Con A Sentimento, i Vintage Violence tornano a farsi sentire senza alzare la voce, ma colpendo dritto dove fa più rumore: dentro. Quello che sulla carta è un EP di cinque brani, nella sostanza è un disco vero e proprio, compatto, coerente, pensato come un corpo unico e non come una somma di singoli. Un lavoro che raccoglie le ultime uscite della band milanese e il nuovo singolo Guaribili ottimisti, in uscita il 9 gennaio 2026, e che fotografa una fase artistica precisa, lucida e profondamente consapevole.
Tra riflessioni politiche, fragilità emotive, disincanto generazionale e una scrittura che sceglie sempre più l’essenzialità come forma di verità, A Sentimento conferma i Vintage Violence come una delle voci più riconoscibili e necessarie del rock indipendente italiano. Un disco che nasce per essere ascoltato, toccato — anche in vinile — e soprattutto suonato dal vivo, come dimostra il tour invernale Concerti a Sentimento 2026, che riporterà sul palco anche brani storici, oggi più attuali che mai.
Li abbiamo intervistati per farci raccontare questo nuovo capitolo: il disco, il singolo, il palco e lo sguardo sul presente, senza filtri e senza nostalgie.
“A sentimento” nasce come EP, ma lo avete definito un album a tutti gli effetti. È una scelta artistica o una presa di posizione contro la logica dello streaming?
No, no: è proprio un vinile.
Avete dichiarato che questi cinque brani fotografano una fase artistica. Che momento della vostra storia raccontano e cosa avete lasciato fuori?
Raccontano semplicemente la voglia di far uscire qualcosa di nuovo.
Avete rimasterizzato i brani e scelto il vinile per restituire un’area diversa al disco. Quanto conta oggi, per una band rock, difendere l’esperienza fisica dell’ascolto?
Per noi conta moltissimo, e ha sempre contato. Abbiamo sempre stampato i CD e, nell’ultimo periodo, anche i vinili: in parte perché ce li hanno chiesti le persone che vengono ai concerti, in parte perché la qualità di un disco fisico è assolutamente imparagonabile a qualsiasi streaming. È anche un feticcio, certo, ma soprattutto una scelta legata all’aspetto qualitativo.
“Contro la società securitaria” porta nel rock indipendente un discorso politico molto netto. Scrivere canzoni così è ancora necessario o ormai inevitabile?
Per noi è principalmente necessario: una necessità artistica, filosofica ed esistenziale. Nell’ultimo periodo probabilmente è diventato anche inevitabile, perché è il contesto in cui siamo immersi quotidianamente un po’ tutti. È giusto accorgersi di come stanno le cose e di come si vorrebbero, almeno in parte, ristrutturare.
In “Pora stella” smontate il metodo dell’essere adulti e il sentirsi fuori posto nel mondo. È ancora uno dei motori della vostra scrittura?
Assolutamente sì, perché ci sentiamo in parte bambini e in parte soprattutto adolescenti. Quella spinta generativa che abbiamo percepito tra i 15 e i 20 anni vogliamo riproporla, perché la sentiamo ancora molto forte dentro.
“Guaribili Ottimisti” è il nuovo singolo e la chiave dell’EP. Perché avete scelto proprio un inno sentimentale per rappresentare il disco?
C’è una cosa che cerchiamo sempre di fare: mettere insieme una parte più politica, sociale e critica con una più intimista, che riguarda le relazioni familiari, tra amici, ma anche quelle esterne, sul lavoro e nella musica. Incontriamo moltissime persone, e il focus sulle relazioni e sulla qualità dell’essere è sempre fondamentale.
“Sono un casino” è una confessione senza redenzione: quanto è importante oggi lasciare le contraddizioni irrisolte, anche nella musica?
Le contraddizioni esistono e vanno riconosciute. È importante essere consapevoli che ci sono contraddizioni interne, prima di tutto in se stessi, e accogliere quell’ambivalenza che ci caratterizza in ogni pensiero o decisione che prendiamo.
Nel tour tornano brani che non suonavate da anni, come “Paura dell’Islam”, oggi drammaticamente attuale. Vi aspettavate una reazione diversa dal pubblico?
Ce l’aspettavamo, e l’abbiamo vista chiaramente dal palco già la settimana scorsa. È stata probabilmente la canzone più attesa, insieme a quelle nuove: quella che ha generato il boato più potente.
Secondo te è successo perché è il brano più conosciuto o perché rappresenta qualcosa di più profondo?
Non è assolutamente la più conosciuta. È probabilmente quella più schierata e più attuale rispetto ai discorsi che si sentono fare nell’ultimo periodo.
Avete chiesto ai fan quali brani avrebbero voluto in scaletta. Il risultato vi ha sorpreso?
Ci aspettavamo che “Paura dell’Islam” arrivasse al primo posto, ma non con quello scarto. Ha subissato tutte le altre di tantissimi punti percentuali, quindi era impossibile non riproporla dal vivo.
C’è chi sostiene che la musica stia diventando troppo politica. Tu cosa ne pensi?
Non credo che possa diventare mai troppo politica. Tutto quello che si fa è politica, e la musica può essere un mezzo per farla, anche il principale. Una volta, parlando con mia suocera, mi ha detto: “Perché non ti candidi?”. Le ho risposto: “Io la politica la faccio dal palco”.
Secondo te non c’è il rischio di dare alla musica un peso che non dovrebbe avere?
A livello politico, la musica ha sempre avuto un peso forte. Io so benissimo da che parte schierarmi, e non ho dubbi.
Qual è la differenza più sostanziale tra “Mono” e “A sentimento”?
Mono è arrivato dopo sette anni senza un disco elettrico. Era un lavoro molto pensato, costruito, con molte più canzoni. A sentimento è stato più istintivo e diretto, con meno fronzoli e meno ragionamenti, ma molto più viscerale e di pancia.
Cosa dobbiamo aspettarci da questo tour?
Ogni concerto è un po’ a sé. Dopo la prima data di Milano sono curioso anch’io di vedere cosa succederà, perché dipende molto dalla risposta del pubblico. Noi sappiamo quello che dobbiamo fare e lo facciamo sempre con il nostro stile, ma poi è la gente che completa il senso del concerto.
Come descriveresti l’identità dei Vintage Violence oggi?
La nostra caratteristica principale è la perseveranza. Non tanto il talento, quanto l’impegno che mettiamo nel fare qualcosa in cui crediamo fortemente.
Quanto conta l’equilibrio interno quando una canzone prende forma?
Conta tantissimo, probabilmente è tutto. Se non c’è una direzione comune di intenti si inciampa facilmente e si rischia di schiantarsi.
Qual è il segreto per restare insieme come band nel tempo?
Essere amici, amici fraterni, prima di tutto. Se c’è quello, tutto il resto viene di conseguenza.
Articolo a cura di Angela Todaro e Natalia Ameduri
Photo Credits Claudia Mei
























Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
