Ottobre 28, 2026
angele

Dopo aver conquistato le classifiche francofone, la popstar belga cambia le regole del gioco. Si circonda di produttori dal carattere ingombrante, spinge le canzoni verso territori meno rassicuranti e scopre che la libertà artistica, qualche volta, fa anche rumore.

Il problema del successo è che, prima o poi, qualcuno si aspetta che tu lo ripeta. Stesse melodie irresistibili, stessa produzione impeccabile, stessa formula da portare in giro finché il pubblico continua a cantarla. Angèle avrebbe tutte le ragioni per assecondare queste aspettative. Con Brol ha conquistato la scena francofona, con Nonante-Cinq ha consolidato la propria posizione e con il passare degli anni è arrivata sui palchi internazionali, fino alle Olimpiadi di Parigi del 2024, dove si è esibita insieme a Phoenix e Kavinsky.

Eppure, invece di trasformare il proprio successo in una macchina ben oliata, ha scelto di complicarsi la vita.

Instinct, il suo terzo album, nasce proprio da questa insofferenza per le formule collaudate. Non è una fuga dal pop, ma un tentativo di verificarne la tenuta quando vengono meno le condizioni di sicurezza. Le melodie rimangono, così come l’istinto per i ritornelli e una voce capace di attraversare registri diversi. Intorno, però, tutto diventa più instabile: le strutture si allungano, le produzioni acquistano peso, gli arrangiamenti sembrano sul punto di prendere una direzione autonoma. Angèle non vuole più soltanto guidare le canzoni. Vuole vedere che cosa succede quando perde, almeno per un momento, il controllo del volante.

La prova più evidente arriva da Love Triangle, il duetto con Caroline Polachek prodotto da SebastiAn. Tre nomi che, messi insieme, promettono un incontro tutt’altro che pacifico. Da una parte c’è la chiarezza melodica di Angèle; dall’altra, una cantante come Polachek, abituata a trattare la voce come uno strumento da deformare e reinventare. A tenere insieme le due personalità interviene SebastiAn, con una produzione elettronica tesa, fatta di bassi mobili e arpeggi dissonanti.

Il risultato non cerca una conciliazione immediata. Le voci si avvicinano, si sovrappongono e sembrano talvolta sottrarsi a vicenda. La canzone procede come una conversazione in cui nessuna delle due interlocutrici ha intenzione di concedere all’altra l’ultima parola. È pop, certo, ma un pop che preferisce la frizione alla comodità.

La storia del brano comincia lontano dalle consolle. Durante una cena a Bruxelles, una discussione sulle relazioni a tre suggerisce ad Angèle il titolo Love Triangle, che finisce annotato su un foglietto. L’idea rimane in sospeso fino a quando SebastiAn le sottopone un arpeggio a Parigi. Da quel materiale prende forma una prima versione con Tristan Salvati, prima che il progetto si allarghi a Polachek, artista che Angèle segue fin dai tempi dei Chairlift.

La registrazione si conclude a Hollywood, dove le due scoprono di aver condiviso, da adolescenti, un palco all’Archiduc, storico jazz bar di Bruxelles. Una coincidenza perfetta per un brano costruito proprio sull’idea che traiettorie apparentemente lontane possano incrociarsi. Ma il punto non è la somma dei nomi coinvolti. È ciò che accade quando ciascuno porta in studio un linguaggio riconoscibile e nessuno sembra disposto a rinunciarvi.

La svolta di Instinct riguarda anche il modo in cui Angèle ha lavorato. Come ha raccontato a Le Monde, la cantante ha cercato una maggiore autonomia nella preparazione delle prime versioni dei brani, coinvolgendo Salvati in una fase successiva. Non è un dettaglio secondario: quando un’artista partecipa in maniera più diretta alla costruzione delle canzoni, cambia anche il tipo di rischio che è disposta ad assumersi.

Durante un soggiorno a New York, non trovando uno studio adatto alle proprie esigenze, Angèle ha deciso di improvvisarne uno nell’appartamento in cui alloggiava. Da quell’esperienza è nata Une seule vie, una composizione articolata che riflette sul tempo e sulle decisioni capaci di indirizzare un’esistenza. La sua forma meno convenzionale racconta qualcosa di più di una semplice sperimentazione: suggerisce una musicista interessata a seguire le idee anche quando non conducono subito a un ritornello memorabile.

È qui che Instinct prende le distanze dall’immagine più levigata del pop contemporaneo. Non perché rifiuti l’accessibilità, ma perché non la considera più l’unico criterio con cui giudicare una canzone. Un brano può cambiare atmosfera, spogliarsi della propria componente ritmica o dilatare il tempo senza dover necessariamente tornare al punto di partenza. La libertà, in questo caso, non è una dichiarazione d’intenti: è una questione di struttura.

Questa nuova attitudine assume un significato diverso in Trop, realizzata con i Soulwax. Qui la musica smette quasi di essere un luogo di evasione e diventa un ambiente ostile, una macchina sonora che stringe progressivamente lo spazio intorno alla cantante. I riferimenti al razzismo, alle molestie, al maschilismo e all’invasività della tecnologia si accumulano mentre il ritmo cresce d’intensità.

Il contrasto con Balance ton quoi, il singolo del 2019 in cui Angèle affrontava il sessismo attraverso un linguaggio pop più leggero, è significativo. Non si tratta semplicemente di un’evoluzione verso sonorità più dure. Cambia il modo in cui la musica mette in scena il contenuto: la denuncia non viene accompagnata da un arrangiamento rassicurante, ma immersa in una tensione che rende difficile prendere le distanze da ciò che viene raccontato.

La pista da ballo, insomma, non è necessariamente un rifugio. Può diventare anche il posto in cui le contraddizioni della vita quotidiana si fanno sentire con maggiore violenza.

I Justice portano il discorso su un terreno differente. In What You Want, bassi profondi, sintetizzatori imponenti e ritmiche da club costruiscono un impianto sonoro muscolare, nel quale la voce rischierebbe facilmente di passare in secondo piano. Angèle, invece, riesce a mantenere una presenza nitida. Non cerca di competere con la produzione sul suo stesso terreno: trova un equilibrio tra la propria sensibilità melodica e una materia elettronica decisamente più aggressiva.

È una delle qualità più interessanti del disco. Angèle non deve necessariamente diventare un’altra artista per confrontarsi con produttori dalla personalità forte. Può rimanere se stessa, purché accetti di modificare le condizioni in cui la propria voce viene ascoltata.

Mettere insieme SebastiAn, Soulwax, Justice e Caroline Polachek comporta un rischio evidente. Ognuno di loro possiede un’identità sonora abbastanza definita da poter trasformare un album in una successione di collaborazioni riconoscibili, nelle quali l’artista principale finisce per fare da filo conduttore a una raccolta di mondi altrui.

Instinct non elimina del tutto questa possibilità, ma la affronta senza cercare una sintesi artificiale. Le differenze tra i collaboratori rimangono percepibili, le canzoni non obbediscono sempre alla stessa logica e il disco accetta di procedere per contrasti. La sua coerenza non nasce dall’uniformità del suono, bensì dalla disponibilità di Angèle a mettere in discussione il proprio ruolo.

È una scelta che comporta anche qualche rischio di dispersione. Quando la produzione si prende molto spazio, la scrittura deve trovare nuove modalità per emergere; quando la struttura si allontana dalla forma pop tradizionale, l’immediatezza non è più garantita. Ma è proprio questa tensione a rendere Instinct interessante: il disco non sembra concepito per dimostrare che Angèle sa fare tutto, quanto per capire che cosa può succedere quando smette di ripetere ciò che sa fare meglio.

La vera conquista, quindi, non è aver chiamato in studio alcuni dei nomi più riconoscibili dell’elettronica europea. È averli messi al servizio di un progetto che non rinuncia alla propria identità, ma neppure la tratta come un territorio da difendere a ogni costo.

Nel pop, l’evoluzione viene spesso raccontata come una questione di suoni nuovi, collaborazioni prestigiose o cambi di immagine. Con Instinct, Angèle affronta una sfida meno spettacolare e più difficile: imparare a convivere con l’incertezza. Perché crescere artisticamente non significa necessariamente trovare una nuova formula vincente. A volte significa accettare che la formula, semplicemente, non esista più.

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