Maggio 16, 2026
16° FESTIVAL DANTESCO INTERNAZIONALE Massimo Popolizio

Alla sua sedicesima edizione, il Festival Dantesco Internazionale conferma la sorprendente attualità di Dante Alighieri, capace ancora oggi di parlare al mondo contemporaneo attraverso i linguaggi dell’arte.

Dal 15 al 30 marzo 2026, la manifestazione attraversa l’Italia — da Roma a Matera, passando per Padova, Varese, Cantù, Bastia Umbra e Saluzzo — intrecciando cinema, teatro e fotografia in un percorso che unisce cultura e impegno civile.

I numeri raccontano una dimensione sempre più globale: oltre 400 opere provenienti da più di 60 Paesi, con l’Iran al primo posto per numero di candidature. Uno sguardo internazionale che restituisce, attraverso Dante, le tensioni, i conflitti e le domande del presente.

Tra gli appuntamenti più attesi, il DanteDì a Roma con il film dantesco interpretato da Massimo Popolizio, l’incontro sul tema del carcere con Luigi Manconi e il gran finale a Cinecittà, dove sarà presentata la prima opera cinematografica sulla Commedia realizzata interamente con l’intelligenza artificiale.

Un festival diffuso e multidisciplinare che coinvolge anche le nuove generazioni — con oltre 1600 studenti partecipanti — e che continua a trasformare un classico della letteratura in uno strumento vivo di dialogo tra culture.

Ne abbiamo parlato con il direttore artistico, Paolo Pasquini.

ll Festival Dantesco è arrivato alla sua sedicesima edizione. Cosa significa oggi far parlare Dante Alighieri al mondo contemporaneo?

Noi facciamo proprio questo: utilizziamo Dante come punto di partenza per far sì che, attraverso le sue opere — non solo la Commedia, ma anche le altre — i giovani under 30 e under 20, coinvolti nei concorsi di cinema, teatro e fotografia attivi dal 2010, possano confrontarsi con temi sensibili.

I golosi, per esempio, diventano l’occasione per parlare di disturbi alimentari; Catone, suicida per amore della libertà, può rimandare al 1969 e alla figura di Jan Palach, che si diede fuoco contro l’invasione sovietica durante la Primavera di Praga. Gli ignavi, per contrasto, possono essere accostati alla vicenda di Willy Monteiro, ucciso nel 2020 proprio perché ignavo non fu.

Questo è il marchio del festival: far sì che Dante parli del presente.

Qual è stata l’intuizione originaria che l’ha portata a fondare questo festival e come si è evoluto nel tempo?

Tutto nasce dai numerosi laboratori danteschi che mi vennero richiesti tra il 2008 e il 2009, in seguito a un mio spettacolo. Le idee dei ragazzi erano così tante e così fresche che inizialmente pensammo a una semplice restituzione finale. Nacquero così le prime edizioni, esclusivamente teatrali.

Col tempo il festival è cresciuto naturalmente e alla sua radice teatrale si è affiancato tutto l’universo del linguaggio audiovisivo: il cinema e, successivamente, la fotografia. Questa evoluzione è stata favorita anche dal Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola, promosso dal Ministero della Cultura e dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, all’interno del quale si colloca anche questa edizione.

Quest’anno avete ricevuto oltre 400 opere da più di 60 Paesi. Cosa ci dice questo dato sulla vitalità globale dell’opera dantesca?

Dante è tradotto in tutte le lingue. Tra i finalisti del concorso cinema under 20, ad esempio, c’è un video dalla Cina in cui un diciottenne reinterpreta gli ignavi e Lucifero. Abbiamo ricevuto anche un notevole contributo da Teheran, tratto da uno spettacolo interamente dedicato alla Commedia.

Dante è uno dei grandi classici del pianeta: un patrimonio culturale che continua a generare valore.

Colpisce il primato dell’Iran per numero di candidature. Cosa raccontano queste opere del mondo di oggi?

Raccontano, in fondo, l’Inferno. In questi mesi è uscito anche un film iraniano intitolato Divine Comedy, in cui i tre regni danteschi vengono riletti in chiave contemporanea: l’inferno come burocrazia e controllo, il purgatorio come spazio di convivenza parziale, il paradiso come aspirazione a un mondo diverso che tarda a realizzarsi.

Non è forse un caso che l’unica traduzione integrale della Commedia in arabo — comprensiva anche dei versi su Maometto — sia stata realizzata proprio da un professore di Teheran. È il segno di una cultura profondamente aperta al dialogo.

In che modo il festival riesce a trasformare un classico in uno strumento di dialogo tra culture e contesti politici diversi?

Dante ha toccato corde ancora oggi estremamente vive: l’uomo, la società, la politica, la morale. Per questo non è difficile utilizzarlo come terreno di dialogo — e talvolta di confronto acceso — tra culture e visioni differenti.

Il festival unisce cinema, teatro, fotografia e nuovi media. Qual è oggi il linguaggio più efficace per restituire la forza della Commedia?

Le serate finali, in cui presentiamo insieme i lavori di cinema e teatro, si trasformano spesso in una sorta di sfida tra linguaggi, ma è una sfida senza vincitori.

Dal punto di vista numerico prevale il cinema, anche per la facilità di invio dei materiali da tutto il mondo. Tuttavia, il teatro dal vivo conserva una forza emotiva particolare: in alcune occasioni ha suscitato reazioni ancora più intense del cinema.

Il gran finale a Cinecittà presenta un’opera realizzata interamente con l’intelligenza artificiale. È una rivoluzione o una provocazione?

È soprattutto un grande studio del testo dantesco attraverso l’intelligenza artificiale. Questo strumento oggi lascia perplessi, soprattutto i giovani, che lo associano a prodotti superficiali.

L’opera di Michele Bacci, pur con alcuni limiti tecnici, si distingue invece per la profondità dello studio. Al di là delle scelte estetiche, restituisce una lettura del poema che invita a tornare al testo con maggiore consapevolezza.

L’intelligenza artificiale può davvero interpretare Dante o resta uno strumento tecnico?

In questo caso è uno strumento interpretativo potentissimo. Le immagini restituiscono la forza visionaria del poema in modo quasi sconvolgente: le masse degli ignavi, la molteplicità dei volti, l’orrore descritto da Dante diventano improvvisamente concreti.

È uno strumento che, se ben utilizzato, approfondisce il testo.

Oltre 1600 studenti coinvolti: che idea di Dante emerge dai lavori dei più giovani?

Emerge una grande vicinanza al testo, soprattutto quando viene reso performativo. Il nostro approccio è fisico, corporeo, visivo, sonoro: questo facilita un rapporto diretto e spesso appassionato con Dante.

I temi più frequenti restano quelli infernali, ma quest’anno abbiamo visto anche molte proposte dal Purgatorio, dal Paradiso e persino dalle opere minori, come i Sonetti e la Vita Nova.

Eventi come l’incontro con Luigi Manconi mostrano un Dante politico. Quanto è centrale questa dimensione nel festival?

È molto importante. Per anni abbiamo promosso un premio dedicato all’articolo 27 della Costituzione, per le opere capaci di riflettere su pena, giustizia e rieducazione.

L’incontro con Luigi Manconi, autore di Abolire il carcere, rappresenta un’occasione per rileggere l’Inferno con uno sguardo nuovo, anche alla luce di una teologia che immagina un inferno forse esistente, ma vuoto.

Cosa rappresenta il DanteDì all’interno del festival?

È una grande celebrazione diffusa. Abbiamo strutturato il festival in modo da includerlo, con eventi dedicati, tra cui proiezioni e incontri in luoghi di grande valore storico e artistico.

Tra gli appuntamenti più attesi c’è anche il film con Massimo Popolizio. Cosa lo rende speciale?

La proiezione avverrà nella stessa location in cui è stato girato: una straordinaria biblioteca seicentesca a Roma, affacciata sui tetti della città. È un’occasione rara, resa ancora più significativa dall’interpretazione di Massimo Popolizio.

Il festival attraversa città molto diverse, da Roma a Matera fino a Saluzzo. Quanto è importante questa dimensione diffusa?

È fondamentale. Ogni città interpreta Dante a partire dalla propria identità culturale, paesaggistica e storica, creando connessioni originali tra il territorio e l’opera.

Che tipo di pubblico incontrate?

Molto variegato: studenti, famiglie, appassionati, studiosi. È un festival trasversale, capace di coinvolgere generazioni diverse.

Perché oggi abbiamo ancora bisogno di Dante?

Perché offre strumenti per leggere il presente. Il festival, oltre all’esperienza artistica, crea occasioni di incontro e riflessione su temi attuali, anche legati al mondo della cultura e dell’industria cinematografica.

Guardando al futuro, come immagina il festival tra dieci anni?

Probabilmente ancora più internazionale e, in parte, influenzato dall’intelligenza artificiale, ma con grande attenzione alla qualità.

Il sogno è portarlo anche all’estero, creando un dialogo tra Dante e le tradizioni culturali dei Paesi ospitanti: una sorta di “Erasmus dantesco”.

Articolo a cura di Angela Todaro

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