Luglio 27, 2026
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Nel mosaico sempre più stratificato della nuova scena indipendente italiana, irossa si muovono lungo coordinate emotive precise, costruendo un immaginario sonoro che alterna tensione e vulnerabilità. In occasione della loro partecipazione a Onde Urbane, il festival che porta a Forlì alcune delle realtà più interessanti del panorama emergente, abbiamo avuto modo di incontrarli per approfondire il loro percorso, tra scrittura, identità e urgenza espressiva.

Ne è nata una conversazione, con Guglielmo e Simone, che attraversa musica e visione, restituendo il ritratto di un progetto in continua evoluzione.

Siete tra gli ospiti di Onde Urbane a Forlì. Che tipo di live state preparando per questa occasione e cosa significa per voi suonare in un festival come Onde Urbane?

Siamo contenti di suonare a Forlì: è una città in cui non siamo mai stati, quindi sarà anche l’occasione per scoprirla. Porteremo uno dei live che stiamo già proponendo in questo periodo: uno show solido, senza grandi stravolgimenti. Speriamo che il pubblico lo apprezzi.

Per chi ancora non vi conosce, come descrivereste irossa in tre parole?

Eclettici, colorati e contaminati.

Il vostro sound ha influenze riconoscibili. Quali artisti o scene vi hanno formato di più?

Negli ultimi tempi ascoltiamo soprattutto la scena punk-wave inglese e irlandese, con gruppi come Fontaines D.C., Shame e The Murder Capital. In generale, quella tra Inghilterra e Irlanda è una realtà molto viva e vicina al nostro modo di intendere la musica.

Come mai proprio l’Inghilterra? È un riferimento storico o recente?

Dipende soprattutto dalla nostra formazione: siamo cresciuti ascoltando molta musica inglese. Non significa che ignoriamo il resto, ma negli ultimi anni quella scena ci ha stimolato più di altre, forse anche più di quella americana, salvo alcune eccezioni.

Come nasce una vostra canzone? Partite dalla musica o dal testo?

Di solito partiamo dalla musica. Le idee arrivano da tutti i membri della band, poi il brano prende forma e solo dopo si lavora ai testi. A volte esistono già, scritti separatamente, e vengono adattati; altre nascono direttamente sulla canzone.

Nei vostri brani emergono tematiche precise: c’è un filo conduttore?

Spesso i collegamenti emergono dopo. Non partiamo quasi mai da un tema preciso: ci lasciamo guidare dal suono delle parole e dalle immagini che evocano. Ultimamente stiamo sperimentando anche tecniche come la scrittura automatica.

Vi sentite parte di una generazione musicale con un’identità definita?

È difficile dirlo. Fin dall’inizio abbiamo cercato di mescolare generi diversi. Oggi produrre e ascoltare musica è più accessibile, e questo rende tutto più eterogeneo: per noi è un punto di forza.

Venite da Torino, una città molto attiva musicalmente.

Sì, la scena torinese è viva e stimolante, e ci influenza parecchio.

Come vedete oggi la scena musicale indipendente italiana? È più difficile emergere?

Secondo noi sì. Il sistema discografico è cambiato e il numero di artisti è aumentato. Da un lato è positivo, perché la musica è più accessibile; dall’altro, emergere è più complesso. Proprio per questo si è spinti a cercare un’identità originale.

Che rapporto avete con l’intelligenza artificiale?

Non la utilizziamo, perché non ne sentiamo il bisogno: siamo in sei e lavoriamo molto insieme. In ogni caso, non la demonizziamo.

E con le piattaforme digitali e i social?

Sui social non siamo particolarmente strutturati: li gestiamo in modo spontaneo e non rappresentano una priorità. Per lo streaming, invece, è inevitabile esserci, anche se piattaforme come Spotify presentano criticità sia etiche sia economiche, soprattutto per la remunerazione degli artisti.

Quanto è importante per voi il live rispetto allo studio?

Il live è centrale: è il momento in cui entri davvero in contatto con il pubblico e raccogli il lavoro fatto in studio. Suonare fuori dalla propria città e ricevere una risposta positiva è ancora più gratificante.

State lavorando a nuova musica?

Sì, anche se non sappiamo ancora quando uscirà. Stiamo sperimentando, ad esempio con remix di brani già pubblicati, esplorando maggiormente la componente elettronica.

Dove vedete irossa tra un anno?

In giro a suonare.

E tra dieci?

Ancora in giro a suonare (ride).

Un vostro brano da consigliare a chi vi ascolta per la prima volta?

“Potomac”.

Ci consigliate un artista da tenere d’occhio?

I Tanz Akademie, una band di Alba: sono davvero validi.

Tra ricerca sonora e bisogno di raccontarsi, irossa confermano una direzione artistica consapevole, capace di muoversi con naturalezza tra introspezione e apertura verso l’esterno. Il passaggio a Onde Urbane si inserisce così in un percorso che guarda avanti, senza perdere il contatto con ciò che li ha definiti fin qui.

Se il presente è fatto di stratificazioni e sperimentazione, il futuro sembra già avere una traiettoria: quella di chi ha ancora molto da dire — e soprattutto, nuovi modi per farlo.

Articolo a cura di Angela Todaro

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