Sette anni dopo Dimartino torna a parlare da solo. E non è un dettaglio. Dopo la parentesi — gigantesca, popolare, inevitabilmente mediatica — condivisa con Colapesce tra album, Sanremo e cinema, Antonio Dimartino rimette al centro la sua voce e il suo immaginario con L’improbabile piena dell’Oreto, il quinto disco solista uscito l’8 maggio. Un lavoro che sembra scorrere controcorrente rispetto alla velocità compulsiva della musica contemporanea: niente featuring, niente ricerca dell’hook immediato, niente compromessi. Solo una scrittura che si prende il tempo di respirare.
Dimartino sceglie la sottrazione invece dell’accumulo. Le canzoni si rincorrono senza vere interruzioni, unite da code strumentali che trasformano il disco in un flusso unico, quasi cinematografico. Dentro c’è Palermo, ma anche qualcosa di più astratto e universale: il fiume Oreto diventa simbolo di memoria, rovina e possibilità di rinascita. Una piena emotiva improbabile, appunto, ma ancora possibile.
Il disco nasce in un momento di trasformazione personale e artistica, prodotto da Roberto Cammarata tra Milano e Palermo. E già dal singolo Agua, ¿dónde vas? — adattamento musicale di una poesia di Federico García Lorca — si capisce la direzione: letteratura, immagini simboliche, tensione poetica. Nel disco affiorano anche le ombre di Cuore di tenebra e figure del folklore siciliano come “U sugghio”, trasformando ogni traccia in un piccolo spazio narrativo sospeso tra realtà e mito.
Il ritorno alla dimensione solista non ha il sapore della rottura. Anzi. Dimartino chiarisce che il legame con Colapesce è rimasto intatto, nonostante le narrazioni costruite attorno alla loro separazione artistica. Continuano a sentirsi e a lavorare insieme, ma l’idea è quella di due traiettorie che, dopo essersi incrociate, tornano naturalmente a divergere. Chi li seguiva prima dell’esplosione mainstream lo sa bene: il progetto comune è stato un incontro fertile, non una fusione definitiva.
Quello che colpisce davvero in L’improbabile piena dell’Oreto è il rifiuto programmatico dell’urgenza contemporanea. Dimartino rivendica una lentezza quasi politica: l’idea che una canzone non debba necessariamente funzionare come uno slogan o consumarsi nello spazio di uno scroll. Ci sono pause, silenzi, aperture strumentali che chiedono attenzione. E proprio in quelle sospensioni il disco trova il suo peso specifico.
Anche il live seguirà questa filosofia. Il tour partirà dalla Chiesa Valdese di Roma e attraverserà teatri e spazi raccolti, passando anche dal Teatro Filodrammatici l’11 maggio, per chiudersi a Palermo il 19 dicembre con “Un improbabile finale”. Sul palco, niente effetti speciali: chitarra acustica, voce, arrangiamenti essenziali e un ascolto quasi rituale. Una scelta radicale nella sua semplicità.
In un momento storico in cui tutto sembra chiedere immediatezza, Dimartino fa l’opposto: rallenta, lascia spazio al silenzio e costruisce un disco che non cerca scorciatoie. Più che un ritorno, sembra un riappropriarsi del proprio tempo.
Articolo a cura di Angela Todaro
