Il leader degli Afterhours, premiati con il Tenco alla carriera, riflette sulle proteste giovanili, sull’individualismo della scena urban e sul valore dei luoghi fisici di aggregazione. «La musica serve anche a stare meglio e a raccontarsi».
Il successo personale non è necessariamente una forma di riscatto collettivo. È da questa distinzione che parte la riflessione di Manuel Agnelli sul rapporto tra rap, disagio sociale e nuove generazioni. Il frontman degli Afterhours, intervenuto a Sanremo in occasione del Premio Tenco alla carriera assegnato alla band, legge le recenti mobilitazioni giovanili come il segnale di una distanza sempre più evidente tra la vita costruita sui social e il bisogno di partecipare concretamente alla società.
Nel suo ragionamento entrano anche le posizioni espresse da Marracash e Fedez sui disordini che hanno coinvolto Milano. Ma la questione, per Agnelli, va oltre il confronto tra due protagonisti della musica italiana: riguarda il modo in cui una parte della scena rap e trap ha raccontato la possibilità di emanciparsi attraverso il successo, finendo per confondere l’affermazione individuale con un cambiamento più ampio.
Il riconoscimento agli Afterhours diventa così l’occasione per allargare lo sguardo. Dalla crisi dei luoghi della musica indipendente al ritorno dei ragazzi nelle piazze, passando per il rapporto tra autenticità e industria discografica, Agnelli individua nella necessità di esprimersi e incontrarsi uno degli elementi più significativi del presente.
Il rap tra emancipazione e individualismo
Agnelli non rinnega il proprio interesse per il rap. A convincerlo, in passato, era stata soprattutto la capacità di alcune esperienze di intrecciare musica, conflitto sociale e presa di posizione politica. La sua critica riguarda invece l’evoluzione di una parte del genere verso un immaginario fondato sulla ricchezza, sul consumo e sulla competizione individuale.
È qui che si incrina, secondo il musicista, la narrazione del rap come strumento di riscatto. L’affermazione di un artista proveniente da un contesto difficile può rappresentare un esempio importante per chi ascolta, ma non dimostra che le condizioni di partenza siano diventate meno diseguali per tutti.
Agnelli sintetizza la propria posizione con una formula volutamente provocatoria: «Il riscatto sociale del rap? Una grossa balla». Il punto non è negare il valore delle storie personali, ma evitare che i casi di successo diventino la prova di una mobilità sociale accessibile a chiunque.
A questa contraddizione si aggiunge, nella sua analisi, un individualismo che rende più difficile costruire una solidarietà autentica all’interno della stessa scena musicale. Una cultura che celebra soprattutto il denaro, lo status e la superiorità sugli altri fatica, secondo Agnelli, a trasformarsi in una voce collettiva quando emergono questioni politiche e sociali.
Da qui anche la sua distanza dall’idea che i protagonisti della musica urban siano necessariamente i portavoce delle proteste attuali. La notorietà e la capacità di intercettare un pubblico giovane non garantiscono automaticamente una corrispondenza con le ragioni di chi scende in strada.
Milano, i disordini e il significato delle proteste
Nel confronto tra Marracash e Fedez, Agnelli non aderisce completamente alla posizione di nessuno dei due. Riconosce elementi condivisibili nelle considerazioni di Marracash, ma ritiene che attribuire ai saccheggi un valore di protesta rischi di sopravvalutarne le motivazioni.
Per il cantante, il disagio sociale non può essere utilizzato come spiegazione sufficiente di qualsiasi comportamento. Le ragioni di una mobilitazione devono essere distinte dalle azioni che ne compromettono il significato, soprattutto quando queste ultime finiscono per spostare l’attenzione dalle rivendicazioni iniziali agli episodi di violenza e vandalismo.
Il rischio è che il clamore prodotto dai disordini oscuri le richieste di chi manifesta pacificamente e renda più difficile riconoscere i problemi che hanno portato le persone in piazza.
Tra gli episodi che lo hanno colpito c’è quello avvenuto in una libreria, dove i saccheggiatori avrebbero lasciato intatti i libri. Un particolare che Agnelli considera emblematico e che riporta il discorso sul valore della cultura: non soltanto un settore da difendere, ma uno spazio nel quale una società può riconoscersi e mettere in discussione se stessa.
La sua posizione, in sostanza, è che la protesta abbia bisogno di contenuti e responsabilità per non perdere la propria forza. Il disagio merita ascolto, ma non ogni sua manifestazione produce automaticamente un risultato politico o sociale.
La riscoperta delle piazze contro l’isolamento digitale
Se c’è un aspetto del presente che Agnelli osserva con interesse, è il ritorno dei giovani agli incontri dal vivo. Dopo anni nei quali la comunicazione digitale sembrava poter sostituire gran parte delle relazioni quotidiane, le piazze, i concerti e gli appuntamenti culturali tornano a essere luoghi di partecipazione.
Per il leader degli Afterhours, Internet ha modificato profondamente il modo in cui le persone entrano in contatto. La possibilità di comunicare da casa ha ampliato le occasioni di interazione, ma ha anche contribuito a ridurre la necessità percepita di muoversi, frequentare spazi condivisi e costruire relazioni attraverso la presenza fisica.
A pagare il prezzo di questo cambiamento sono stati anche i circuiti della musica indipendente. I centri sociali, i club e i locali che per decenni hanno permesso a musicisti e pubblico di incontrarsi hanno attraversato una crisi aggravata dalla pandemia e dalla chiusura di numerose realtà.
Il ritorno nelle strade rappresenta quindi, nella lettura di Agnelli, qualcosa di più di una semplice reazione agli eventi politici. È anche la ricerca di un’esperienza che gli schermi non possono riprodurre interamente: la sensazione di far parte di una comunità, di condividere uno spazio e di partecipare a qualcosa che accade insieme agli altri.
Il tema si lega alla pressione esercitata dall’immagine pubblica e dai modelli di successo. Il confronto continuo con rappresentazioni idealizzate della vita e dell’aspetto fisico può alimentare insicurezze, soprattutto tra i più giovani. Riconoscere questo malessere, osserva Agnelli, è già un primo passo per provare a superarlo.
Due generazioni diverse, una stessa esigenza di espressione
Il confronto con i ragazzi di oggi porta Agnelli a ripensare anche alla propria esperienza. La generazione degli Afterhours ha attraversato gli anni Ottanta e Novanta in un contesto segnato da forti aspettative professionali, tensioni internazionali e dalla convinzione che il successo dovesse arrivare entro tempi precisi.
L’idea che i giovani di allora vivessero senza pressioni, secondo il musicista, è una semplificazione. Le difficoltà erano diverse, ma esistevano anche allora il timore di fallire, la necessità di trovare una propria collocazione e il desiderio di costruire un’identità.
A cambiare maggiormente sono state le condizioni nelle quali un percorso artistico può svilupparsi. Agli inizi degli Afterhours, ricorda Agnelli, era possibile organizzare concerti, trovare spazi alternativi e costruire una rete di contatti attraverso l’attività dal vivo. Non era un mondo privo di ostacoli, ma lasciava margini di iniziativa che oggi appaiono più difficili da conquistare.
La continuità tra le generazioni, tuttavia, resta forte sul piano espressivo. La musica continua a essere un mezzo per dare un nome alle proprie inquietudini, raccontare esperienze personali e trovare un linguaggio condiviso con gli altri.
È soprattutto nella sincerità che Agnelli riconosce un tratto comune tra la propria generazione e quella che sta tornando a occupare gli spazi pubblici. La capacità di raccontarsi senza nascondere le proprie contraddizioni può trasformare una canzone in un’esperienza liberatoria, tanto per chi la scrive quanto per chi la ascolta.
Il pericolo di arrivare troppo presto al successo
Questa esigenza di autenticità rende Agnelli prudente nei confronti del rapporto tra i giovani musicisti e l’industria discografica. La sua speranza è che i nuovi artisti possano avere il tempo di maturare prima di essere assorbiti dalle richieste del mercato, dai meccanismi promozionali e dalla necessità di mantenere costante l’attenzione dei media.
Il rischio, secondo il cantante, è che il successo arrivi quando un’identità artistica è ancora in formazione e finisca per condizionarne le scelte. È una dinamica che Agnelli ha osservato anche nella propria scena di appartenenza, dove alcuni gruppi promettenti hanno dovuto modificare troppo presto il proprio approccio per rispondere alle aspettative delle etichette.
Per gli Afterhours, il percorso è stato diverso anche perché il riconoscimento commerciale non è arrivato immediatamente. Una gavetta lunga e complessa ha permesso loro di osservare gli errori altrui e di sviluppare una maggiore consapevolezza del proprio linguaggio.
Non si tratta di idealizzare le difficoltà o di considerare il successo un ostacolo in sé. Il punto è preservare uno spazio di sperimentazione nel quale un artista possa capire che cosa vuole dire prima di doverlo trasformare in un prodotto.
Il Premio Tenco e il valore della canzone
Il Premio Tenco alla carriera riconosce agli Afterhours un percorso nel quale l’attitudine rock convive con una costante attenzione alla scrittura. Per Agnelli, il valore del riconoscimento sta anche nella possibilità di ribadire l’importanza dei testi e della composizione in un sistema musicale nel quale la visibilità tende a concentrarsi su un numero ristretto di artisti.
I premi possono infatti svolgere una funzione che va oltre la celebrazione dei nomi più conosciuti. Offrono occasioni di ascolto a musicisti che faticano a trovare spazio nei canali di comunicazione più frequentati e aiutano il pubblico a scoprire percorsi lontani dalle logiche della rotazione radiofonica o della popolarità immediata.
In questa prospettiva, il Tenco rappresenta per Agnelli anche uno strumento di informazione musicale: un luogo nel quale dare visibilità a proposte differenti e riconoscere il lavoro di chi contribuisce ad ampliare il panorama della canzone italiana.
È un discorso coerente con la storia degli Afterhours, che hanno costruito la propria identità senza separare la ricerca sonora dal lavoro sui testi.
Gli Afterhours e il rock italiano: una storia collettiva
Nel ripercorrere la carriera della band, Agnelli torna infine alla scelta di passare dall’inglese all’italiano. Cantare nella propria lingua senza rinunciare a un immaginario rock ha permesso agli Afterhours di sviluppare una cifra riconoscibile anche all’estero, come dimostrato dai concerti negli Stati Uniti e dall’accoglienza ricevuta dal pubblico di New York.
Il cantante non rivendica però una primogenitura assoluta. La scena alternativa italiana aveva già costruito le proprie fondamenta negli anni precedenti, grazie a gruppi che avevano dimostrato come fosse possibile coniugare identità locale e ambizione internazionale.
Tra i riferimenti decisivi cita i Litfiba, ai quali attribuisce un ruolo fondamentale nell’apertura di nuove possibilità per il rock italiano. Intorno a quelle esperienze si è sviluppata una generazione che, soprattutto nei primi anni Novanta, ha trovato nei locali e nei festival una rete capace di collegare artisti e pubblico su scala nazionale.
Era un circuito nel quale i concerti non costituivano soltanto un’occasione per promuovere i dischi, ma il centro stesso della vita musicale: si viaggiava per seguire le band, si tornava più volte negli stessi luoghi e si contribuiva a creare una comunità riconoscibile.
È proprio questa dimensione collettiva a rendere attuale il discorso di Agnelli. In un’epoca nella quale il successo individuale è spesso presentato come la misura definitiva del valore di un artista, la storia degli Afterhours ricorda che una scena musicale cresce anche attraverso gli spazi condivisi, le relazioni e la possibilità di esprimersi senza dover aderire immediatamente alle aspettative del mercato.
Il Premio Tenco celebra una carriera, ma riporta al centro anche una questione più ampia: quale spazio può ancora avere la musica come linguaggio indipendente, strumento di confronto e occasione per sentirsi parte di qualcosa.
