Alcatraz, Milano. 25 gennaio.
Fuori è inverno pieno, dentro è sud che brucia. Il Canzoniere Grecanico Salentino sale sul palco come una band rock con cinquant’anni di storia sulle spalle e lo sguardo dritto davanti. Nessuna operazione nostalgia, nessuna teca museale: qui la tradizione pulsa, suda, balla. Il Mito, ventunesimo album del CGS, non è una celebrazione autocelebrativa ma un atto vivo, politico, familiare.
Guidato da Mauro Durante, il Canzoniere festeggia mezzo secolo tornando alle radici per spingerle ancora più a fondo e più lontano: padri e figli, madri e maestri, dialetti, lingue grike, pizziche che hanno attraversato il mondo e tornano a casa cariche di nuove visioni.
Dal battito dei cucchiai alle collaborazioni internazionali, dalla provincia al mondo, Il Mito è una domanda che continua a risuonare: come si fa a diventare un mito senza smettere di essere comunità?
Ne parliamo con Mauro Durante, musicista, custode e visionario, dopo la data di Milano.
Il mito nasce da un testo di Rina Durante che si interroga sul destino di chi vive in provincia. Oggi, cinquant’anni dopo, qual è la risposta che sentite di dare a quella domanda?
La risposta è già il fatto che noi siamo qui, dopo cinquant’anni. Quello che Rina aveva avviato – e l’altra faccia della medaglia era il lavoro musicale di mio padre – è già di per sé una risposta. Rina Durante e mio padre, con questa visione comune, hanno inaugurato un percorso che ha trovato senso già nel momento in cui prendeva forma.
Il mito è diventato questa comunità, questo movimento nato da una loro intuizione visionaria. E cinquant’anni dopo, quel seme che hanno piantato è diventato un albero bellissimo.
Avete costruito una vera e propria storia. Avete scelto di rileggere brani che fanno parte dell’immaginario collettivo. Ma quando si rimette mano a una memoria condivisa, dove finisce il rispetto e dove inizia il rischio?
Sono domande che mi accompagno da tutta la vita. Lavorare con la musica di tradizione comporta sempre il rischio di fare qualcosa di peggiore dell’originale, o addirittura di tradirne il messaggio.
Quando si tocca un certo materiale serve un approccio preciso: studio, rispetto, comprensione dei contesti culturali che hanno generato quei brani, quei testi, quei movimenti. È uno sforzo di traduzione necessario.
Ma allo stesso tempo bisogna avere il coraggio di esprimere se stessi, perché noi non stiamo facendo un museo, né una semplice operazione filologica. Stiamo facendo una proposta contemporanea.
Quello che facciamo oggi deve assomigliare a noi, a come siamo adesso, e parlare al presente. Per questo scegliamo solo quei brani e quei concetti che riteniamo ancora necessari per raccontare la nostra quotidianità, non solo per mostrare com’erano le cose prima.
In questo disco cantano insieme padri e figli, madri e figli. Quanto è stato emotivamente complesso far entrare la dimensione familiare in un progetto così simbolico?
È stato incredibilmente emozionante. Quando c’è una familiarità così profonda – in questo caso letterale – emergono aspetti del rapporto che spesso vengono messi da parte.
Nel contesto lavorativo, cose che diamo per scontate cambiano prospettiva. È complesso, ma anche molto bello. Se guardi alla storia del Canzoniere, la famiglia è quasi un’eccezione, ed è diventata una vera marcia in più, un valore aggiunto.
Per me è un’eredità: sono dentro il Canzoniere da quando ero bambino, prima sotto la direzione di papà, con mia madre accanto. Poi col tempo i ruoli si sono ribaltati. È qualcosa che attraversa tutta la mia vita.
Lu rusciu de lu mare segna il ritorno di Rossella Pinto dopo diciotto anni. Com’è stato questo rientro? Cosa è successo in studio?
Lei era emozionatissima e anche molto spaventata, perché non cantava da diciotto anni. Aveva paura di non essere all’altezza, di mettermi in difficoltà come figlio.
È stato un momento molto intenso e, devo dirlo, profondamente commovente.
C’è un brano del disco che hai sentito più forte di altri, anche a livello generazionale?
La combinazione della voce di mia madre con l’arpeggio di chitarra – una riproduzione che Emanuele Licci ha fatto dell’arpeggio scritto da papà – è stata un colpo al cuore fortissimo.
Papà è morto da quasi cinque anni e, in un certo senso, farlo “tornare” attraverso quel suo arpeggio, che accompagnava la voce di mia madre, di nuovo accanto a lei, è stato un colpo al cuore. Bello, ma anche molto potente.
Dici spesso che la tradizione è un campo aperto. In un momento storico in cui questa parola viene spesso irrigidita e ideologizzata, che responsabilità sentite?
La tradizione è un processo comunitario di scelta e di continuo miglioramento, non qualcosa di immobile da usare come scudo per difendere privilegi consolidati nel tempo. Questa consapevolezza è una responsabilità enorme.
La questione meridionale è ancora attuale?
È una grandissima questione. Anzi, il Sud come concetto si è allargato: sempre più parti del mondo sono Sud e sempre meno parti del mondo sono Nord.
Come cambia il senso di una pizzica suonata in una cucina salentina rispetto a un grande palco internazionale?
Si balla sempre e comunque.
In Taranta ritorna l’idea della musica che cura. Dopo anni di concerti, cosa avete imparato sul rapporto tra suono, corpo e guarigione?
Quello che è evidente, a distanza di tanti anni, è che la necessità della vicinanza tra le persone come risposta alla solitudine e alla sofferenza è più forte che mai.
In un tempo che fa paura, la risposta è la condivisione: stare insieme, abbracciarsi, riconoscersi in valori comuni.
Le ronde finali prima dei concerti sembrano dire che il pubblico non è mai solo spettatore. È questa la dimensione più politica della vostra musica?
Non solo questa, ma sicuramente sì. La musica ha sempre dato voce a categorie spesso silenziate. Oggi una risposta politica forte è far amplificare quella voce, insieme alle persone sotto il palco e al controcanto di chi non c’è più.
Dopo cinquant’anni, un tour internazionale, un documentario, una mostra: dove deve ancora arrivare il Canzoniere?
Dopo aver deciso, per la prima volta, di guardarci indietro e celebrare questo percorso straordinario, credo sia il momento di mettere un punto. Fieri e felici.
E poi andare avanti, con il coraggio di camminare ancora, di far crescere quell’albero piantato cinquant’anni fa, senza paura di esplorare terreni non ancora battuti.
Se Il mito è una risposta, qual è la prossima domanda?
La sfida è continuare a essere attuali e urgenti. Rispondere ai bisogni nostri e delle persone intorno a noi.
La musica e l’arte oggi hanno questa grande responsabilità: avere una funzione sociale e politica reale.
La domanda è: saremo capaci di farlo?
Se dovessi spiegare il Canzoniere a un ventenne con un’immagine?
L’albero in copertina, disegnato da Luca Coclite. È la storia comunitaria condivisa: ora tocca a noi prendercene cura, innaffiarlo, proteggerlo, far sì che chi verrà dopo lo trovi in condizioni migliori.
Che tipo di fragilità serve oggi per fare musica popolare?
Serve la disponibilità ad accogliere la sofferenza degli altri, a farla propria senza farsi schiacciare. Attraversarla insieme rende anche la gioia più potente.
Abbiamo una responsabilità verso le nuove generazioni: cercare di lasciare il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato.
La musica sta diventando sempre più politica. Non la stiamo caricando di un potere che forse non ha?
Prendo in prestito le parole di Billy Bragg. Lui dice: è vero, la musica da sola non cambia il mondo.
Ma ha il potere di farci credere che il mondo possa essere cambiato. E questo basta.
CALENDARIO TOUR (in aggiornamento)
25 gennaio – Alcatraz, Milano (IT)
26 gennaio – Cankarjev Dom, Ljubijana (SLO)
25 febbraio – Carnevale di Putignano, Putignano (IT)
11 aprile – Pan Piper, Paris (FR) (SOON ON SALE)
26 aprile – MONK, Roma (IT)
03 maggio – Romagna in Fiore, Ravenna (IT) (SOON ON SALE)
20 maggio – Town Hall, Seattle (US)
Articolo a cura di Angela Todaro
Photo Credits: Gabriella Liotti


















Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
