Dalla vittoria a X Factor ai palchi di tutta Italia: SARAFINE racconta la sua musica, l’autenticità, i traumi che diventano canzoni e il coraggio di seguire il proprio percorso.
Nel mercato musicale contemporaneo, dove tutto deve accadere in fretta e la memoria del pubblico sembra durare il tempo di uno scroll, vincere un talent show dovrebbe rappresentare l’inizio di una corsa. Nuovi singoli, esposizione continua, una presenza costante per evitare che l’attenzione si sposti altrove. Sara Sorrenti, in arte SARAFINE, ha scelto di fare esattamente il contrario.
Cantautrice e produttrice calabrese, dopo gli esordi tra folk e chitarra acustica ha trascorso diversi anni tra Belgio e Lussemburgo, assorbendo le sonorità elettroniche che caratterizzano gran parte della scena del Nord Europa. Da quell’esperienza è nato un linguaggio personale che intreccia dubstep, techno, trap e pop, mentre nei testi convivono ironia, disillusione e una costante ricerca di autenticità.
La vittoria a X Factor nel 2023, conquistata con Malati di gioia, avrebbe potuto trasformarsi nell’ennesimo trampolino verso un percorso già scritto. Invece SARAFINE ha scelto di prendersi tempo. Un anno dopo il trionfo televisivo è arrivato Un trauma è per sempre, EP che ha confermato una visione artistica lontana dalle logiche dell’urgenza e più vicina a un’esigenza di costruzione identitaria.
Nel frattempo il suo progetto è cresciuto soprattutto dal vivo. Tra elettronica, performance teatrali, danza contemporanea e una dimensione sempre più immersiva, SARAFINE ha sviluppato uno spettacolo capace di trasformare il concerto in un’esperienza collettiva. Le date evento di Milano e Roma e il successivo tour hanno dimostrato che il suo nome non solo è sopravvissuto al passaggio televisivo, ma ha trovato una propria autonomia artistica.
Oggi, mentre si prepara a salire sui palchi dei maggiori Festival, SARAFINE continua a muoversi nella direzione opposta rispetto alle scorciatoie del mercato: quella di chi preferisce esplorare, sperimentare e mettersi continuamente in discussione. Un percorso che passa dall’elettronica, ma che in fondo parla soprattutto di libertà.
L’abbiamo incontrata per parlare di musica, identità, cambiamento e del coraggio di restare fedeli a se stessi quando tutti sembrano chiederti di essere qualcos’altro.
Iniziamo subito a parlare della tua musica, che vive spesso di contrasti: sonorità elettroniche molto forti e testi che invece raccontano fragilità ed emozioni estremamente intime. Quando hai capito che questo era il linguaggio giusto con cui volevi raccontarti?
In realtà non lo so ancora se sia il linguaggio giusto. È una cosa che è capitata un po’ naturalmente. Tutto il disco ha preso forma mentre lo stavo facendo, non c’è stata una vera intenzione di farlo uscire in un determinato modo. Le sonorità hanno forse in comune una certa aggressività, una certa violenza quasi, però non c’è uno stile sonoro e musicale ben definito. Le canzoni si adattano a ciò che raccontano: ci sono sonorità più latinoamericane, come ne La regina della Macarena, altre più clubbing, che magari incontrano anche la musica leggera. La musica è sempre stata al servizio di quello che volevo raccontare. È stata una scoperta anche per me e, a dire la verità, non credo di aver ancora capito fino in fondo che genere di musica faccio.
Quindi l’elettronica non è soltanto una scelta sonora, ma anche un modo per esprimere cose che sarebbe stato più difficile dire diversamente.
Assolutamente. L’elettronica, innanzitutto, mi ha consentito di avere a disposizione un’infinità di strumenti. Il fatto di poter utilizzare software di produzione mi ha permesso di creare musica senza dover necessariamente avere una band o le competenze di uno strumentista. È stata una grandissima salvezza. Mi è venuta in soccorso per creare in modo organico quello che avevo in testa. Con i sample, ad esempio, avevo la possibilità di fare praticamente qualsiasi cosa in tempo reale. Da questo punto di vista mi ha aiutata tantissimo.
Parlando di influenze musicali, c’è stato un artista o un disco che ti ha fatto capire che quella era la strada?
Non c’è stato un disco che mi abbia fatto capire quale fosse la mia strada, però ce ne sono stati alcuni che mi hanno colpita molto. Sicuramente Racine Carrée di Stromae è stato importante. Poi c’è stato un album di Caetano Veloso che mi ha accompagnata durante la mia prima fase creativa, quando mi ero trasferita a Londra per un periodo. Mi ha davvero coccolata. Però la vera svolta l’ho avuta guardando i mondiali di beatbox con la loop station. Quel modo di creare musica mi ha influenzata parecchio.
Parlando invece delle tue canzoni, sembrano nascere più da immagini e sensazioni che da una struttura tradizionale. Quando scrivi un brano nasce prima una frase, un’emozione o il suono?
Dipende. Se parliamo dei brani del disco, sono nati da cose che avevo scritto in precedenza, racconti veri che mi erano capitati nella vita. Poi ho iniziato a fare delle produzioni e ho recuperato quei testi, adattandoli alla musica.
Non avevo idea di cosa fosse una struttura-canzone e infatti molti brani del disco non la rispettano. Sono racconti e la produzione seguiva più una logica clubbing, con introduzioni, build-up e drop esplosivi, piuttosto che la classica forma strofa-ritornello.
Nelle produzioni più recenti, invece, è cambiato qualcosa. Ad esempio Potevamo fare schifo insieme è nata alla chitarra, da un giro armonico, e mi ha portata verso una forma più canonica.
Ti è mai capitato che una produzione raccontasse una storia che ancora non sapevi di voler raccontare?
Assolutamente sì.
In brani come Potevamo fare schifo insieme o Malati di gioia emerge il bisogno di essere autentici: da una parte il rifiuto delle aspettative sociali, dall’altra la libertà emotiva nelle relazioni. Dove pensi sia più difficile essere davvero autentici?
È difficile sempre. Per me, però, è più facile esserlo nella vita di tutti i giorni che nelle relazioni intime. E già il fatto che faccia questa distinzione dice molto. Le relazioni profonde sono più difficili da gestire, perché implicano compromessi e la capacità di lasciare spazio all’altro. Forse è una cosa su cui sto ancora lavorando.
Nella vita quotidiana invece mi riesce più facile, soprattutto da quando faccio un lavoro che mi permette di esprimere le mie opinioni. Però mi rendo conto che oggi è complicato esporsi serenamente: le opinioni sono sempre più polarizzate e io non amo gli estremismi. Mi piace il confronto, mi piacciono le sfumature e mi piace anche avere la possibilità di sbagliare.
Nei tuoi brani sembri molto interessata a raccontare quelle parti di noi che normalmente si cerca di nascondere. Secondo te la musica serve anche a fare pace con quelle parti?
Sì, hai centrato il punto. La musica mi consente di esporre le mie fragilità e quelle parti di cui mi sono vergognata per tanti anni. Più sono cresciuta e più ho imparato a conoscere l’essere umano, la società e me stessa. E più ho imparato ad accettare quelle parti.
Mi diverte raccontarle quasi come se non stessi parlando di me, ma di un essere umano qualunque. In questo senso la musica mi ha aiutata a mostrarmi per quella che ero davvero.
La tua scrittura è cambiata nel tempo oppure oggi hai semplicemente meno paura di mostrare determinate parti di te?
Il timore c’è sempre. Mi impegno a essere coraggiosa, ma la paura del giudizio non scompare mai del tutto. Cerco però di arrivare a quell’esposizione con consapevolezza. Quando racconto una parte di me difficile o discutibile, lo faccio sapendo perché lo sto facendo e sentendomi pronta a sostenerla.
Sicuramente il mio modo di scrivere è cambiato e continua a cambiare. Sono passati solo tre anni da quando mi sono esposta pubblicamente con X Factor, quindi mi sento ancora in una fase di scoperta.
Prima della musica a tempo pieno c’è stata una vita molto diversa: un lavoro stabile, anni all’estero, esperienze lontane dall’industria musicale. Guardandoti oggi, pensi che quel percorso fosse necessario per diventare l’artista che sei?
Sì, fondamentale. Senza tutta la vita che ho vissuto probabilmente non avrei avuto il coraggio di emanciparmi da un sistema che mi aveva cresciuta in un certo modo. Non avrei avuto il coraggio di essere me stessa.
Quegli anni di sofferenza mi hanno costretta a guardarmi dentro, a conoscermi meglio e a capire che l’idea di felicità che mi veniva proposta non mi rappresentava. Avevo bisogno di trovare il mio spazio di felicità.
C’è qualcosa che hai imparato in quegli anni che ancora oggi ti porti sul palco e in studio?
Sicuramente una fortissima resistenza. E poi la capacità di fidarmi di me stessa: qualsiasi cosa succeda, so che me la caverò.
Ho imparato anche che molto spesso, pur avendo ragione o argomentazioni condivisibili, questo non basta. In alcune situazioni devi ridimensionare il tuo ego e accettare che la realtà non funziona sempre secondo logica. È stato un insegnamento importante.
Dopo la vittoria a X Factor hai scelto di seguire i tuoi tempi senza inseguire necessariamente ciò che ci si aspettava da una vincitrice. Quanto è stato importante proteggere la tua identità artistica?
Fondamentale. Prima ancora di partecipare a X Factor avevo preso una decisione molto importante: mi ero licenziata promettendomi che non avrei più fatto qualcosa solo perché gli altri si aspettavano che lo facessi.
Avevo deciso di essere fedele a me stessa e il rischio di vanificare tutto il percorso fatto era molto alto. Mi sono detta che non volevo ritrovarmi intrappolata nelle stesse dinamiche, anche se in un contesto diverso. Per questo ho cercato di stare molto attenta a non ripetere gli stessi errori.
Hai mai avuto paura di perdere questa identità?
Sì. Però devo dire che le condizioni che ho trovato davanti a me hanno reso più semplice restare fedele alle mie convinzioni. Ho incontrato persone che non mi ispiravano particolare fiducia e questo, paradossalmente, mi ha aiutata a mantenere una posizione molto chiara.
Resta il fatto che il periodo successivo a X Factor non è stato facile. Ho dovuto imparare tantissime cose nuove.
Oggi si parla molto di autenticità. Allo stesso tempo sembra esserci una forte pressione a essere immediatamente riconoscibili e facilmente catalogabili. C’è ancora spazio per artisti che cambiano, sperimentano e si contraddicono?
Secondo me sì. Anzi, spero proprio di sì. Per raccontare la complessità di un essere umano non ci si può limitare a un solo stile o a un solo modo di raccontare le cose.
Penso che sia importante accompagnare la propria crescita artistica con quella personale. Basta guardare artisti come Battiato, che nel corso della carriera hanno attraversato sonorità e intenzioni molto diverse.
La chiave non è il sound in sé, ma l’autenticità con cui sperimenti. Quando un artista è riconoscibile perché c’è lui dietro a quello che fa, allora funziona.
Le tue canzoni nascono spesso da esperienze molto personali, ma poi finiscono nella vita degli altri. Quando hai capito davvero quanto le persone si riconoscessero nella tua musica?
Lo capisco soprattutto dal vivo. Durante i concerti si crea una connessione molto forte e per me è fondamentale. Ho bisogno di quella risposta del pubblico per esprimermi al meglio.
Non so sempre cosa susciti la mia musica nelle persone, ma lo percepisco quando vedo uno sguardo che si illumina o qualcuno che reagisce a una determinata frase. È lì che capisco che qualcosa è arrivato.
C’è un incontro o un messaggio che ti ha colpita particolarmente?
Sì. Una volta, dopo un talk, si è avvicinata una ragazza in lacrime. Mi raccontò che aveva una grande passione per la produzione di candele e che avrebbe voluto trasformarla in un lavoro, ma era bloccata in una vita da consulente.
Mi disse che, ascoltando il mio percorso, aveva rivisto completamente se stessa e tutte le contraddizioni che si vivono quando ci si sente intrappolati in una vita che non appartiene davvero.
Quel momento mi ha colpita molto. Mi ha fatto capire quanto sia importante far sentire meno sole le persone. Se la mia esperienza può aiutare qualcuno a trovare il coraggio di cambiare, allora tutto acquista ancora più senso.
Dopo tutto il percorso fatto finora, che energia porti sul palco in questo momento? Più entusiasmo, responsabilità o curiosità?
Direi più leggerezza. Negli ultimi due anni ho sentito una grande responsabilità: quella di dimostrare che non ero soltanto la vincitrice di X Factor.
Ho sempre avuto questa necessità di essere credibile e credo che, nell’ultimo anno, mi sia conquistata un piccolo spazio tutto mio da cui partire. Per questo oggi vivo i concerti con meno ansia e più gioia. Sono felice di salire sul palco, cantare le mie canzoni e condividere quell’energia con le persone.
Se guardi la te stessa di qualche anno fa e quella di oggi, qual è la differenza più grande che senti dentro di te?
Non lo so con precisione, perché mi sento in una fase di cambiamento continuo. Però una differenza c’è: oggi mi sorprendo molto di più.
Prima tendevo a dare tutto per scontato. Adesso continuo a sorprendermi di me stessa, delle persone che mi circondano e di quello che accade. Ho anche molta più fiducia negli altri. Questo è cambiato profondamente.
Ti faccio un’ultima domanda. C’è una canzone che senti di non aver ancora scritto ma che, prima o poi, arriverà?
Direi di sì, per forza. Devo ancora fare almeno un altro album, quindi spero proprio che arrivi.
Sono in una fase di esplorazione e non so ancora esattamente cosa succederà. Però sono sicura che c’è una canzone che non ho ancora scritto e che mi darà grandi soddisfazioni. Spero arrivi il prima possibile.
Articolo a cura di Natalia Ameduri
