Maggio 11, 2026
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C’era un modo semplice, quasi inevitabile, per leggere Memento Mori quando uscì nella primavera del 2023: come un disco attraversato dalla morte di Andy Fletcher, il terzo Depeche, l’elemento di equilibrio tra le personalità ingombranti di Dave Gahan e Martin Gore. Un’interpretazione che Martin Gore stesso aveva in parte incoraggiato, spiegando che memento mori non doveva essere soltanto un monito funereo, ma anche un invito a vivere meglio, finché si è vivi. «Ricordati che devi morire, ma anche di ringraziare per ogni giorno sulla Terra», aveva detto.

Nei concerti italiani del tour — Roma, Milano, Bologna — questa idea prendeva forma come celebrazione della vita più che come meditazione lugubre. Depeche Mode: M, il film diretto dal regista messicano Fernando Frías e girato allo stadio Foro Sol di Città del Messico nel settembre 2023, sembra invece voler fare un passo ulteriore: trasformare il concerto in un discorso esplicito sulla morte, intrecciandolo con la cultura messicana e il Día de los Muertos.

Almeno nelle intenzioni. Perché tra ciò che Depeche Mode: M promette e ciò che effettivamente mostra si apre una distanza non trascurabile.

La produzione parla di «profondo legame tra la musica dei Depeche Mode e i temi della mortalità», di un «viaggio cinematografico nel cuore della cultura messicana legata alla morte». Il film arriva nelle sale italiane dal 28 al 30 ottobre, a ridosso del 2 novembre, e il 5 dicembre sarà accompagnato da un album live, Memento Mori: Mexico City, con tanto di inediti di contorno. Tutto, sulla carta, sembra perfettamente coerente. Il problema è che questa coerenza, sullo schermo, non si vede.

Depeche Mode: M è un film-concerto ben girato, energico, professionale. Ma è anche un film che parla moltissimo di morte senza mai chiarire perché stia parlando proprio dei Depeche Mode. Le canzoni — nuove e vecchie, da Memento Mori a Violator — scorrono solide e incontestabili. Tra un brano e l’altro compaiono inserti sulla morte nella cultura messicana, aforismi, digressioni filosofiche, suggestioni storiche. Suggestioni, appunto. Perché nessuno le mette davvero in relazione con la band.

Fin dall’inizio si sente dire: «Siamo un Paese che ha il copyright della morte». Ma chi parla? Il film non lo dice. Non è il pubblico, quasi invisibile se non come massa indistinta. Non è la band: Dave Gahan e Martin Gore non aprono mai bocca se non per cantare. Non ci sono interviste, né riflessioni, né un minimo di contesto che spieghi perché i Depeche Mode abbiano scelto di legare così esplicitamente il loro concerto al Messico e alla sua visione della morte.

Il risultato è un progetto che sembra procedere su due binari paralleli che non si incontrano mai: da una parte un concerto dei Depeche Mode, dall’altra una serie di appunti — talvolta superficiali — sulla morte. Il famoso «profondo legame» resta un atto di fede richiesto allo spettatore, non qualcosa che il film si prenda la responsabilità di costruire.

La parte live funziona, eccome. Fernando Frías sa come riprendere un concerto, e l’estetica dei Depeche Mode ne esce rafforzata. Non stupirebbe se la band decidesse di affidargli un ruolo simile a quello che fu di Anton Corbijn, la cui iconografia storica qui viene però usata con parsimonia quasi sospetta. Dave Gahan domina la scena, Martin Gore resta spesso ai margini, Andy Fletcher viene ricordato in modo rapido e quasi burocratico: il suo volto stampato e distribuito al pubblico, una frase («Il nostro amico e collega Andrew Fletcher») e poco più.

È paradossale che in un film così ossessionato dalla morte, la morte più concreta — quella di Fletcher — venga trattata come un passaggio obbligato, senza vero approfondimento emotivo. Tutto viene inglobato in un flusso di riflessioni generiche, dove trovano spazio persino Gilgamesh, i sumeri e il XIX secolo avanti Cristo. Citazioni alte, certo, ma appiccicate come figurine, senza un vero nesso con ciò che accade sul palco.

Ai fan Depeche Mode: M piacerà. È un concerto dei Depeche Mode, e tanto basta. Ma come film che ambisce a essere qualcosa di più — un’opera sul senso della morte, sulla cultura messicana, su Memento Mori come manifesto artistico — lascia una sensazione di incompiutezza.

Detta senza giri di parole: è come assistere a un grande concerto durante il quale, dopo ogni canzone, il vicino di posto ti sussurra riflessioni sulla morte nella cultura messicana. Anche interessanti, a tratti. Ma fuori fuoco. E soprattutto non richieste.

Alla fine resta la sensazione più fastidiosa di tutte: non quella di un film sbagliato, ma di un film che non ha avuto il coraggio di spiegare davvero cosa voleva essere. Un’occasione mancata, mascherata da esperienza cinematografica.

Articolo a cura di Angela Todaro

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