Febbraio 15, 2026
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Parliamo con Amalfitano che a metà dicembre ha dato il via al suo tour “Sono morto x 15 giorni ma sono tornato perché l’amore è”, titolo omonimo del suo ultimo album. È un disco che fa dell’amore il centro – non quello delle relazioni pop, ma l’amore come forza vitale, come voglia di svegliarsi e trovare un senso. Prodotto da solo, è più felicemente dispersivo rispetto al lavoro precedente con Francesco Bianconi: pieno di oggetti, di cassetti aperti, di fantasia che aveva bisogno di uscire. Dentro c’è tanta America – country, gospel, folk – intrecciata a suggestioni mediterranee e letterarie europee. Lo raggiungiamo al telefono mentre è in viaggio tra una data e l’altra, con i primi sold out alle spalle e il pubblico che già canta i brani nuovi.

Come sta andando il tour appena partito? Sta andando molto bene! Abbiamo già avuto due date tutto esaurito a Roma e Milano. Non che sia uno che insegue i tutto esaurito: anche a Bari e Napoli ho visto il pubblico che cantava il disco nuovo, cosa che mi commuove tanto. Che bello vedere persone appassionate anche per pezzi secondari o minori.

“Sono morto x 15 giorni ma sono tornato perché l’amore è” – la scritta che ti ha colpito parla di qualcuno che è tornato. Tu hai vissuto momenti in cui hai sentito di dover “tornare”? Sì, eccome! Credo di vivere ancora uno di quei momenti in cui sembra di aver toccato il fondo, di essere morti – quasi spenti – o persi. La voglia di tornare e rinascere, di reinventarsi, sono il livello soggettivo delle esperienze, mentre dal punto di vista oggettivo vedi la tenacia. Le canzoni mi hanno aiutato tantissimo come momento di sfogo e racconto di quel che mi accadeva attorno. Era un modo per raccontare a me stesso le storie. Faccio delle canzoni un luogo in cui dialogare con i miei amici: non appena ne scrivo una la faccio sentire alla mia prima amica. A volte capita anche a loro di ritrovarsi al loro interno. Così le mie canzoni vivono già prima della registrazione un momento di dialogo, che mi permette di vedere la mia vita, la vita che mi circonda.

Il tuo disco mette l’amore al centro, ma un amore non centrato sulle relazioni, che sono il fulcro del pop. Come funziona scrivere d’amore senza il “noi”, senza la dinamica tra due persone? L’amore per me è un concetto viziato dalle letture e dagli studi che ho fatto. Sono molto influenzato dalla cultura greca, dall’Eros come potenza cosmica. Lo vedo e sento mio, ancor prima di averlo studiato: per me l’amore banalmente è anche la voglia di vivere, di svegliarsi la mattina e vedere che tutto ha un suo senso. Anche lottare per trovarne uno è un gesto d’amore. Cercare una risoluzione a un problema, continuare a vivere, risolvere un conflitto: quello per me è l’amore. Lo vedi pure alla fermata di un autobus.

Se i Joe Victor erano il progetto del ritmo, Amalfitano è quello della melodia. Cosa ti ha portato da uno all’altro? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che avevi bisogno di rallentare? Entrambi i progetti nascono dall’amore gigantesco che ho per il rock ‘n’ roll. Oggi si è un po’ persa la visione della musica come creatrice di canzoni che ti salvano, di shock che, grazie alla loro potenza e bellezza, ti aiutano. Oggi non mi ritrovo del tutto nella musica attorno. Questo effetto shock è il motore che mi ha fatto avviare questi lavori, inseguendo questo Big Bang in entrambi i progetti. In Amalfitano c’è più di prima la voglia di raccontare, grazie all’uso dell’italiano, mentre l’inglese dei Joe Victor lo rendeva più difficile. Poi i Joe Victor erano il lavoro dei vent’anni: sono cambiato io nel frattempo. Su ritmo e melodia, ti dico che i Joe Victor avevano canzoni minori più melodiche, mentre Amalfitano ha canzoni minori più ritmate. In questo momento mi ha sorpreso vedere le persone cantare anche pezzi che non sono i singoli principali. Di dischi del passato alcune canzoni le ho lasciate indietro, certo. Figuriamoci in un momento storico in cui i dischi non si sentono più del tutto, visto che siamo bombardati di contenuti e non riusciamo a uscire da questo loop. Poi, io preferisco diversificare i dischi al loro interno. Amalfitano si centra comunque sul desiderio di raccontare: dire in faccia alle persone cose che volevo dire e farmi capire subito.

L’album con Bianconi era più “a fuoco” e definito, questo l’hai definito più dispersivo, pieno di oggetti. Com’è nata questa trasformazione? Le cose che ho fatto finora le vedo un po’ come uno specchio di come vivevo in un certo momento, come capita a tutti. Le canzoni e il disco riflettono la mia vita. A volte sono in momenti in cui ho bisogno di riordinare la stanza e momenti in cui prendi gli oggetti alla rinfusa, concentrandoti su alcuni di essi. Il primo disco è molto eclettico; quello fatto con Francesco Bianconi era il tentativo di riordinare le idee, di cercare un focus su cose come ritornelli ben fatti o canzoni con una forma più ordinata. Quest’ultimo è conseguenza di quel che avevo bisogno mentre lo scrivevo: dovevo tirare fuori tante cose nel cassetto, che nella fase precedente, di riordine, avevo un po’ nascosto. Mi serviva mettere in campo la fantasia e l’immaginazione.

Nelle tue canzoni sento molto Mediterraneo, ma anche molta Francia – non solo Aznavour, anche una certa malinconia urbana francese. Ci sono altri riferimenti? Il trait-d’union che collega tutti i brani di questo ultimo disco è tanta, tanta America, a livello sostanzialmente musicale: Azzurrissimo è un pezzo praticamente country per gli accordi e il modo di suonare, Vai a suonare le campane è un gospel, Siamo tutti cattivi richiama l’America dei primi anni Sessanta. Quei suoni statunitensi, che strizzano l’occhio al country, al blues o al folk – non il folk di De Gregori a mo’ di chitarra e voce, ma la sua veste americana ancor più standardizzata – sono poi la base di idee mediterranee o richiami letterari europei. Ci ho messo tutte le cose che mi son piaciute, che volevo restituire agli altri come se fossi un tedoforo che deve passare la staffetta. Ma è un disco con tanta America, su tutte. Anche Mille Volte sì è ispirata a un brano di Tom Petty.

Per qualche anno nel cantautorato italiano la figura dell’artista bohémien – quello che vive di musica ma senza compromessi – sembrava in crisi, quasi vintage. Adesso sembra che stia tornando. Tu che sensazione hai, da dentro? Le poche cose che so dell’industria musicale è un mondo che più conosco, meno capisco. Le poche cose che so di essa sono legate a ciò che penso da sempre: il mercato segue i gusti della gente e la gente cambia i suoi gusti a cicli, un po’ come i corsi e ricorsi storici di Giambattista Vico. Ci sono momenti in cui le persone vogliono sentirsi raccontare l’attualità più ordinaria possibile e momenti in cui c’è fame di fantasia. Mi sembra però difficile da indagare come fenomeno. Cercare di capire cosa vogliono le persone è un lavoro duro che spetta a chi lavora nell’industria discografica; i musicisti devono cercare di passare all’altro ciò che li fa emozionare. Torno all’esempio del tedoforo: a me piace una cosa e cerco di dirlo a qualcun altro; ho vissuto un’emozione o una storia e cerco di raccontarla, passando quel che mi ha dato. Se c’è più fantasia o meno, più eclettismo o meno, massimalismo o minimalismo, per me dipende da quel che sto scrivendo, dal momento. Non bisogna giudicare troppo i motivi per cui una persona fa qualcosa, anche perché quando si scrive c’è molto di nascosto. Sarebbe come chiedere a qualcuno: “perché hai quel naso?”. Non tutto è così strapensato.

Vivi e suoni a Roma da tanto tempo. Hai visto cambiare la scena, i luoghi della musica. Cos’è successo? E come ti posizioni tu oggi in questa Roma? Roma non la capisco bene. Ci sono nato e cresciuto, ho vissuto anche in posti sulle Alpi, a Londra o Palermo, e Roma non l’ho mai sentita del tutto mia. Vivo in quartiere, i Parioli, assurdo, con un’aria terribile e di persone con una mentalità che non mi rappresenta. Torno qui per le esigenze familiari – ho un figlio, ormai – ma non ho altri legami. Non tifo calcio, non vivo la romanità pur standoci dentro. Dal punto di vista musicale, però, quando suonavo coi Joe Victor la città viveva un momento ricco e florido. Ora è musicalmente morta: non c’è una scena, non c’è un fermento in grado di unire tanta gente. Passo molto tempo a Milano ultimamente, cosa che accade spesso negli ultimi anni, e la trovo interessante e molto diversa dal contesto romano. A Roma sento solitudine musicale. Poi, certo, è una grandissima città e quindi accadono comunque cose, e magari tornerà ai fasti. Ci sono momenti in cui si sta tutti insieme e momenti in cui si sta un po’ più soli; forse ora siamo in uno dei secondi, e va bene uguale.

Sul tuo profilo Instagram hai raccontato la nascita di “Vai a costruire le campane” – un modo di raccontare il lavoro che non è comune. Il tuo profilo Instagram è molto interessante per l’onestà del ritmo con cui racconti cose. Il lavoro è ben riuscito nel tono e nelle intenzioni per me: racconta bene la storia attorno a un brano. Da dove nasce l’idea? Vorresti continuare? Io non sono stato mai un grande frequentatore di social; ho iniziato quest’anno a vederli come un luogo divertente, soprattutto grazie alla frequentazione di Milano e delle persone che ho conosciuto lì. I social sono uno strumento di comunicazione vero e proprio, come mi hanno mostrato alcune persone. Mi chiedevano: “perché non racconti quella canzone?”. Ci ho provato, senza voler fare una cosa bella subito, ma mi ha divertito. Nasce subito un dialogo con le persone che ti rispondono, ragionano su quel che dici. Scaturisce una vera e propria conversazione dal terreno che ti offre il social, dialogando su temi diversi dal solito. Si va oltre il: “che bella la tua canzone, che bello il tuo concerto”. Mah sì, vado un po’ libero. Continuerò a farlo. C’è sicuramente un minimo di schiavitù: se lo vuoi fare, devi farlo, e non ogni tre mesi. Ma finché mi diverto, va bene.

Siamo agli inizi del 2026. Oltre il tour che dovrai concludere, le collaborazioni, i disegni che ti piace fare, hai altri propositi? Sicuramente sarà un anno pieno: devo portare avanti tutto. Il tour, certo, che poi riprenderà in estate dopo questa fase invernale; ci saranno nuove collaborazioni; ci sarà un altro appuntamento coi disegni, anche se non l’ho ancora ben definito. Vorrei anche portare avanti questo discorso della comunicazione in ambito letterario, come ho provato a fare online parlando di libri letti. Ecco, mi sa che tornerà presto il momento di mettere in ordine.

Gioco finale. Scegli uno tra questi due musicisti se vuoi: Aznavour o Tom Waits? Libero di nominare un terzo se serve. Cazzo. Toto Cutugno? No, dai, non posso scegliere un terzo. Anzi, sì: Elvis.

Seconda e ultima coppia: Battisti o Cohen? Bob Dylan. Sono i miei idoli lui ed Elvis. E Dylan è il motivo per cui siamo al telefono. Lui e Freddie Mercury.

Articolo a cura di Michele Cornacchia

Photo Credit: Eleonora Spina

(Eleonora Spina – Spazio 211 Torino 17/1/2026)

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