Luglio 18, 2026
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C’è una categoria di artisti che sembra sfuggire alle regole della contemporaneità musicale. Non tanto per il suono, quanto per il modo in cui vive il palco. Dopo la prima delle due date milanesi all’Unipol Forum di Assago, Blanco dà l’impressione di appartenere proprio a questa specie rara: quella dei performer che non cercano di dominare le canzoni, ma si lasciano travolgere insieme al pubblico.

Nel live del 23enne bresciano l’impressione costante è che tutto possa sfuggire di mano da un momento all’altro. Ed è proprio questa instabilità a rendere il concerto magnetico. Blanco forza la voce fino a sporcarla, rincorre i pezzi più che interpretarli, cerca il contatto fisico con le prime file come se avesse bisogno di verificare continuamente la presenza di chi ha davanti. In un’epoca in cui ogni gesto sembra progettato per essere perfettamente condivisibile, il suo modo di stare sul palco appare quasi anomalo: impulsivo, imperfetto, istintivo.

Viene spontaneo pensare a Gianluca Grignani, con cui ha condiviso “Peggio del diavolo”. Non per affinità generazionale o stilistica, ma per quella stessa tensione irrequieta che trasforma l’esibizione in qualcosa di emotivamente instabile. Blanco cresce dentro la cultura social e dentro i meccanismi della visibilità permanente, ma sul palco sembra cercare continuamente una via di fuga dal controllo.

Il concerto — un’ora e quaranta praticamente senza pause — parte sulle note de “Il cielo in una stanza”, omaggio a Gino Paoli, prima dell’esplosione vera e propria. Ledwall monumentali, fuochi, una band solidissima e lui al centro di un cilindro di luce attraversato da scariche elettriche. “Ti voglio bene” arriva come uno sfogo immediato più che come un’apertura studiata.

Da lì il Forum entra in una spirale continua di energia e vulnerabilità. “L’isola delle rose” corre su una batteria martellante, “Paraocchi” diventa un coro collettivo, mentre “Ladro di fiori” mostra già la tendenza del live a deformare i pezzi rispetto alle versioni in studio. I brani dell’ultimo album, uscito appena un mese fa, vengono cantati dal pubblico come inni già sedimentati. “Anche a vent’anni si muore” sembra una hit consumata da anni, mentre “Finché non mi seppelliscono” lascia emergere tutta la vena rock dell’artista.

Il concerto vive soprattutto di corpo a corpo. In “Fuori dai denti” Blanco salta senza tregua e trascina il pit in una danza scomposta, continuamente sul punto di implodere. “Maledetta rabbia” diventa invece una liberazione collettiva: il Forum canta ogni parola all’unisono mentre lui sembra pronto a buttarsi dentro la folla.

La forza del live sta proprio nella sua capacità di alternare esplosione e fragilità. “Belladonna” è abrasiva e feroce, ma subito dopo Blanco interrompe tutto per ringraziare il pubblico chiamandolo “famiglia”. “Piangere a 90” trasforma il palazzetto in un gigantesco karaoke emotivo, accompagnato dalle immagini della sua infanzia sui ledwall.

L’imprevedibilità resta però la vera cifra della serata. In “Un briciolo di allegria” si inginocchia davanti alla voce di Mina come in una sorta di rito improvvisato, mentre nella seconda parte del concerto cambia ancora pelle: “Nostalgia” e “Los Angeles” vengono spogliate in versione chitarra e voce, ma anche nei momenti teoricamente più intimi continua a spingere ogni nota fino al limite, deformando i falsetti attraverso l’Auto-Tune.

Con “Blu celeste” il Forum si immobilizza davvero. È uno dei pochi momenti di sospensione totale prima che il concerto torni a correre senza freni verso il finale. “Pornografia” assume un’attitudine quasi punk, “Notti in bianco” scatena il caos sotto palco tra pogo e smartphone alzati: l’immagine perfetta della Gen Z ai concerti, sospesa tra partecipazione fisica e bisogno di documentare tutto.

Nel finale Blanco riporta il live verso una dimensione più emotiva con “Innamorato”, “15 dicembre” e “27 luglio”, prima dell’ultima accelerazione di “Mi fai impazzire”, trasformata in una cavalcata rock. Poi arrivano “Brividi”, “Un posto migliore” e “Ma’”, che chiude il cerchio riportando il cantante alle sue radici più intime.

Quando le luci si riaccendono resta soprattutto una sensazione: aver assistito a un concerto che riesce ancora a sembrare vivo, imprevedibile, perfino pericoloso. Blanco tiene in piedi il meccanismo perfetto del pop contemporaneo, ma allo stesso tempo lo incrina continuamente con l’errore, l’eccesso e l’istinto. Ed è proprio in quell’equilibrio precario che il live trova la sua forza più autentica.

Photo Credit Aldo Bizzarri

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