Agosto 11, 2026
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Si chiama D come Dannate e ingenue lo spettacolo portato in scena al Teatro Greco di Siracusa, con la ‘regia’ artistica e la partecipazione, quale artista leader, di Carmen Consoli; uno spettacolo che si propone come evento corale al femminile, formato da una squadra musicale bella tosta – Erica Mou, Anna Castiglia, Emma Nolde, Marina Rei – e impreziosito dalle letture di Concita De Gregorio.

Il titolo dello spettacolo esplicita abbastanza chiaramente il ‘filo rosso’ che sottende il progetto: una bella D maiuscola sta a sottolineare il protagonismo delle donne che si esibiscono sulla scena, inteso come messaggio più largo di invito a guadagnare quell’altro protagonismo femminile che ancora spesso manca nei diversi ambiti della società, del lavoro e della cultura e che resta come orizzonte per segnare un percorso di crescita e di speranza di cambiamento, per tutti.

L’alternanza delle letture – o meglio delle riflessioni a voce alta – di Concita De Gregorio e degli interventi musicali disegna un progetto interessante, che tra l’altro sembra ben aderire alla singolarità del contesto che ospita l’evento: un grande teatro all’aperto; ma non un teatro qualunque.

Già! Perché il Teatro Greco di Siracusa offre uno scenario ‘sui generis’, che non soltanto invita a un ‘sacro’ rispetto, ma induce anche a ripensare alla funzione di sollecitazione del pensiero, che le arti, possono contribuire a sostenere dentro lo spazio pubblico, così come avveniva nella tradizione antica.

Ma riflettere su cosa? Le tracce segnate dalle letture di Concita De Gregorio evidenziano chiaramente tre ‘nodi concettuali’ su cui dirigere l’attenzione, nella misura in cui la nota scrittrice si sofferma a parlare di ‘tempo’, di ‘cura’ e, naturalmente, di ‘pensiero femminile’.

Si parla, dunque, del tempo accelerato della comunicazione mediale e del tempo banalmente lasciato inghiottire dal vorace gorgo degli schermi di un telefonino; si parla della cura che manca dietro la superficialità delle relazioni umane e che viene soverchiata troppo spesso da incontenibili pulsioni di violenza; si parla, ancora, di quel ‘pensiero femminile’ che può contribuire a rimettere al centro del dibattito pubblico temi urgenti come la pace, l’accoglienza, la solidarietà.

Sul filo degli interventi musicali, la linea di fondo segna, da parte sua, un movimento abbastanza coerente e omogeneo che passa dalle delicatezze stilistiche di Erica Mou, all’ironia brillante di Anna Castiglia, e ancora dalle finezze ricercate di Emma Nolde all’intensità emotiva di Marina Rei.

Ma non c’è dubbio che lo spettacolo cambi di registro quando entra sulla scena ‘la Cantantessa’. È come entrare in un ‘secondo tempo’ della serata, che segna la percezione dell’avvento di un potente scatto in avanti. E ciò, non è soltanto un’impressione determinata dall’appeal che l’ispiratrice dello spettacolo mostra di trasmettere con energia.

Il motivo, sostanziale, sta nel fatto che, rispetto all’orizzonte di senso dischiuso dal profilo complessivo dello spettacolo e rispetto al ‘disegno’ artistico-culturale che ne regge l’impianto, ciò che Carmen Consoli porta sulla scena col suo canto affonda nel sentimento del pubblico più e meglio di qualsiasi altro discorso.

Non c’è discorso sul ‘patriarcato’ che regga la capacità di dire con eguale potenza tutto quello che canzoni come Rosetto rosso o Venere sanno già dire, mentre l’intensità parossistica che assumono i suoni e il grido vocale di Geisha impongono in un solo lampo quanto si potrebbe argomentare con eleganti ragionamenti sulle architetture perverse della cultura maschilista. Nella suggestiva atmosfera del Teatro Greco, dietro il grido di Geisha, rivedi allora Le Baccanti fare a pezzi e sbranare il corpo di Penteo.

Insomma, che lo spettacolo finisca col gravitare sulla forza dirompente della ‘Cantantessa’ non è la conseguenza di un disegno intenzionale: è un fatto che si determina da sé, in ragione di dinamiche che coinvolgono elementi di personalità musicale e di cifra artistica.

Così, se è vero che di tanto in tanto, la serata propone occasioni di originalità con la presentazione di alcuni duetti, è anche vero che la qualità delle artiste avrebbe potuto prestare occasione per ulteriori interessanti variazioni e altre combinazioni, oltre quelle viste.

Comunque, lo spettacolo si chiude con una corale sottolineatura del tema principale: quel D come dannate e ingenue che fa da vibrante eco a quelle ‘canzoni di liberazione’ generate dal genio musicale e artistico di Carmen Consoli, le quali, in quest’occasione trovano modo di risaltare lungo un profilo di protagonismo femminile che lei stessa ha saputo interpretare in prima persona, e che, da qui in avanti, può certamente valere come un convincente modello d’ispirazione per le giovani artiste in via di formazione.     

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