Intervista alla band in occasione del loro live ad Hiroshima Mon Amour
Disponibile in tutti gli store digitali – e dal 31 ottobre in formato fisico – “Almeno per ora”, il terzo album in studio degli Elephant Brain (Woodworm Label / Universal Music Italia). A tre anni di distanza da Canzoni da odiare, il disco che li ha portati sui palchi di gran parte della Penisola, la band perugina torna con un lavoro più maturo, consapevole e profondamente legato al presente.
Anticipato dal singolo “Impareremo a perdere”, il nuovo album, registrato da Marco Romanelli e prodotto da Jacopo Gigliotti, è un viaggio dentro il tempo e le sue contraddizioni: la fragilità del presente, il peso del passato, la paura (e la possibilità) del futuro.
Il cuore del progetto è il tempo, vissuto come tensione tra memoria e trasformazione: una linea sottile tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora essere. Le tracce non scappano né indietro né avanti, ma si fermano a osservare, a dare valore a ciò che brucia nell’istante presente. La musica diventa così gesto di resistenza e cura: non per ricostruire ciò che è perduto, ma per trovare nuove forme di senso.
“Almeno per ora” non promette soluzioni: invita a restare, ad ascoltare, ad abitare l’incertezza come fosse un luogo possibile.
Un disco che custodisce il tempo fragile che ci attraversa e prova — almeno per ora — a crederci ancora.
INTERVISTA AGLI ELEPHANT BRAIN
Ciao a tutti, benvenuti a Torino, a Hiroshima. Partiamo dal vostro nuovo album. Il titolo Almeno per ora: sembra voler fermare il tempo, o almeno rifletterci. Cosa significa esattamente per voi? È una riflessione sul presente che sfida la paura del futuro, o una resa a ciò che non possiamo controllare?
Risposta:
È un po’ una fotografia. Quando scriviamo raccontiamo ciò che viviamo nel momento in cui nascono le canzoni: è il modo più sincero per parlare delle nostre vite. Questo disco è una foto degli ultimi tre anni, delle cose belle che a volte vanno accettate e di quelle più difficili da affrontare.
Ci siamo chiesti chi fossimo come band e cosa volessimo in questo momento: cosa della musica ci stava piacendo e cosa portare nei nuovi pezzi. Scrivendo ci siamo resi conto che Almeno per ora era il senso del disco. Non ci siamo posti il problema del titolo all’inizio: sono le canzoni che ce l’hanno suggerito. È diventato il loro denominatore comune.
Se doveste descrivere questo disco con una sola parola, quale sarebbe e perché?
– Almeno per ora.
– Nero.
– Cupo. Non necessariamente nero: scuro, ma con qualche lucina che filtra da una fessura.
Qual è la parola che più vi infastidisce quando viene usata per definire il vostro sound?
– Resilienza.
– Sostenibilità.
– Energetico: quando ti dicono “è un pezzo energetico” vuol dire tutto e niente.
– Live “amabile”, canzoni “amabili”, “frizzantino”…
Insomma, le cose che odiamo sono sempre più di quelle che amiamo: sulla bilancia pesano sempre di più.
C’è una traccia dell’album che per voi è la foto di un momento preciso della vostra vita?
– Almeno un per ora.
– Quella, e anche Una casa in cui tornare.
– In realtà un po’ tutte: sarebbe riduttivo racchiudere tutto in un solo pezzo.
Siamo della vecchia scuola: vediamo il disco come un percorso, non come una raccolta di singoli. È il viaggio che ti porta alla visione d’insieme.
C’è stato un aneddoto o un episodio che ha segnato l’inizio della produzione di Almeno per ora? Quel momento in cui avete detto: “Ok, questo è il nostro album”?
In realtà ci sono stati più momenti in cui eravamo sicuri di non avere un disco.
La consapevolezza è arrivata solo dopo aver registrato tutto. Quando ascolti le tracce finite e capisci che funzionano nell’ordine scelto, e che hanno un significato interconnesso, realizzi che il disco c’è.
Venivamo da un periodo intenso: tante prove, tanti provini, tanto lavoro. Ma non vedevamo ancora un filo conduttore.
Poi una persona ci ha detto: “Ragazzi, registriamo e vediamo.” Ha portato ordine, oltre che competenza. Quello è stato il punto di svolta.
La scrittura è stata influenzata dalla solitudine, dall’incertezza o dalla necessità di condivisione? Vi capita di scrivere solo per voi stessi, per esorcizzare qualcosa?
Sempre.
È ciò che facciamo sempre: è l’unico motivo per cui scriviamo.
È un modo per resistere, per dare senso alle cose. E poi è bello quando quello che hai scritto incontra qualcuno dopo un concerto e capisci che quella persona ha sentito la stessa cosa.
Ma tutto parte da un bisogno personale, da un’urgenza: dare un senso a ciò che viviamo, insieme.
Tre anni dopo Canzoni da odiare, questo album rappresenta una svolta musicale o emotiva? È cambiato il vostro approccio alla scrittura
Un cambiamento c’è stato, e lo riconosciamo.
Però l’approccio è rimasto lo stesso: diretto. Suoniamo ciò che ci piace suonare.
La scrittura nasce sempre da un bisogno di sfogo.
Forse oggi siamo un po’ più consapevoli del sound che vogliamo.
– No?
– Sì, forse un po’ più consapevoli lo siamo.
– Ok, allora sì.
Che rapporto avete con Jacopo Gigliotti e con i musicisti della vostra scena? Quanto incidono sulla vostra carriera?
– Pazzi di m***a!
Siamo qui anche grazie a Jacopo, che stasera sostituisce Roberto. La settimana scorsa eravamo a Bologna grazie ad Aimone e ad altri amici che hanno sostituito il cagionevole Giacomo Ricci.
Gli vogliamo bene: sono amici, fratelli.
Il contesto conta molto: oggi fare musica può essere fortuna o sfortuna, ma è bello che ci si aiuti.
Al di là dell’amicizia c’è supporto reale: consigli, presenza, condivisione di intenti.
Sono persone mosse da un amore enorme per la musica. Senza quella carica non dedicheresti tempo e competenze a progetti non tuoi, spesso senza reali ritorni economici.
Per noi questo confronto e questa crescita reciproca sono fondamentali.
Grande Jackson.
In che modo la musica vi aiuta a rimanere nel presente senza scivolare nell’incertezza?
Un grado di incertezza rimane sempre.
La musica ci aiuta a fare i conti con noi stessi: trasformi un pensiero, un sentimento, un ragionamento in qualcosa di concreto.
Quello che ti ha spinto a scrivere viene fissato: puoi riascoltarlo, ridiscuterlo, risuonarlo — bene o male (più male che bene) — ed è quasi una terapia.
Grazie.
Articolo a cura di Emanuela Trossero
Photo Credit: Eleonora Spina

























