Luglio 18, 2026
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A due anni da Piedi in acqua, Carmelo Pipitone torna con Quinto Quarto, il quarto album di inediti in uscita venerdì 13 marzo 2026 per l’etichetta Ad Est dell’Equatore (in vinile, negli store digitali dal 14 aprile). Undici brani scritti nell’ultimo periodo, che attraversano inglese, italiano, siciliano e arabo, e tengono insieme asperità e leggerezza con i virtuosismi chitarristici come filo rosso.

Fondatore dei Marta sui Tubi, Pipitone costruisce un disco che suona come un taccuino personale: dentro ci sono la tirannia e l’ignoranza del presente, l’autodistruzione figlia dell’ossessione per il superfluo, ma anche la dolcezza inattesa degli affetti e le dediche che attraversano il tempo. Un lavoro prodotto, arrangiato e mixato dallo stesso Pipitone con Federico Fiamma, che conferma un percorso solista in costante trasformazione.

Il quinto quarto è un titolo che richiama la cucina popolare: le parti meno nobili che diventano nutrimento. In che modo questa immagine racconta il tuo presente artistico e umano? E cosa stai trasformando oggi per farlo diventare, come dici tu, una festa?

Questo disco nasce proprio da un’esigenza quasi “culinaria”, che si lega perfettamente all’ultimo periodo della mia vita. Il quinto quarto è ciò che sembra uno scarto ma in realtà non lo è: è qualcosa di prelibato. Nella nostra tradizione, soprattutto quella meridionale, le interiora sono sempre state considerate una prelibatezza. Un tempo si diceva che dell’animale non si buttava via niente; oggi quelle stesse parti sono tornate a essere ricercate, talvolta persino più costose dei tagli “nobili”.

Nel mio caso non si tratta di veri scarti, ma di elementi che forse avevano bisogno di trovare la loro collocazione. Avevo il desiderio di far emergere una parte più politica della mia scrittura e sono riuscito a farlo con questo disco. È un “Quinto quarto” che diventa una bistecca per tutti.

Ma quanta fame c’è oggi? E fame di cosa?

C’è tantissima fame di normalità. Ho l’impressione che stiamo andando tutti un po’ in affanno, come se mancasse l’ossigeno. Siamo esposti continuamente a storie e notizie che superano l’immaginabile, che generano un senso di smarrimento profondo. È come se ci fossimo assuefatti all’orrore.

E poi c’è la ferocia dei social. Basta pochissimo per distruggere qualcuno, soprattutto chi non è strutturato emotivamente. I giovani, in particolare, sono cresciuti senza punti di riferimento solidi. Non è colpa loro: qualcuno ha creato questa situazione. C’è un vuoto sociale enorme, e non è un problema che si possa risolvere individualmente. È una responsabilità collettiva, politica. Lo Stato spesso latita, preferisce rimandare, parcheggiare le questioni fondamentali. E così si resta soli.

Hai definito questo disco come un taccuino personale. Quando hai capito che le undici canzoni stavano diventando un racconto unitario?

Non è una raccolta di brani messi insieme. Non sono scarti, e non lo sono mai stati. Sono canzoni nate nell’ultimo anno, ma pensate in modo diverso. C’è un filo conduttore preciso: uno sguardo comune sul presente. All’inizio magari possono spiazzare, ma poi le “assaggi” e scopri che hanno un senso.

Rispetto al disco precedente, “Piedi in acqua“, qual è stato il primo scarto che ti ha portato verso questo nuovo lavoro?

Non c’è stato un momento preciso. Avevo detto che Piedi in acqua sarebbe stato l’ultimo disco. Poi mi sono fermato a riflettere e ho capito che avevo ancora cose da dire, ma in maniera diversa. Scrivere è una terapia: prima di tutto serve a me. Se poi qualcuno ascolta, tanto meglio.

Nel disco alterni inglese, italiano, siciliano e arabo. È una scelta istintiva, politica o legata alle possibilità espressive di ogni lingua?

Un po’ entrambe le cose. Il siciliano è legato alla mia identità, l’arabo è una lingua che sto iniziando a conoscere anche grazie a nuove frequentazioni: in quel caso è stato quasi un esercizio di stile. L’inglese e l’italiano, invece, sono lingue che mastico da tempo e mi permettono di pensare in modo diverso.

Ogni lingua ha una propria musicalità e un proprio modo di incidere le parole. Oggi scelgo la lingua in funzione della musica: tutte possono essere potenti, se usate nel modo giusto.

Hai prodotto e mixato il disco con Federico Fiamma. Cosa ti ha dato questa collaborazione?

Con Federico c’è un rapporto di fiducia. Io entro in studio con le mie idee, lui le ribalta, le mette alla prova. È viscerale, istintivo. Se gli dico che mi servirebbe un suono particolare, lui trova il modo di realizzarlo davvero. È stimolante lavorare con qualcuno che ti costringe a uscire dalla tua comfort zone.

La chitarra resta il collante del disco. Quanto lavori per sottrazione?

Da sempre credo nel principio del “less is more”. Meno fai, meglio è. Non per pigrizia, ma perché le canzoni non devono essere soffocate da troppe note. Con il tempo ho imparato a essere più essenziale. La semplicità, però, non deve mai diventare banalità: non si tratta di fare pop facile, ma di trovare l’essenza.

Nel disco emerge una tensione spirituale che convive con la denuncia politica. Che rapporto hai oggi con la parola “resistenza”?

È una parola che mi tatuerei. È una delle poche che conserva un significato chiaro. Resistere significa non dimenticare il passato, ma anche non cedere oggi: alla tentazione del denaro facile, alla superficialità, alla manipolazione. Siamo governati da persone che spesso non hanno empatia, e dobbiamo resistere anche a questo.

In “Boffe a Manu China” scrivi che respirare non basta quando vengono annientati valori come democrazia e uguaglianzaTi senti più osservatore o parte attiva di questa battaglia?

Vorrei essere parte attiva. Per ora mi trovo spesso a osservare, ma credo che arriverà un momento in cui sarà necessario esporsi di più. E forse non è nemmeno così lontano.

In “Barabba” ti interessa più la figura storica o il suo valore simbolico?

Entrambi. Storicamente sappiamo poco di lui; probabilmente è una figura più simbolica che reale, viene soltanto citata in un vangelo. Mi interessa come metafora: l’uomo che si ribella all’oppressione, in un contesto dominato da un impero. È una storia antica ma incredibilmente attuale.

“Solchi tra le mani” è dedicata a un amico che viene dal futuro: sei tu?

Potrei essere io, potrebbe essere un figlio che non ho, potrebbe essere chiunque. È il desiderio di sentirsi dire: continua a suonare. La musica non confonde la mente, la rilassa. È un messaggio che un giorno vorrei ricevere anch’io.

“Mother’s Love” nasce da un innamoramento infantile per Ben-Hur e per le musiche di Miklós Rózsa. È un omaggio al cinema epico o alla tua infanzia? Cosa resta oggi di quello sguardo?

Guardando il film Ben-Hur, non si ha l’impressione di assistere semplicemente a del cinema, ma quasi a una forma di teatro, per la straordinaria forza espressiva che riesce a trasmettere. Le parole sono relativamente poche, ma l’intensità comunicativa è molto più forte: bastano pochi gesti, pochi sguardi, e lo spettatore deve essere capace di cogliere i sentimenti — o meglio, se l’attore è davvero bravo, è lui stesso a renderli immediatamente percepibili.

Ciò che mi ha colpito in modo particolare è la storia di quest’uomo ricco che, travolto dalla disgrazia, incrocia la vita di Gesù. C’è un passaggio straordinario che mi ha sempre affascinato: Gesù non viene mai mostrato in volto. Lo si vede solo di schiena e, in alcune inquadrature, addirittura soltanto attraverso le mani o piccoli dettagli. È come a voler dire che si tratta di una presenza potente, realmente esistita, la cui forza deve essere percepita senza bisogno della conferma diretta dell’immagine.

“Quasi aprile” è la chiusura più intima di un disco fortemente politico.

Sì. Dopo la battaglia, senti il bisogno di tornare a casa. Ho la fortuna di avere ancora i miei genitori. Sapere che esiste un luogo in cui posso tornare, in cui mi viene detto “qui c’è sempre un letto per te”, è qualcosa di prezioso. Un giorno quella voce non ci sarà più, e questa consapevolezza pesa.

Il concetto di casa non è solo un luogo fisico: è una dimensione mentale, un’aria che riconosci subito. Per chi è andato via dalla propria terra, è una sensazione potentissima. Noi siamo un po’ tutti Ulisse: viaggiamo, esploriamo, ma sappiamo cosa significa avere un punto di origine.

Qual è oggi l’elemento più difficile da trasformare: rabbia, paura o disillusione?

Probabilmente l’individualismo estremo. Oggi tutti vogliono stare sul palco, nessuno vuole fare il pubblico. Tutti parlano, pochi ascoltano. È difficile creare comunità in un contesto in cui ognuno vuole primeggiare.

La trasformazione più urgente è questa: passare dall’io al noi. Solo nella coesione possiamo trovare una forza reale. Andare da soli non porta lontano.

Con Il quinto quarto, Carmelo Pipitone consegna un disco compatto, politico e intimo allo stesso tempo, capace di intrecciare lingue, radici e visioni senza perdere coerenza. È un lavoro che chiede ascolto — vero, profondo — e che rivendica la necessità di una resistenza quotidiana, lontana dai proclami e vicina alla vita reale. In tempi di rumore, è già una presa di posizione.

Se la sfida del presente è trasformare l’individualismo in comunità, la paura in consapevolezza, la disillusione in responsabilità, allora Il quinto quarto è un atto di resistenza prima ancora che un disco. Pipitone non offre soluzioni facili, ma una postura: restare, ascoltare, costruire legami. Perché la nobiltà, oggi, nasce ancora dalla trasformazione.

Articolo a cura di Angela Todaro

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