Alla Villa Durazzo Bombrini di Genova il concerto della compositrice svedese chiude la XV edizione del Lilith Festival: un live sospeso tra art rock, drone, musica sacra e sperimentazione
GENOVA — Ci sono concerti che si ascoltano e concerti che, più semplicemente, si attraversano. Quello di Anna von Hausswolff, sabato 8 agosto alla Villa Durazzo Bombrini, appartiene alla seconda categoria. La musicista svedese ha chiuso la XV edizione del Lilith Festival portando a Genova un universo sonoro nel quale il confine tra concerto, rito e performance tende progressivamente a dissolversi.
Una scelta tutt’altro che casuale per il gran finale di una manifestazione che da quindici anni lavora sulle nuove forme della musica d’autrice e sulla creatività femminile. Dopo un’edizione costruita tra musica, ricerca e contaminazione, il Lilith ha affidato la propria chiusura a una delle figure più radicali della scena contemporanea internazionale. E von Hausswolff, in questo contesto, sembra quasi la conclusione naturale di un percorso.
La sua musica non cerca scorciatoie. L’organo, l’elettronica, le stratificazioni vocali, il drone e l’attitudine rock convivono in una materia sonora fisica, spesso imponente, ma capace anche di aprire improvvise zone di sospensione. È una musica che lavora sulla tensione: costruisce lentamente, accumula, dilata e poi lascia che il suono occupi tutto lo spazio disponibile.
È soprattutto l’organo a rappresentare il centro gravitazionale di questo linguaggio. Non più soltanto strumento liturgico, ma macchina sonora capace di diventare contemporaneamente orchestra, muro di rumore e voce ancestrale. Intorno a questo elemento von Hausswolff ha costruito negli anni un’identità difficilmente assimilabile a un genere preciso: art rock, dark folk, drone, elettronica e musica contemporanea sono soltanto coordinate utili a orientarsi in un territorio che rimane, in definitiva, tutto suo.
E poi c’è la voce. Una voce che non viene utilizzata semplicemente per raccontare una canzone, ma come un ulteriore strumento della composizione: si innalza, si sovrappone alle architetture sonore, le attraversa e talvolta sembra quasi emergere dal loro interno. È questo uno degli elementi che rendono il live di von Hausswolff qualcosa di più di una semplice esibizione musicale.
Il risultato è un’esperienza immersiva, spesso fisica, nella quale la dimensione contemplativa convive con una tensione quasi brutale. La spiritualità non è rassicurante e il rock non è mai soltanto energia: tutto viene portato verso una dimensione più oscura, visionaria, cinematografica.
Non sorprende, del resto, che nel percorso artistico di von Hausswolff siano entrati in contatto mondi apparentemente lontani, dai circuiti della musica contemporanea all’avant-garde fino a realtà radicali del rock sperimentale come Swans e Sunn O))).
La Villa Durazzo Bombrini aggiunge a questa ricerca una cornice particolarmente efficace. Il grande spazio storico di Cornigliano diventa parte integrante della percezione del concerto: non un semplice contenitore, ma uno scenario nel quale la musica può assumere una dimensione quasi rituale. Il contrasto tra la storia del luogo e la modernità estrema del suono accentua ulteriormente quella sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che sfugge alle normali coordinate del live rock.
In fondo è proprio questa la forza di Anna von Hausswolff: non concedere allo spettatore un genere nel quale sentirsi comodamente al sicuro. La sua musica può essere monumentale e intima, feroce e spirituale, rumorosa e sospesa. Può partire da una forma riconoscibile per poi trasformarla in qualcosa di molto più ambiguo e affascinante.
Per il Lilith Festival, arrivato al traguardo dei quindici anni, è una chiusura che ribadisce con chiarezza una vocazione: non limitarsi a proporre concerti, ma cercare artiste capaci di mettere in discussione linguaggi e convenzioni. La presenza di von Hausswolff rappresenta esattamente questo tipo di scommessa.
E così, alla fine, più che un sipario cala una sorta di riverbero. Quello di una musica che non ha bisogno di essere immediatamente decifrata per lasciare il segno. Anna von Hausswolff porta sul palco una concezione del concerto come esperienza totale, dove il suono diventa materia, spazio e atmosfera.
Un finale radicale per un festival che, anche quest’anno, ha scelto di non confondere la ricerca con la semplice novità. E che ha trovato nel buio monumentale di Anna von Hausswolff una delle sue conclusioni più coerenti.
Photo Credit Serena Ferraro























