Giugno 18, 2026
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In un panorama festivaliero sempre più affollato e spesso omologato, il Color Fest continua invece a difendere un’identità precisa: quella di un luogo in cui la musica non è soltanto intrattenimento, ma esperienza, scoperta e relazione con il territorio. Dal’11 al 13 agosto 2026 il festival torna a Lamezia Terme per la sua XIV edizione, affacciato sul Golfo di Sant’Eufemia e con lo Stromboli all’orizzonte, confermando una linea artistica che intreccia elettronica, ricerca sonora, club culture e nuove traiettorie della scena indipendente italiana e internazionale.

Il claim scelto quest’anno, “Summer on a solitary beach”, omaggia Franco Battiato e restituisce bene la direzione del festival: una dimensione quasi contemplativa, in cui paesaggio e musica si fondono. In line-up nomi come Apparat, Sébastien Tellier, Django Django, Cosmo e molte delle realtà più interessanti della nuova scena italiana.

Ne abbiamo parlato con Mirko Perri, direttore artistico del festival, per capire come si costruisce oggi un’identità culturale forte partendo dal Sud, tra visione curatoriale, comunità e desiderio di continuare a sorprendere.

Il claim di quest’anno, “Summer on a solitary beach”, richiama direttamente Franco Battiato. Perché avete scelto proprio questa immagine e cosa racconta dell’edizione 2026? 

In più edizioni abbiamo utilizzato frasi delle canzoni di Battiato come claim, in quanto artista che, a nostro giudizio, rappresenta il meglio della musica italiana ed è da sempre ispirazione per noi. Il claim di questa edizione “Summer on a solitary beach” racconta in maniera efficace e romantica la location del festival “Riviera dei tramonti” che da spiaggia spesso solitaria diventa luogo di incontro per appassionati di musica che arrivano da tutta Italia.

Negli anni il Color Fest ha costruito un’identità molto riconoscibile: elettronica, indie, sperimentazione, ma anche forte legame con il paesaggio. Quanto è difficile oggi mantenere una linea curatoriale coerente senza diventare prevedibili?

Il lavoro di direzione artistica è incentrato quasi totalmente su una ricerca costante delle nuove uscite dei vari generi. Cerchiamo sempre di costruire una lineup che sia coerente e che tenda a portare per la prima volta artisti in Calabria. Come tutti i lavori ha il suo lato complicato ma è allo stesso tempo la parte più entusiasmante dell’organizzazione del festival. Abbiamo un pubblico appassionato che, come noi, ricerca e apprezza le novità e le esclusive: questo connubio ha portato il festival a funzionare sempre di più negli anni.

Il festival sembra sempre più distante dalla logica del “cartellone acchiappa-streaming” e più vicino a una ricerca culturale vera. È una scelta controcorrente?

é sicuramente una scelta voluta: il festival dopo 14 anni ha una maturità tale da potersi permettere scelte più “difficili”. L’intento è quello di avvicinare il più possibile il concetto di musica al concetto di arte: è un obiettivo del festival sin dall’inizio e fortunatamente oggi, dopo tanti anni di lavoro, possiamo riuscirci per quasi tutte le scelte artistiche.

In questa line-up convivono artisti molto diversi: Apparat, Sébastien Tellier, Django Django, Cosmo, La Niña. Qual è stato il filo invisibile che avete seguito nella costruzione del programma? 

Il filo invisibile che collega tutti, a nostro giudizio, è quello della qualità e della ricerca tra le migliori uscite italiane dell’ultimo anno e artisti internazionali che amiamo e che non erano mai stati alle nostre latitudini.

Quest’anno sembra esserci una forte attenzione agli artisti che sfuggono alle categorie tradizionali. Penso a James Holden con Wacław Zimpel, oppure ai C’mon Tigre. È la contaminazione il linguaggio più interessante della musica contemporanea? 

Più che la contaminazione è la sperimentazione. Tendiamo ad accogliere nel festival linguaggi anche difficili ma allo stesso tempo artisticamente molto alti. Nella miscelazione di live durante la tre giorni questa parte potremmo pensarla come la ciliegina sulla torta, anche una scelta come il live di Mai Mai Mai va in questa direzione.

Quanto conta oggi, per un festival come il vostro, intercettare artisti “prima” che esplodano davvero? 

Sono 14 anni che lavoriamo in questa direzione, non avendo budget giganteschi abbiamo l’obbligo di lavorare anticipando i tempi. Da Calcutta fino ai Nu Genea questo percorso è ben visibile. 

Il ritorno di alcuni nomi italiani molto forti — come Dimartino o The Zen Circus — dialoga con una nuova generazione emergente come Gaia Banfi e Faccianuvola. C’è oggi un ricambio reale nella scena indipendente italiana? 

Molti nuovi artisti interessanti si stanno affacciando sulla scena italiana a testimonianza che il sistema musicale italiano è ancora vivo. Da nord a sud tanti giovani artisti esprimono progetti di grande qualità con progetti di crescita giusti e non con esplosioni immediate che spesso danneggiano il percorso.

Il contest Supernova continua a essere uno degli elementi distintivi del festival. Che cosa cercate davvero in un artista emergente oggi? 

Cerchiamo diversità e capacità di stare sul palco, innovazione mista anche a qualche sbavatura derivante dalla giovane età. Ogni anno si iscrivono al contest circa 600 progetti ed ascoltarli spesso ti dà una panoramica della situazione musicale. Non è facile scegliere ma grazie alle finali con le esibizioni dal vivo si riesce ad arrivare ad una selezione più accurata possibile.

Avete investito molto anche sull’area camping, gli aftershow e gli spazi di aggregazione. Quanto conta il tempo “fuori dal palco” nell’identità del festival? 

Tantissimo, la nostra idea di festival è qualcosa che accompagni il pubblico per 3 giorni e non solo per i momenti legati ai main stage. Vivere il festival campeggiando e godendosi i momenti dei preshow e aftersow ti dà la possibilità di vivere l’esperienza al 100%. In uno dei preshow del Lido Color per esempio avremo come ospite Ugo Sanchez, dj con prestigio internazionale fondatore di Tropicantesimo.

Il Color Fest compie quattordici anni: qual è la trasformazione più radicale che hai visto nel pubblico in questo tempo? 

La risposta è nelle domande precedenti.

C’è un artista che rappresenta il “sogno proibito” che vorresti vedere al Color Fest nei prossimi anni? 

Ci sono tanti artisti che inseguiamo e corteggiamo da un po’ ma che spesso per motivi logistici o anche di costi superiori alle disponibilità del festival non siamo riusciti finora a portare in Calabria. Non voglio fare nessun nome perché i sogni non si rivelano.

Se dovessi descrivere il Color Fest del 2026 con tre parole, quali sceglieresti? 

Coerenza: la lineup nei tre giorni ha una coerenza di linguaggi e ovviamente anche musicale.
Differenziazione: abbiamo provato a costruire una lineup che sia unica in Italia e che mette insieme una rosa di artisti che difficilmente si potrà replicare.
Consacrazione: l’anno in cui il festival potrebbe raggiungere la consacrazione che ha costruito passo per passo negli ultimi 14 anni.

Che cosa vorresti che una persona si portasse via tornando a casa dopo tre giorni al Color Fest?

La voglia di tornare l’anno successivo, il sentirsi parte di una comunità ed una valutazione positiva del nostro territorio. 

Dopo quattordici anni, il Color Fest continua a muoversi lontano dalle scorciatoie e dalle formule facili, mantenendo intatta quella tensione verso la ricerca che lo ha reso uno degli appuntamenti più riconoscibili dell’estate italiana. Non solo un festival musicale, ma uno spazio in cui convivono paesaggio, sperimentazione e senso di comunità.

E forse è proprio questa la cifra più autentica del progetto immaginato da Mirko Perri: trasformare per tre giorni un tratto di Calabria in un luogo di ascolto, incontro e possibilità, dove il confine tra concerto e esperienza continua a farsi sempre più sottile.

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