Luglio 13, 2026
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Francamente canta come se ogni canzone fosse una stanza attraversata da correnti d’aria diverse: Berlino e Torino, rave ed educazione sentimentale, elettronica e cantautorato, desiderio di sparire e bisogno feroce di essere vista. In un pop italiano spesso ossessionato dalla forma, lei sembra interessata soprattutto alle crepe.

Il suo primo album, BITTE LEBEN, non è un debutto costruito per rassicurare. È un disco che si muove continuamente: cambia pelle, lingua, temperatura emotiva. Dentro ci sono periferie all’alba, amori che fanno paura, famiglie da lasciare per poterle amare meglio, corpi che cercano libertà e città che diventano identità mobili. Ma soprattutto c’è un’idea precisa: vivere non come posa motivazionale, ma come atto complicato, imperfetto, politico.

Torinese, passata attraverso Berlino e ora Milano, Francamente costruisce un universo sonoro che tiene insieme Franco Battiato e la cold wave, Lucio Battisti e i club europei, con un approccio che rifiuta programmaticamente l’idea di appartenenza a un solo genere o a una sola versione di sé.

Il titolo del disco — “per favore vivi” — suona come una supplica detta guardandoti negli occhi alle cinque del mattino, quando la retorica cade e resta solo la fatica di continuare a sentirsi umani.

Ed è proprio da lì che parte questa conversazione.

“BITTE LEBEN” è una formula che sembra insieme una preghiera, un ordine e una supplica. Quando hai capito che quel titolo conteneva tutto il disco?

Alla fine, quando tutte le canzoni avevano corpo e identità proprio. “Bitte Leben” mi è sembrato il modo migliore per raccogliere la diversità della vita, le sue tante sfaccettature, così come diverse sono le tracce.

Hai parlato di un movimento opposto a quello “capitalista che pattina sulla superficie delle cose”. Come si traduce questa idea nella tua musica e nella tua quotidianità?

Provo a tradurla considerando che nulla è immediato, ma ogni cosa richiede un processo temporale, passaggi, studio, pause, riposo, lavoro. Siamo bombardati dal dovere di dover sempre essere performanti, ma l’essere umano non può ridursi a macchina.

Torino, Berlino, Milano, Palermo, il Brasile: nel disco i luoghi non sono solo scenografie ma sembrano diventare stati interiori. Che rapporto hai con l’idea di appartenenza?

L’appartenenza non è unica. Sì appartiene ai luoghi, ai proprio affetti, alle proprie passioni e così via. Tutti questi fattori concorrono a plasmare la nostra identità, che a sua volta quindi sarà costantemente in movimento.

In “Telephone Tango” c’è l’idea di essere “in costante definizione”. Hai l’impressione che oggi ci venga chiesto continuamente di definirci troppo in fretta?

Sì, penso che il cambiamento e il tempo che richiede non sia benvenuto.

Nel disco convivono cantautorato italiano, elettronica, bossa, folk contemporaneo e cold wave. Hai mai sentito pressione nel dover “semplificare” la tua identità musicale per essere più leggibile dal mercato?

No, non ho sentito questa pressione. La musica è bella perchè ha infiniti generi, basta guardare la playlist di ciascuno.

Hai citato Kate Bush, Giuni Russo e Alice come riferimenti. Cosa ti affascina delle artiste che sfuggono alle definizioni?

La loro capacità di mutare, di muoversi tra liriche e strumenti diversi, il desiderio di sperimentare che deve essere alla base di ogni lavoro di artigianato musicale. 

Le tue canzoni partono spesso da esperienze personali ma arrivano a qualcosa di collettivo. Quando scrivi pensi mai al pubblico oppure il processo è totalmente privato?

Penso sempre alle persone. Le canzoni dell’album racchiudono biografie anche di altri e senza il confronto con loro non sarei mai cresciuta.

“Zagara” lavora continuamente sul confine tra sacro e desiderio. Ti interessa esplorare anche la spiritualità attraverso la musica?

Perché no, mi piace questa suggestione!

Porterai “BITTE LEBEN” live per la prima volta in full band. Quanto cambia il significato delle canzoni quando diventano esperienza condivisa?

Il significato si arricchisce e ogni concerto lascia un’impronta diversa perché diverso è il pubblico. È un arricchimento senza limite.

Se dovessi descrivere “BITTE LEBEN” non come un disco ma come un gesto, quale sarebbe?

Un abbraccio.

Articolo a cura di Angela Todaro

Photo Credit copertina Elisabetta Canavero

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