Il primo Premio Tenco alla carriera assegnato a un rapper, gli Afterhours, Caparezza e le nuove voci del cantautorato: la 49ª edizione della rassegna di Sanremo racconta una canzone d’autore sempre più difficile da rinchiudere in una definizione. Tra aperture necessarie, polemiche e momenti di autentica condivisione.
«Sono cresciuto con i suoi testi. È il mio Francesco Guccini». Quando Fabri Fibra pronuncia queste parole rivolgendosi a Frankie hi-nrg mc, il Teatro Ariston diventa per qualche istante il luogo in cui si incontrano due generazioni del rap italiano. Frankie risponde «Grazie fratello», poi i due si abbracciano, emozionati.
È uno dei momenti più significativi del Premio Tenco 2026. Non soltanto perché Frankie è il primo rapper a ricevere il riconoscimento alla carriera, ma perché in quello scambio si concentra una questione che attraversa l’intera 49ª edizione della rassegna: chi decide che cosa appartiene alla canzone d’autore? E quanto a lungo una tradizione può restare fedele a se stessa senza cambiare idea su ciò che merita di entrarvi?
All’Ariston di Sanremo, sotto il titolo Dio è morto, il Club Tenco mette a confronto mondi che per molto tempo hanno abitato spazi differenti. Il rap di Frankie hi-nrg mc e Fabri Fibra incontra il rock degli Afterhours, l’universo visionario di Caparezza dialoga con la ricerca linguistica di Carmen Consoli, mentre artisti come Emma Nolde, Giulia Mei, Francamente e Santamarea raccontano una scena contemporanea che non ha più un solo centro di gravità.
Il risultato non è una rassegna senza contraddizioni. Al contrario, discussioni e resistenze accompagnano alcune delle scelte più significative. Ma forse è proprio questo il punto: il Tenco non può limitarsi a custodire la propria storia. Deve decidere, ogni volta, quale parte del presente sia destinata a diventare storia a sua volta.
Il riconoscimento del rap arriva con una discussione aperta
Il premio a Frankie hi-nrg mc rappresenta il passaggio più evidente di questa edizione. Con Voce e batteria, il rapper riporta la propria musica a una dimensione essenziale, nella quale la parola e il ritmo tornano a occupare il centro della scena. È una scelta coerente con un percorso che ha contribuito a definire il linguaggio del rap italiano, dimostrando che la scrittura può essere incisiva senza dipendere da una produzione sovraccarica.
L’incontro con Fabri Fibra, sulle note di Autodafé, aggiunge al riconoscimento una dimensione generazionale. Fibra racconta il debito nei confronti di chi lo ha preceduto; Frankie accoglie quel riconoscimento senza trasformarlo in una celebrazione formale. Subito dopo, Fibra esegue alcuni suoi brani e propone una rilettura de L’avvelenata, riportando Francesco Guccini sul palco dell’Ariston.
È un incrocio di riferimenti che dice molto più di una semplice operazione-omaggio. La canzone d’autore, qui, non è una categoria chiusa, ma una genealogia di artisti che si riconoscono attraverso le parole, anche quando utilizzano strumenti musicali e codici espressivi differenti.
Non tutti, però, interpretano allo stesso modo il rapporto tra rap e riscatto sociale. Manuel Agnelli, parlando della narrazione legata alle origini difficili di molti rapper, la definisce «una grossa balla». Il ragionamento del leader degli Afterhours è netto: «È stata raccontata questa cosa che ti riscatti dal quartiere da cui vieni, ma per cinque che ce la fanno ci sono cinque milioni che non ce la fanno».
Fabri Fibra propone una lettura diversa: «Se hai una storia forte di rivalsa sociale, che tu venga dalla provincia, dal quartiere, da una famiglia disfunzionale o da una famiglia borghese, se hai qualcosa da dire e sai dirla puoi farcela».
Le due posizioni non riguardano soltanto un genere musicale. Agnelli mette in discussione la trasformazione di una possibilità individuale in una promessa collettiva; Fibra difende il valore della voce personale e della capacità di raccontarsi. Il confronto rimane aperto, e sarebbe riduttivo risolverlo scegliendo un vincitore.
Fibra affronta anche il tema delle proteste giovanili, commentando: «Io mi stupisco sinceramente che sia successo solo adesso». Il richiamo alle piazze trova spazio anche nella serata conclusiva, condotta da Silvia Boschero, che sottolinea il ruolo della canzone d’autore nel dare voce alle mobilitazioni e al dissenso.
In un’edizione che porta sul palco linguaggi differenti, la domanda non è più soltanto che cosa sia il rap, ma che cosa possa fare una canzone quando decide di confrontarsi con la realtà.
Caparezza e Afterhours: due modi di allargare il linguaggio
Se Frankie hi-nrg mc rappresenta il riconoscimento di una storia, Caparezza mostra quanto lontano possa spingersi la contaminazione fra musica, scrittura e immaginazione scenica.
Il suo passaggio all’Ariston è uno dei momenti di maggiore impatto visivo della rassegna. Le scenografie mobili in cartapesta, realizzate con il contributo degli artigiani di Putignano, trasformano il palco in un ambiente fantastico, popolato da figure gigantesche e costruito intorno all’universo di Orbit Orbit. La dimensione spettacolare è evidente, ma non esaurisce il senso dell’esibizione.
Da A Comic Book Saved My Life a Pathosfera, passando per Il pianeta delle idee, Io sono il viaggio e Come la musica elettronica, emerge una scrittura fitta, sostenuta da produzioni musicali elaborate e da un lavoro minuzioso sulla relazione fra parole, suoni e immagini. Caparezza non si limita a portare il rap dentro il teatro: costruisce un linguaggio nel quale la componente visiva diventa parte integrante del racconto musicale.
Gli Afterhours affrontano la questione da un’altra prospettiva. Il premio alla carriera restituisce al pubblico una band che ha lavorato per decenni sulla possibilità di trasformare il rock in una forma espressiva profondamente personale. La scaletta attraversa Musa di nessuno, Il paese è reale, Quello che non c’è, È solo febbre, Padania e Non è per sempre, ripercorrendo le diverse stagioni di un repertorio che non ha mai rinunciato alla ricerca.
Agnelli ricorda il lavoro sulla struttura della canzone italiana e le contaminazioni con tecniche come il cut-up. Durante la premiazione, però, riassume il senso del proprio percorso con una frase semplice: «Bisogna fare musica per stare bene».
È un’affermazione che acquista valore proprio accanto alle discussioni sul significato della canzone d’autore. La sperimentazione degli Afterhours e quella di Caparezza partono da presupposti differenti, ma condividono la volontà di non considerare la forma-canzone come un modello da riprodurre meccanicamente.
La stessa libertà si ritrova, con altre coordinate, in Enzo Avitabile, premiato alla carriera per un percorso che attraversa il Neapolitan Power, la musica popolare e le collaborazioni internazionali. Tre storie diverse, accomunate dalla capacità di far convivere tradizione e trasformazione senza ridurre l’una a semplice ornamento dell’altra.
Le nuove voci non chiedono il permesso
L’apertura del Tenco non si misura soltanto attraverso i riconoscimenti assegnati ad artisti già affermati. La prova più interessante riguarda le nuove voci, quelle che devono ancora consolidare il proprio percorso e che trovano nella rassegna uno spazio per mostrare la varietà della canzone italiana contemporanea.
Emma Nolde, premiata per Quello che deve essere sarà, si rivolge direttamente agli adulti: «Prima che sia troppo tardi, vi chiedo di tornare a darci fiducia». Il suo appello assume un peso particolare in un momento attraversato dalle proteste giovanili. Non è soltanto una richiesta di attenzione per chi sta costruendo il proprio futuro, ma un invito a rimettere in discussione il rapporto fra generazioni.
Giulia Mei, nella serata conclusiva, porta sul palco un linguaggio che intreccia elettronica, musica popolare, dissonanze e una scrittura esplicitamente politica. «Della mia fica farò una bandiera / Che brillerà nella notte nera», canta, trasformando il corpo e l’identità in materia di rivendicazione. La sua esibizione dimostra come il cantautorato possa affrontare temi politici senza rinunciare alla sperimentazione sonora e alla forza della provocazione.
Accanto a lei, Sara Gioielli, Santamarea, Francamente e Satantango rappresentano percorsi differenti, tra dimensione collettiva, scrittura individuale e contaminazioni elettroniche. Non emerge una scuola comune, e forse non è nemmeno necessario che emerga: la pluralità di linguaggi è già una risposta all’idea che la canzone d’autore debba riconoscersi in un repertorio di forme prestabilite.
Il quadro si completa con Piji, vincitore della Targa per l’opera prima, che presenta Sta registrando audio e Umano poco umano. Il suo percorso, come quello degli altri artisti più giovani, contribuisce a spostare l’attenzione dal genere musicale alla personalità di chi scrive.
Anche Anastasio, con Le macchine non possono pregare, affronta il rapporto fra tecnologia e umanità attraverso un brano che finisce paradossalmente per essere accompagnato da problemi tecnici. Gli inconvenienti condizionano l’esibizione, ma non cancellano l’interesse per una proposta che cerca di sottrarsi alla semplificazione dominante in una parte del mercato musicale.
Non tutte queste esperienze hanno lo stesso grado di maturità, né tutte raggiungono gli stessi risultati. Il loro interesse sta proprio nella possibilità di metterle a confronto, senza pretendere che condividano una formula o un’identica idea di canzone.
La tradizione non è un museo
La presenza di Carmen Consoli, Paola Turci, Avincola e Filippo Graziani racconta un altro aspetto della manifestazione: il rapporto con i repertori esistenti, che al Tenco non coincide necessariamente con la nostalgia.
Con Amuri luci, premiato con la Targa Tenco per il miglior album in dialetto, Carmen Consoli porta sul palco la sua ricerca linguistica, dimostrando come la lingua possa diventare uno strumento musicale e culturale. Il dialetto non è un ritorno alle origini inteso come esercizio di conservazione, ma una materia viva, capace di sostenere una scrittura contemporanea.
Avincola, premiato per Avincola canta Carella, sceglie invece di rileggere Enzo Carella, autore appartato ed eccentrico della canzone italiana. Esegue Fosse vero, Barbara, Carmè e Parigi, prima di concludere con Barrì, nato dalla collaborazione con Pasquale Panella. Il progetto merita attenzione perché sottrae un repertorio singolare all’oblio senza cercare di normalizzarlo: l’omaggio funziona quando lascia intatta la stranezza dell’originale.
Filippo Graziani riceve la Targa per il miglior album a progetto con 80 Buon compleanno Ivan (live in Teramo), da lui prodotto. Il lavoro restituisce la vitalità del repertorio del padre Ivan Graziani e dimostra che la memoria familiare può diventare un’occasione per rimettere in circolazione canzoni che conservano ancora una forte capacità di sorprendere.
Paola Turci affronta invece L’avvelenata di Francesco Guccini. Durante l’esecuzione perde il filo del testo, si ferma e commenta con autoironia: «Sto invecchiando malamente». L’episodio interrompe per qualche istante il rituale del concerto, ma restituisce alla performance una dimensione umana che la perfezione tecnica non sempre riesce a offrire.
Un altro riconoscimento significativo va a Max Manfredi. Consegnandogli il premio alla carriera, Paolo Talanca ricorda: «Il Tenco è nato proprio per premiare artisti come lui». La frase richiama la funzione storica della rassegna: dare visibilità a percorsi che non sempre trovano spazio nei circuiti più frequentati, ma che contribuiscono alla ricchezza della scrittura musicale italiana.
Le polemiche raccontano un’associazione in movimento
Ogni apertura comporta anche una ridefinizione degli equilibri. La 49ª edizione non fa eccezione e le discussioni riguardano sia l’allargamento dei confini musicali sia alcune scelte relative ai premi culturali.
Fra queste c’è il riconoscimento assegnato ad Andrea Scanzi per il lavoro di operatore culturale. Da anni Scanzi si occupa di cantautori attraverso il festival La Gaberiana, libri e spettacoli divulgativi. In conferenza stampa risponde alle contestazioni richiamando i dissensi che hanno accompagnato, in epoche diverse, figure come Giorgio Gaber, Francesco De Gregori e Fabrizio De André: «Ricordo contestazioni feroci a fenomeni come Gaber, De Gregori, De André. Figuriamoci, se contestavano loro va benissimo che contestino un bischero come me».
Nella stessa categoria viene premiato Cesare Bermani, storico e pioniere della ricerca sulle fonti orali, impegnato da sessant’anni nella raccolta di canti popolari, testimonianze partigiane e memorie delle lotte sociali. A consegnargli il riconoscimento è Fausto Bertinotti.
Sono due percorsi differenti, che suscitano reazioni diverse e riflettono idee non sovrapponibili di impegno culturale. La loro presenza nella stessa rassegna non elimina le divergenze, ma mostra quanto sia complesso definire oggi il perimetro del lavoro culturale.
Circola anche la voce di un abbandono della sala da parte di un gruppo di presenti durante una premiazione. La ricostruzione, tuttavia, non trova conferma: si registrano alcuni mugugni, mentre gli applausi continuano a prevalere.
Anche la conduzione cambia, segnando una discontinuità dopo cinquant’anni con Antonio Silva. Al suo posto si alternano Neri Marcorè, con il suo stile felpato e imprevedibile, Chiara Buratti, che si definisce «un’assistente di volo» e affronta con disinvoltura gli imprevisti tecnici, e Silvia Boschero, che nella serata conclusiva rende omaggio a Silva con un premio a sorpresa.
Il cambio di conduzione è anche il segno di una rassegna che deve rinnovare il proprio modo di presentarsi, senza perdere il legame con le persone che ne hanno costruito la storia.
Il Dopotenco, lontano dalle targhe
Per capire il Premio Tenco, però, bisogna uscire dall’Ariston. Il Dopotenco è molto più di una coda informale alle serate ufficiali: è uno spazio nel quale gli artisti smettono di essere premiati, ospiti e protagonisti per tornare a condividere semplicemente la musica.
Filippo Graziani, Neri Marcorè e Andrea Scanzi si ritrovano a cantare Monnalisa. Johnson Righeira, Avincola, Alberto Bertoli e Olden, nome d’arte di Davide Sellari, animano le notti sanremesi. Antonio Silva, che non conduce più le serate ma continua a essere una presenza costante, annuncia di voler partecipare alle «prossime 50 edizioni».
Anche Manuel Agnelli, dopo aver provato a sottrarsi all’attenzione nascondendosi sotto un tavolo, finisce per esibirsi. Il gesto, più che una curiosità da retroscena, racconta la disponibilità a lasciarsi coinvolgere in un contesto nel quale le gerarchie del palco perdono importanza.
Fuori dai riflettori si consumano incontri che nessun programma ufficiale potrebbe prevedere. Frankie hi-nrg mc e Fabri Fibra si fermano a parlare davanti ai camerini. Si scambiano dischi, confrontano esperienze e ragionano sui rispettivi percorsi e sul futuro. Il contenuto della conversazione resta privato, ma la scena restituisce il senso di un rapporto costruito attraverso la musica e il riconoscimento reciproco.
Poco distante, Enzo Avitabile passeggia per il corso di Sanremo insieme a due amici. Si ferma davanti a un musicista di strada, ascolta quello che sta suonando e poi si unisce a lui per cantare. Di lì a poco salirà sul palco dell’Ariston per ricevere il premio alla carriera.
È forse questa la scena che meglio sintetizza lo spirito della manifestazione. Non perché cancelli le differenze fra una strada e un teatro, fra un musicista sconosciuto e un artista premiato, ma perché mostra quanto poco basti, a volte, per riconoscere una comune appartenenza: fermarsi, ascoltare, rispondere a una canzone con un’altra canzone.
La vera sfida è decidere che cosa ascoltare
Il Premio Tenco 2026 lascia aperte diverse questioni. Il riconoscimento al rap arriva dopo che il genere ha già conquistato un ruolo centrale nella musica italiana; le nuove voci chiedono spazio senza necessariamente condividere un’estetica comune; i premi alla carriera celebrano percorsi che attraversano tradizioni e linguaggi differenti.
Non basta, dunque, dire che la rassegna si è aperta al presente. La questione è capire se saprà continuare a esercitare una funzione critica, distinguendo le proposte per la qualità della scrittura e della ricerca, anziché limitarsi a certificare l’importanza raggiunta da artisti già riconosciuti dal pubblico.
È una sfida che riguarda anche le polemiche interne. Un’associazione culturale non è obbligata a trovare sempre un consenso unanime, ma deve saper motivare le proprie scelte e accettare che la propria identità venga discussa. Il dissenso, da solo, non dimostra né la bontà né l’errore di una decisione; può però diventare l’occasione per chiarire che cosa si vuole difendere.
All’Ariston, intanto, le canzoni hanno continuato a parlare attraverso forme diverse: la scrittura di Caparezza, la storia degli Afterhours, le parole di Frankie hi-nrg mc, la ricerca di Carmen Consoli, la forza di Giulia Mei e le voci di una generazione che chiede fiducia.
Il Tenco non ha bisogno di scegliere fra tradizione e innovazione. Ha bisogno di non confondere la tradizione con la ripetizione e l’innovazione con la semplice novità.
Il resto si misura fuori dalle cerimonie, quando un artista si ferma ad ascoltarne un altro, quando due generazioni si riconoscono in una frase, quando una canzone continua a circolare anche dopo che il palco si è svuotato.
È lì che una rassegna dedicata alla canzone d’autore dimostra di essere ancora necessaria: non quando stabilisce una volta per tutte che cosa meriti di essere chiamato cantautorato, ma quando riesce a farci ascoltare qualcosa che, fino al giorno prima, non sapevamo di voler sentire.
