Maggio 12, 2026
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Sopra una base trip hop scura e percussiva, una voce dallo spiccato accento inglese legge un capo di accusa. Scandisce le parole proprio come la batteria detta i tempi al beat. Rivolge evidentemente un’accusa in un tribunale. Il destinatario, l’imputato, gli risponde però su di un altro campo: “Níl mé ciontach”. Non sono colpevole.

Carnival è la terza traccia di FENIAN, il secondo album in studio dei nordirlandesi Kneecap. Si muove in un tribunale, che è il luogo in cui Mo Chara, uno dei membri del trio, ha passato gli ultimi mesi a rispondere dell’accusa di terrorismo dopo aver agitato una bandiera di Hezbollah durante un concerto. La risposta “Níl mé ciontach” — in irlandese — suona peraltro come un insulto in inglese. Il tribunale non lo sa. Il pubblico dei Kneecap sì. Questo doppio piano, dove chi capisce il gaelico ride di chi non lo capisce, è forse la chiave di lettura più onesta dell’intero disco.

Sarebbe ingiusto definire FENIAN la cronaca di quel processo, ma è anche questo. Ricava immagini e suoni da quello che Mo Chara ha vissuto — e che Dan Carey ha letteralmente registrato: i cori “Free Mo Chara” che aprono Carnival sono field recording catturati fuori dal Magistrates’ Court di Londra durante le udienze. La strada entra in studio, lo studio entra nel disco. Dal processo il cantante ne è uscito prosciolto, ricoperto di un ulteriore strato di livore e carica politica che oggi si infonde nell’album.

A partire dal titolo: i Fenians sono stati storicamente i guerrieri medievali irlandesi e poi i difensori moderni dell’indipendenza. Usato come slur contro i cattolici irlandesi, coi Kneecap diventa il simbolo di chi resiste a un’oppressione e difende i propri ideali — la stessa operazione di riappropriazione che la comunità nera ha fatto con il n-word, quella queer con queer. Lo hanno fatto con la causa irlandese, loro che vengono da Belfast e che sono nati al tramonto della guerra tra repubblicani e unionisti. Lo fanno con la causa palestinese, che in un afflato anticolonialista di cui il disco è pregno adottano fino in fondo — e che penetra nella quarta traccia, Palestine, cantata col rapper palestinese Fawzi di Ramallah, con versi in arabo che aggiungono una terza lingua di resistenza al bilinguismo del trio. Lo fanno col bilinguismo tra inglese e gaelico, elevando una lingua soppressa per un secolo dai governi di Londra e che ha ottenuto status ufficiale nell’Irlanda del Nord solo nel 2022. Lo fanno con gli attacchi a Keir Starmer, simbolo di una posa centrista ostile alle cause di resistenza e traditrice della sinistra.

L’alternanza tra le due lingue non aiuta la comprensione del testo — e non è pensata per farlo. Chi non conosce l’irlandese non decodifica le strofe in gaelico, così come chi non conosce l’arabo non segue Fawzi in Palestine. Ma non importa. Quello che l’alternanza produce non è informazione: è un flusso che strega, che ammalia, che cambia il peso specifico delle parole senza che tu sappia esattamente perché. L’irlandese arriva nei momenti di massima intensità — come verdetto, come insulto, come preghiera — e anche chi non lo capisce sente che qualcosa è cambiato. È la lingua come frequenza prima che come significato.

Liars Tale è il momento più affilato in questo senso: su una base industrial tesa e scarna, il brano attacca frontalmente il primo ministro britannico per poi chiudersi in irlandese — “Is tá deireadh le do ríocht”, e il tuo impero è finito — come se la lingua stessa fosse il verdetto che l’inglese non basta a pronunciare. È uno dei pezzi più interessanti del disco proprio perché la forma dice già tutto prima che arrivi il testo: quella struttura essenziale, quasi brutalista, preannuncia una resa dal vivo che si immagina devastante.

L’altra dimensione dominante dei Kneecap è il caos divertito, la caciara consapevole. Big Bad Mo ne è la dichiarazione di poetica più esplicita: “as soon as you’re outraged, we’ve won”. Non è cinismo — è una strategia. L’indignazione altrui come amplificatore, il divertimento come forma di resistenza che non chiede il permesso di essere presa sul serio. Il brano lo dice anche con il corpo prima che con le parole: sotto le strofe c’è una spinta acid techno che si ricollega in maniera genuina agli anni Novanta, non come citazione nostalgica ma come gesto politico preciso. Quegli anni — i rave, la cultura club britannica e irlandese — erano già resistenza: DJ Próvaí lo ha detto esplicitamente, ricordando come la scena rave avesse contribuito a unire cattolici e protestanti nell’Irlanda del Nord. Big Bad Mo recupera quella carica e la reindirizza. L’acido non è arredamento: è memoria muscolare di quando ballare era già un atto collettivo e sovversivo.

Se gli strati politici coprono a più livelli i testi, la musica che sorregge la casa non è da meno: un magma trip hop, grime e rave che deve molto alla scena degli anni Novanta in cui DJ Próvaí è cresciuto. Rispetto al lavoro precedente Fine Art, la miscela primitiva e rumorosa di FENIAN si mostra più addomesticata grazie alla produzione di Dan Carey, padrino di alcuni dei dischi più importanti degli ultimi anni nel Regno Unito — dai Fontaines D.C. a Wet Leg, passando per Kae Tempest. Carey lavora quasi esclusivamente con strumentazione analogica, scrive i brani in studio insieme agli artisti in tempo reale, cattura il suono prima che si raffreddi. Il risultato è un disco più cinematico, più coeso, più adatto a un’arena. Carey leviga il caos — ed è un’operazione necessaria. Senza quella mano, FENIAN rischierebbe di restare un oggetto di culto per chi già conosce e ama il trio. Con quella mano, diventa qualcosa di più universalmente godibile, capace di portare la carica politica dei Kneecap fuori dalla nicchia senza tradirla. Non è un compromesso: è una scelta di campo.

Del resto, quello dei nordirlandesi è un progetto felicemente imperfetto, che fa dell’energia e della tensione la molla dei propri brani. La verità è che la musica, presa da sola, non reggerebbe. Non inventa nulla: il trip hop è roba degli anni Novanta, il grime è già storia, l’acid house non ha bisogno di loro. Quello che i Kneecap aggiungono è il contesto — le loro vite, i loro tribunali, la loro lingua, la loro Palestina — e la capacità di trasformare quel contesto in qualcosa che in un club o in un campo festival suona come urgenza pura.

O forse serve semplicemente un atto di fede coi Kneecap. Fede nel divertimento dei beat tribali, delle influenze acide, nei cori contro Starmer. Fede nelle resistenze, nel — per noi — incomprensibile gaelico, nella Palestina. Abituati a tempi musicali divertenti ma addolciti, i Kneecap e i loro fenians ci dicono ancora di poter puntare i piedi, e di poterlo fare con gioia.

Del resto, “Níl mé ciontach”.

Articolo a cura di Pierluigi Spagnolo

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