“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Così scriveva Cesare Pavese, e raramente una frase ha catturato con così profonda precisione il significato di un evento culturale come “Cieli su Torino 96-26”, la lunga celebrazione dei trenta anni dei Subsonica che ha animato Torino tra il 31 marzo e il 4 aprile 2026. In queste parole si intrecciano il desiderio di appartenenza, l’urgenza di comunità e la nostalgia per qualcosa che vale la pena lasciare… e poi ritrovare. Urgenza nella quale ho voluto tuffarmi. Per questo, Sabato scorso ho deciso di prendermi una serata lunga fatta di un ‘pieno di vita’ musicale sabaudo, sulle tracce sonore di quei cinque bravi ragazzi – Samuel, Boosta, Max, Ninja e Vicio – che al secolo rispondono al nome di Subsonica.Così, ho lasciato che introdurmi in questo viaggio sabbatico personale di ritorno al paese lo facesse lo storyteller Federico Sacchi – astigiano di nascita, torinese d’adozione e sabaudo purosangue – che ha portato in scena al Cinema Classico lo spettacolo Rimango Subsonico. Istantanee di un attimo che passerà: un documentario dal vivo tra storytelling, musica, teatro e immagini che ha attraversato i trent’anni di carriera della band, affondando nei rapporti, nelle relazioni e nei passaggi umani che hanno costruito l’ecosistema subsonico. “Ne emerge una storia diversa, fatta di relazioni, passaggi complessi e di una squadra allargata che nel tempo ha costruito e sostenuto il progetto Subsonica… Il racconto si sviluppa attorno a una domanda centrale: cosa significa oggi ‘rimanere Subsonico’?” ha spiegato Federico, e la risposta non riguarda solo la band, ma la comunità di lavoro e di pubblico che l’ha seguita per decenni. Uno spettacolo nello spettacolo, sentirlo narrare questa storia, che in fin dei conti è un po’ la storia di tutti noi che li amiamo e che li abbiamo vissuti fin dall’inizio, quando si “sfondavano” da Giancarlo (e noi con loro), in anni nei quali per girare ai ‘Muri’, viverli e non fartici fagocitare dovevi non essere un ‘babbo’, ma che – pur essendo un luogo complesso da frequentare – rappresentava la parte più vera e underground di questa città. Federico ha costruito uno spettacolo di suoni, ricordi, su una narrazione attenta e direttamente documentata, fatta di spiegazioni astrali e di movimenti d’onda, di interventi registrati del simpatico faccione di Ivan Liuzzo – storico tour manager del gruppo – e di filmati d’epoca, saldata dalle note preziose del quintetto sabaudo, in un mix che ha fatto sorridere molto, commuovere il giusto e inorgoglire sempre, ma senza fare quasi sconti ai cinque ragazzi subsonici: e questo anche quando racconta di come hanno più volte rischiato di perdersi. Giusto il tempo di tributargli i meritati applausi, mi sono lanciato di corsa (letteralmente) alla volta della venue che i ragazzi hanno scelto per il loro rito messianico di ritorno a casa. Un rito costruito in maniera diffusa, visto che la cornice di Cieli su Torino 96-26 non si è limitata ai live: un intero ecosistema di eventi diffusi ha punteggiato la città negli stessi giorni nei quali Federico incantava il pubblico, e i Subsonica cantavano i propri anni: mostre di fotografie a cielo aperto e memorabilia, percorsi sonori nei luoghi cari alla band, dj set itineranti e performance hanno trasformato il centro urbano inuno spazio di memoria attiva. Alle OGR, nel cuore della rassegna, si sono susseguiti quattro concerti sold out — il 31 marzo, 1°, 3 e 4 aprile — ognuno con una scaletta diversa e oltre tre ore di musica dal vivo, in un crescendo di energia e partecipazione collettiva. Ovviamente la serata di sabato non ha fatto assolutamente eccezione, perché non è stata semplicemente l’ultimo dei quattro concerti di Cieli su Torino 96-26, ma l’apice di un rito collettivo che ha raccolto tutte le energie, le storie e le voci di chi ha voluto celebrare trent’anni di Subsonica nella loro città natale. Quelle di Johson Righeira e di Willie Peyote – che con i ragazzi ha cantato una stupenda versione di Liberi Tutti – ma anche quelle del mitico Gianca alias Giancarlo ai Murazzi, e di PierFunk. Amici ai quali si sono unite le stupende voci femminili di TÄRA – nome d’arte di Tamara Al Zool, splendida artista palestinese – e di Veronika (al secolo Veronica Coassolo). Quella di sabato è stata l’ennesima maratona sonora di oltre tre ore in cui la band ha ripercorso con intensità la propria carriera: dal rock pulsante alle composizioni elettroniche, dai brani storici ai pezzi più recenti, creando un flusso continuo di energia condivisa tra palco e pubblico. La struttura dello spettacolo — con più palchi e aree sonore, visual avvolgenti e un uso scenico di luci e schermi LED che ha trasformato gli spazi industriali delle OGR in un teatro di emozioni — ha amplificato la sensazione di dialogo costante tra band e pubblico. Non è stata una semplice esibizione: è stato un linguaggio condiviso, un modo di stare insieme che ha fatto sentire ciascuno parte di qualcosa di più grande. Tanto che la sensazione di essere un tutt’uno con la band che normalmente si percepisce ai loro concerti, è diventata una forte consapevolezza: nessuna distinzione netta tra chi ha suonato e chi ascoltato, ma piuttosto un unico grande coro di persone con lo stesso ritmo nel cuore e lo stesso desiderio di esserci, cantare, ballare e ricordare. Consapevolezza che ha raggiunte tutte le generazioni di fan presenti, da chi ha vissuto gli esordi della band negli anni Novanta fino ai più giovani che hanno scoperto i Subsonica con le nuove uscite. Famiglie, amici, fan storici e nuovi appassionati intrecciati in un’esperienza in cui i brani piùiconici — Nuvole rapide, Il cielo su Torino, Radio Mogadiscio e tanti altri — si sono fusi con la forza di una comunità che non conosce limiti d’età. Non è un caso che molti abbiano descritto questa esperienza come un rito collettivo piuttosto che unsemplice concerto: la propria musica è diventata spazio per ritrovarsi, riconoscersi e cantare insieme, esattamente come Cesare Pavese avrebbe voluto per un “paese” che non ti lascia solo. Una notte, quella di sabato scorso, che ha incarnato un percorso ideale andato ben oltre la nostalgia. Le tracce dei primi album, le esplorazioni elettroniche e le nuove sonorità di Terre Rare si sono intrecciate in un continuum che ha reso visibile la storia ventennale della band senza fermarsi sul passato, ma guardando sempre avanti. Una serata che è stata davvero la somma di tre giorni di voci,cuori e ricordi — culminati in un ultimo abbraccio collettivo che ha trasformato un concerto in una festa di comunità. Comunità sulla quale lo stesso Federico Sacchi ha posto l’accento nel suo racconto: la band non è un’entità isolata, ma una rete di rapporti, incontri, fiducia e relazioni umane. “Cieli su Torino 96-26” non è stato solo il titolo di una rassegna di concerti, ma un’esperienza incarnata, un momento in cui la musica — come aveva intuito Pavese — ha riunito, ha ricordato, hafatto sentire parte di qualcosa che va oltre il singolo individuo. Quattro serate, tre ore ciascuna, decine di brani, mostre e performance: un’intensa celebrazione della storia dei Subsonica, della loro evoluzione e dell’affetto profondo che li lega alla loro città e alla loro comunità di fan. In questi giorni, Torino è diventata più di un luogo geografico — è stata un “paese” emotivo e sonoro, un posto in cui non essere soli, ascoltare e condividere. Un luogo magari non sempre facile, di certo mai eccessivamente amorevole: ma un paese accompagna i propri figli sotto il suo sguardo austero ma sincero.
Articolo a cura di Stefano Carsen
Photo Credit Elisabetta Canavero





















Elisabetta Betta Canavero, unisco la passione per la musica, gli spettacoli e la fotografia, seguendo gli eventi più vicini e lontani, dando vita a racconti coadiuvati dall’obiettivo della macchina fotografica
