontani, dando vita a racconti coadiuvati dall’obiettivo della macchina fotografica
