Con “Blue Morpho”, il chitarrista dei Radiohead firma un lavoro personale e aperto, sospeso tra psichedelia, folk ed esplorazione sonora.
Ed O’Brien è sempre stato difficile da incasellare nelle gerarchie classiche del rock. Definirlo semplicemente il “secondo chitarrista” dei Radiohead, o il membro più defilato accanto a personalità ingombranti come Thom Yorke e Jonny Greenwood, restituisce solo una parte della realtà. Esistono musicisti che non cercano il centro della scena ma costruiscono l’identità sonora di una band lavorando sulle trame, sugli equilibri, sulle connessioni invisibili tra gli strumenti. O’Brien appartiene a questa categoria: più costruttore di atmosfere che virtuoso in primo piano.
Se il suo debutto solista “Earth” lasciava ancora intravedere chiaramente l’impronta dei Radiohead, “Blue Morpho” appare invece come un lavoro più autonomo e personale. Non è un caso che O’Brien abbia abbandonato la sigla EOB per pubblicare il disco con il proprio nome: qui l’identità artistica emerge con maggiore libertà.
Il disco nasce anche da un periodo complesso. Durante i lockdown il musicista ha raccontato di avere attraversato una fase di forte depressione, esperienza che sembra riflettersi nella natura contemplativa e immersiva dell’album. Ma la musica riesce a parlare da sola: bastano gli oltre otto minuti di “Incantations” o i dieci di “Obrigado” per capire la direzione del progetto.
“Blue Morpho” non segue infatti la logica di una tradizionale raccolta di canzoni. Più che puntare sulla forma classica del brano, O’Brien costruisce lunghi paesaggi sonori che si sviluppano lentamente, per accumulo e trasformazione. Folk psichedelico, elettronica ambient, rock dilatato, jazz e suggestioni globali convivono in modo naturale, dando vita a un ascolto fluido e avvolgente.
In alcuni passaggi riaffiora inevitabilmente l’eco dei Radiohead più meditativi, ma senza quella tensione costante che caratterizza molti lavori della band. Qui prevale invece una sensazione di apertura, quasi di espansione emotiva. La title track si muove tra aperture orchestrali e atmosfere sospese; “Solfeggio” intreccia elettronica e jazz; “Thin Places”, arricchita dalla presenza di Shabaka Hutchings, è uno dei momenti più evocativi dell’album. Anche la partecipazione di Philip Selway appare come un incontro naturale più che come una semplice reunion tra membri dei Radiohead.
Il vertice emotivo arriva probabilmente con “Obrigado”. Il brano parte in modo minimale, cresce lentamente attraverso ritmi tropicalisti e approda infine a una lunga coda psichedelica che richiama certe atmosfere dei Pink Floyd.
Sulla carta potrebbe sembrare un disco impegnativo o eccessivamente cerebrale. In realtà il suo punto di forza è proprio l’opposto: nonostante la ricchezza degli arrangiamenti e le strutture dilatate, “Blue Morpho” mantiene una dimensione sorprendentemente calda e accogliente. È un album che invita a essere riascoltato, capace di creare uno spazio sonoro riconoscibile e coerente.
Più che un progetto parallelo, sembra l’affermazione di una voce artistica finalmente pienamente autonoma.
Articolo a cura di Angela Todaro

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
