Luglio 13, 2026
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Le frasi gli escono di dosso con la stessa urgenza con cui, da oltre trent’anni, attraversa il rock italiano trasformando la parola in una detonazione emotiva, politica, quasi fisica. Non ha mai cercato la neutralità, né l’equilibrio. Dai giorni abrasivi degli One Dimensional Man alla furia lirica de Il Teatro degli Orrori, fino alla tensione scarna e frontale di Pierpaolo Capovilla e i Cattivi Maestri, il suo percorso è rimasto coerente nella cosa più rara: la necessità.

Capovilla non interpreta semplicemente canzoni. Le abita come fossero processi morali. Nei suoi testi convivono rabbia politica, fame spirituale, pornografia del potere, solitudine urbana e desiderio di assoluto. Ogni disco sembra nascere da una frattura: sociale, esistenziale, linguistica.

Anche “Per le vie della città”, il nuovo brano dei Cattivi Maestri, si muove dentro questo paesaggio umano esausto: una metropoli dell’anima fatta di rumore, alienazione e “accorante superfluo”, per usare un’espressione cara a Pasolini. Sopra tutto, la Luna. Un corpo distante e silenzioso che osserva il collasso contemporaneo ricordandoci, forse, che esiste ancora qualcosa di più grande della nostra miseria quotidiana.

Poche ore prima di questa intervista, commentando il risultato delle elezioni amministrative veneziane, Capovilla ha scritto parole durissime sulla trasformazione della città in una “metastasi turistica”. Non è stata un’uscita isolata. Da sempre la sua voce pubblica rifiuta la postura dell’artista disimpegnato: prende posizione, divide, esaspera, espone il conflitto.

Ed è probabilmente questo che rende ancora necessario ascoltarlo oggi. In un tempo dominato dal commento rapido e dall’opinione reversibile, Capovilla continua a parlare come se le parole avessero conseguenze.

Stamattina hai scritto che Venezia è “morta” e che ormai ha vinto la metastasi del turismo. Quando guardi la città oggi, cosa ti ferisce davvero: la politica, il mercato o il fatto che le persone sembrino essersi arrese?

PpC: C’è un intero Paese aggredito senza riserve dal turismo globale, eche lo sta distruggendo. Se mi addentro nei Quartieri Spagnoli, o in Vucciria, in Piazza della Signoria, o in Rione Monti, mi viene da piangere. Venezia è il paradigma di questa mostruosità, promossa da un ceto politico che se ne frega delle conseguenze inferte al tessuto sociale. Il Paese è diviso: nei miei social sono stato insultato, sopratutto in privato, minacciato, calunniato, invitato al suicidio, per non citare i commenti nei social del “ministro” delle infrastrutture, un inqualificabile carnaio; per le calli di Venezia tante persone reali mi hanno invece incoraggiato, si sono sorprese di tanta -troppa, dico io- franchezza.

L’Italia è sempre stata una meta turistica, ma negli ultimi decenni il fenomeno è divenuto dirompente, colmando una misura già colma. La politica quindi mi ferisce, certamente, perché non ha voluto e non vuole disciplinare e contenere il fenomeno, mai così distruttivo nella storia repubblicana. Anche il mercato mi ferisce, perché è mercimonio: crea lavoro povero, nero, di sfruttamento consapevole e colpevole, espelle le famiglie dalle città, e trasforma straordinarie bellezze in ristoranti e alberghi diffusi, arricchendo la rendita, e impoverendo la gente.

Malfattori al governo della Repubblica hanno fatto l’impossibile perché questo incubo si inverasse. Mi ferisce l’indifferenza delle persone, per forza: qui a Venezia, dopo due amministrazioni Brugnaro, che hanno provocato danni forse irreparabili, ha vinto di nuovo il processo di desertificazione, avendo vinto il suo assessore al… turismo! C’è da non crederci. Ha vinto perché in terraferma non si vuole una Moschea per i lavoratori e lavoratrici islamici, che sono tanti, e che contribuiscono in modo rilevante al benessere collettivo: com’è possibile tanta intollerante ignoranza nei confronti di queste genti, che hanno anche loro, perché ce l’hanno, il diritto di avere un luogo sacro dove ritrovarsi e pregare. Sono persone che credono in Dio, che male c’è? La sappiamo tutti la ragione di questo schifo, si chiama fascismo, né più né meno.

In Italia molti musicisti evitano accuratamente di esporsi. Tu invece continui a prendere posizione anche quando sai che creerai attrito. È una necessità morale o proprio un’incapacità di stare zitto?

PpC: È una necessità etica. In questo momento storico poi, nell’abisso morale che incombe su di noi, non esporsi, non reagire, non scegliere da che parte stare, è ignominioso.

“Per le vie della città” sembra raccontare un’umanità anestetizzata, quasi svuotata. Ti interessa ancora raccontare il presente o ormai stai descrivendo una specie di dopobomba emotivo?

PpC: Ah! ‘Dopo bomba emotivo’… Geniale! Racconto la mia vita, che vivo insieme a tutte e tutti, in questo presente storico.

Nei tuoi lavori c’è sempre molta carne, molta rabbia, molto conflitto. Eppure sotto si sente spesso anche una tensione spirituale. Hai ancora bisogno di credere in qualcosa?

PpC: Si. Mai come ora. Voglio credere, con Majakovskij, nella ‘grandezza del cuore umano’, nell’uguaglianza e nella giustizia sociale, nella fratellanza, nell’amore, nel Socialismo, insomma. Mi sorge spontanea una considerazione: è nel conflitto che fioriscono i diritti, nella pacificazione sociale cresce il consumismo e l’indifferenza, l’ignavia, la viltà; per citare Pasolini, la viltà: “quel profondo impedimento che, all’uomo, toglie forza al cuore, calore al ragionamento”.

Hai la sensazione che il rock abbia perso centralità culturale perché il sistema lo ha assorbito o perché ha smesso di essere pericoloso?

PpC: Entrambi i fenomeni, dire. Ma non è finita qui, neanche un po’.

Tu hai riportato nel rock italiano una scrittura feroce, teatrale, piena di immagini e di peso specifico. Oggi però viviamo nell’epoca della velocità e della semplificazione. Ti senti fuori tempo?

PpC: Abbastanza. Ma non mi arrendo.

Sul palco sembri sempre sul punto di esplodere o crollare. È controllo assoluto o c’è ancora una parte di te che rischia davvero ogni volta?

PpC: È Teatro, come Dio comanda. E certo…Vado per i sessanta, non sono più un giovanotto, ma sono ancora in salute e, ti dirò, ho l’impressione che l’adrenalina che produce il mio organismo durante i concerti, mi faccia un gran bene.

Invecchiando si diventa più lucidi o semplicemente più stanchi di combattere?

PpC: Io non mi stancherò mai di combattere: nella lotta di classe, la gioia di vivere.

Cosa ti spaventa di più dell’Italia di oggi: il cinismo o l’indifferenza?

PpC: Il cinismo mi ripugna, l’indifferenza mi rammarica.

Dopo tutti questi anni passati a gridare contro il potere, contro il conformismo, contro la disumanizzazione… hai ancora fiducia negli esseri umani?

PpC: Si, anche più di prima. Credo nell’amore e nelle sue meravigliose reciprocità, sempre possibili, basta cercarle.

Intervista a cura di: Pierluigi Spagnolo

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