Da MTV a TikTok: Giacomo Triglia e l’evoluzione del videoclip
C’è stato un momento in cui il videoclip era un luogo. Non uno schermo, non un contenuto: un luogo preciso in cui la musica prendeva forma, si faceva corpo, immagine, memoria. Oggi quel luogo si è frantumato in migliaia di superfici — feed, stories, loop da pochi secondi — eppure continua a esistere, in forme nuove, spesso invisibili.
Nel lavoro di Giacomo Triglia questa trasformazione si vede tutta: oltre duecento videoclip, attraversando epoche, piattaforme e linguaggi, senza mai perdere una tensione narrativa riconoscibile. Dai racconti visivi costruiti con Brunori Sas fino all’energia iconica dei Måneskin, il suo sguardo ha seguito — e in parte anticipato — la mutazione dell’immaginario musicale italiano.
Ora che l’intelligenza artificiale promette di riscrivere ancora una volta le regole dell’immagine, la domanda non è più solo come si fa un videoclip. Ma cosa resterà umano, quando tutto il resto potrà essere generato.
Quando hai iniziato, il videoclip era uno strumento centrale per costruire l’identità di un artista. Oggi, nell’era dei social, cos’è diventato secondo te?
In parte fa ancora quello per cui è nato, promuovere un brano, costruire e rafforzare l’identità di un artista. Anzi, paradossalmente lo fa con più forza di un tempo, quando tutto era limitato al passaggio televisivo su un’emittente dedicata. Oggi la condivisione è ovunque e continua, e questo è qualcosa di potente. Il problema, semmai, è che è diventato molto più complesso realizzare qualcosa di davvero originale. L’AI ha cambiato le regole del gioco, o le ha moltiplicate, dipende da come la guardi. Ci sono tantissime nuove strade percorribili, e questo ovviamente semplifica la vita a qualcuno e la complica a qualcun altro. A chi i video li fa di mestiere, soprattutto.
Qual è stato, nella tua carriera, il momento in cui hai percepito che tutto stava cambiando? YouTube, Instagram, TikTok… o è stato più un processo lento?
Ho iniziato con i videoclip nel 2009, quando Facebook veniva già usato per le condivisioni, quindi per me il cambiamento è stato piuttosto naturale e graduale, non ho vissuto nessun momento di rottura netta. All’epoca i passaggi su MTV e All Music contavano ancora, come le esclusive video sui portali editoriali. Poi è arrivato Instagram, e le stories hanno intensificato tutto, portando con sé quel passaggio quasi obbligato ai contenuti verticali che ha ridisegnato un po’ il modo di pensare le immagini. Piano piano i passaggi televisivi si sono concentrati sulle radio tv, che trasmettendo il brano trasmettono anche il video. È stato più un processo di sedimentazione che una rivoluzione.
Lavorando con artisti come Jovanotti o Måneskin, hai notato una differenza nel loro modo di concepire le immagini rispetto a 10-15 anni fa?
Onestamente no, e forse non è un caso. Gli artisti con cui ho collaborato sono sempre stati interessati a costruire qualcosa di narrativo, qualcosa che andasse oltre il semplice video playback. Probabilmente è anche per questo che si sono rivolti a me. Con tutti ho trovato la stessa attenzione nel voler realizzare qualcosa di originale, con una storia dentro. A volte di più, a volte di meno, ma il playback classico lo abbiamo sempre evitato. Forse la selezione si è già fatta da sola nel momento in cui ci siamo scelti.
Oggi un videoclip vive più spesso in clip di 15 secondi che nella sua versione integrale: pensi che questo abbia indebolito o rafforzato la regia?
Rafforzato, senza dubbio. Devi essere abile a conquistare lo spettatore in pochissimo tempo, è quasi come se il videoclip avesse una vita parallela da spot. E questo ti costringe a essere più preciso, più chirurgico. Per questo tendo quasi sempre ad avere un inizio forte, dove mi gioco le cose migliori subito, lasciando poi a chi è interessato alla visione integrale il tempo di metabolizzare e di arricchire quello che ha già visto con nuovi elementi. In fondo è un po’ quello che fanno i grandi film: ti danno tutto all’inizio, e poi ti spiegano perché.
Ti senti mai diviso tra la necessità di creare immagini “iconiche” e quella di costruire una narrazione più lunga?
No, perché per me le due cose non sono mai state in conflitto. L’immagine iconica ha bisogno di una narrazione più lunga e strutturata per non essere semplice autocompiacimento visivo, e la narrazione lunga ha bisogno di immagini iconiche per non perdere forza. Si alimentano a vicenda. Se le separi, rischi di avere da un lato qualcosa di molto bello ma vuoto, dall’altro qualcosa di molto denso ma indigesto.
C’è qualcosa che fai sul set, un gesto, un’intuizione, una scelta estetica, che sei sicuro una macchina non potrà mai replicare?
Io faccio tanti storyboard, e quasi sempre realizzo anche dei rubamatic, che sono dei video in cui monto scene ispirate a film o ad altro, o che ricreo direttamente con l’AI, già sincronizzate con il brano. In pratica è come se l’artista avesse già chiaro il risultato e le emozioni prima ancora di arrivare sul set. Però poi c’è sempre un momento sul set in cui qualcosa non va come doveva andare, o qualcosa arriva per caso, e lì nasce l’intuizione. Devi essere abile a trasformare l’imprevisto in risorsa, a trovare soluzioni alternative che spesso diventano più interessanti delle originali proprio perché i paletti imprevisti ti hanno costretto a spingerti oltre. Quella capacità di stare nell’imprevisto e trovarcisi bene, per ora, è ancora nostra.
Qual è la prima cosa che l’AI distruggerà nel videoclip, secondo te?
Chi fa VFX sarà il primo a sentirselo addosso, anche se da un altro punto di vista potrebbe anche esserne potenziato, perché l’AI usata per arricchire scene con elementi che richiederebbero tempo e budget enormi può essere davvero molto utile. Quello che alla lunga potrebbe distruggere, in una visione più pessimistica, è l’interesse nel guardare qualcosa che sai già essere generato da una macchina. È un po’ come leggere un libro sapendo che l’ha scritto un algoritmo, tutto quell’interesse, quella proiezione che ti porti dietro quando leggi qualcosa di una persona che ammiri per quello che ha scritto, passa in secondo piano. Detto questo ho anche una visione ottimistica, perché penso che si arriverà a una tale saturazione che, quasi per autodifesa, si tornerà a fare le cose in modo più artigianale. Come successe negli anni Settanta nel mondo dell’arte, quando la saturazione delle performance e dell’arte concettuale portò, negli anni Ottanta, a un grande ritorno alla pittura. I cicli si ripetono.
Se un artista potesse generare da solo un videoclip “perfetto” con l’AI, che spazio resterebbe per un regista?
Bisogna prima capire cosa intendiamo per “artista” in questo contesto. Se stiamo parlando di qualcuno che usa uno strumento per esprimere la propria visione, come un pittore di fronte a una tela nuova, allora quell’artista diventerebbe regista, e la figura che potrebbe emergere sarebbe quella del direttore creativo che realizza tutto in autonomia. Ma come dicevo, c’è sempre il rischio doppio, la saturazione e le troppe possibilità creative portano o a un azzeramento dell’interesse, o a un ritorno a video più artigianali, dove respiri la materia, senti la persona dietro le scelte. E quella cosa fatta da esseri umani, autenticamente, assume più valore proprio perché diventa rara. Mi viene in mente Vince Gilligan, il creatore di Breaking Bad, che ha fatto scrivere nei titoli di coda della sua ultima serie, Pluribus “Made by humans.” Non è nostalgia, è già un posizionamento.
In un mondo dove tutti possono creare immagini, cosa distingue ancora uno sguardo come il tuo?
Questo non devo essere io a dirlo, con tutto il sorriso del caso. Quello che posso dire è che bisogna trovare un buon equilibrio, ripudiare l’AI sarebbe stupido e limitante, usarne troppa, almeno oggi, rischia di essere controproducente perché il tuo prodotto finisce per risultare cheap e privo di anima. Il confine è sottile, e saperlo navigare con consapevolezza è già, in qualche modo, una forma di sguardo.
Hai lavorato con brand diversi come Dolce & Gabbana e Mulino Bianco: quanto spazio resta per il tuo sguardo autoriale in una campagna?
Nelle campagne pubblicitarie, a differenza dei videoclip dove ho quasi sempre carta bianca sulla sceneggiatura, la libertà del regista si esprime soprattutto nel come raccontare messaggi già definiti dall’agenzia creativa. Ci sono casi in cui l’apporto narrativo può essere più ampio, ma quasi sempre in pubblicità il regista arriva dopo che lo script è già pronto, e viene scelto anche in funzione di quello, del suo mondo visivo, delle sue caratteristiche specifiche. Lo spazio c’è, è solo più perimetrato. E in fondo lavorare dentro dei confini non è necessariamente una limitazione, a volte è proprio lì che vengono le idee migliori.
Nei tuoi documentari, da Levante a Brunori Sas, emerge sempre un forte legame umano. Come costruisci fiducia con i protagonisti?
Penso di essere abbastanza empatico, anche se ho i miei modi per esserlo. L’artista con cui collaboro percepisce la passione e la sincerità che metto nel lavoro probabilmente, e questo li aiuta a essere a loro volta più sinceri, a metterci più di sé nel farsi raccontare da me. Non ho un metodo codificato, non funzionerebbe. È qualcosa che si costruisce sul campo, nella relazione, e che cambia ogni volta.
Cosa cambia, per te, nel raccontare un artista in un videoclip rispetto a un documentario?
Nel videoclip racconti il testo di quel singolo brano, anche se dentro c’è già l’immaginario di un artista consolidato che viene da te con una propria identità, o che hai contribuito a costruire nelle collaborazioni più lunghe. E ne ho avute tante, con Brunori, Levante, Michielin, con i quali ho realizzato tantissimi video nel corso degli anni. Nel documentario le cose si fanno diverse: racconti la persona, chi c’è dietro ai testi e alle performance, quanto e cosa queste persone mettono dentro le loro canzoni. Racconti le fragilità, le insicurezze, i pregi, il loro essere geniali. Mi piacciono entrambe le cose, non ne prediligo una rispetto all’altra. In fondo si tratta sempre di raccontare storie, brevi o lunghe che siano, e quello è il lavoro.
Con Che verso fa il pesce spada? ti sei spostato sul cinema: cosa ti ha spinto a intraprendere questo progetto?
In realtà è più un ritorno che uno spostamento. Ho iniziato con mediometraggi e cortometraggi presentati a vari festival, tra cui il Torino Film Festival nel 2004 con Jorgen’s Son. Poi per ragioni lavorative mi sono ritrovato quasi per caso a fare centinaia di videoclip, ma non sono mai stato “figlio” di MTV. Da adolescente non guardavo video musicali, sono cresciuto a pane e Fuori Orario di Enrico Ghezzi, che considero davvero fondamentale nel mio percorso. Gli devo molto, a lui e ai film che trasmetteva di notte su Rai 3, quando non esistevano piattaforme e spesso erano film che al cinema non ci arrivavano neanche. Quella è la scuola da cui vengo.
Come cambia il tuo approccio tra formato lungo e videoclip?
Meno di quanto si pensi. I videoclip oggi hanno set cinematografici, quindi anche quell’aspetto è molto simile. La differenza vera è che giri un giorno solo invece di settimane o mesi, ma la visione che cerco di mantenere è la stessa su entrambi i formati. Cambia il tempo a disposizione per raccontare qualcosa, cambia il respiro della storia, il resto è abbastanza lo stesso.
Il cinema è un approdo definitivo o una delle tante forme che vuoi continuare ad attraversare?
Parlare di approdi definitivi nel 2026, con il mondo che cambia ogni settimana, mi sembra abbastanza avventato. Di sicuro il cinema è quello che voglio fare, e mi piace molto anche la formula del documentario d’autore, tanto che proprio adesso ne sto iniziando un altro. Ma mi piace ancora fare videoclip e pubblicità. L’importante non è il contenitore, è il contenuto. L’ho sempre pensato, e più passa il tempo più ne sono convinto.
Se aprissimo YouTube nel 2035 e cliccassimo su un videoclip, cosa vedremmo che oggi è impossibile?
È diventato praticamente impossibile fare previsioni da qui a una settimana, figuriamoci nel 2035. Magari non esisteranno più i videoclip, o magari non esisterà più YouTube. Quello che posso dirti è che questa imprevedibilità del futuro mi affascina moltissimo, anche se probabilmente dovrebbe terrorizzare chiunque. Io preferisco viverla con curiosità.
Pensi che i videoclip torneranno a essere più “cinematografici” o diventeranno esperienze ibride e interattive?
Come dicevo, penso che ci sarà un ritorno all’artigianalità, quasi per autodifesa. E non solo nei videoclip, anche nei film, nei libri. L’AI ridisegna le coordinate di tutto, quindi in qualche modo “minaccia” tutto, ma penso seriamente, e non è una forma di autoconsolazione, che il pensiero umano giocherà un ruolo fondamentale proprio grazie alla sua unicità, nel bene e nel male. Le variabili che ti portano a pensare una cosa piuttosto che un’altra sono talmente tante, talmente personali e imprevedibili, che faccio fatica a credere che una macchina possa replicarne tutte le sfumature. Almeno per ora.
Come immagini il futuro del videoclip nei prossimi 5-10 anni?
La domanda andrebbe allargata alla musica, per la quale i videoclip esistono, al cinema, alla letteratura. Perché tutto in questo momento vive su un equilibrio sottile, legato allo sviluppo dell’AI, e i confini tra i formati si stanno ridisegnando in tempo reale. È una domanda affascinante sulla quale potrei fantasticarci sopra per ore, considerate le variabili in gioco. Ma mi limiterò a dire: boh :). E lo dico con tutta la stima che ho per la domanda.
Se potessi lavorare con qualsiasi artista, anche internazionale, chi sceglieresti e perché?
Anche in passato questa domanda spuntava fuori ogni tanto. Io non ho mai cercato o inseguito nulla, tutto quello che è arrivato è arrivato da solo, in modo naturale e spontaneo. Trovo più affascinante che due persone arrivino a collaborare per una serie di coincidenze che li ha fatti incontrare e trovare, piuttosto che per un piano prestabilito. Quindi ti direi: mi va bene quel che verrà. Anche perché, parliamoci chiaro, io ascolto praticamente solo jazz e i miei artisti preferiti sono quasi tutti morti.
In un futuro in cui le immagini saranno infinite e immediate, quale sarà ancora il valore di un’immagine che resta?
Il valore di un’immagine che resta sarà esattamente quello: restare. Non perdersi nel rumore del mondo, non scivolare via come tutto il resto. Oggi è già più difficile, e domani lo sarà ancora di più, proprio perché sarà sempre più raro. Ma forse è proprio per questo che varrà di più. Creare immagini capaci di resistere al tempo è l’ambizione di chiunque lavori con le immagini, e quella ambizione non credo cambierà mai, qualunque cosa succeda intorno.
Articolo a cura di Angela Todaro
