Recensire Petal significa partire da una contraddizione. Ariana Grande ha accompagnato l’annuncio del nuovo album con la decisione di allontanarsi dalle scene per un periodo indefinito, mettendo così il disco davanti a una domanda che normalmente arriva soltanto a posteriori: che cosa rappresenta questo album nella sua carriera?
Un congedo? Una pausa? Un passaggio verso qualcosa di completamente diverso? È troppo presto per dirlo. E proprio per questo Petal rischia di apparire come un disco già consegnato al passato nel momento stesso in cui arriva sul mercato.
Grande ha motivato il suo stop con la pressione di un’attenzione mediatica diventata ormai permanente. Non soltanto la curiosità del pubblico, ma quella forma di sorveglianza continua che trasforma ogni gesto, ogni trasformazione fisica, ogni scelta artistica in materiale da giudicare. Non sorprende quindi che sia proprio lo sguardo degli altri a diventare il vero filo conduttore dell’album.
Il video di “Petal”, arrivato dopo “Hate That I Made You Love Me”, mette in scena questa ossessione con una metafora impossibile da fraintendere. Grande attraversa una sequenza di audizioni in cui viene sottoposta a un giudizio costante: la sua versione attuale non convince, non vende, non corrisponde all’immagine che gli altri hanno deciso di conservare di lei. Quattro uomini decretano che la vecchia Ariana è quella che il pubblico vuole ancora vedere.
La risposta della cantante è radicale: li elimina dalla scena.
È un gesto volutamente teatrale, ma chiarisce perfettamente la prospettiva di Petal. La celebrità è raccontata come una forma di privilegio che porta con sé una conseguenza inevitabile: essere continuamente osservati. Il successo offre accesso, denaro, possibilità e consenso, ma rende anche impossibile sottrarsi alle aspettative altrui. C’è sempre qualcuno pronto a confrontare chi sei oggi con chi eri ieri, chiedendoti contemporaneamente di tornare indietro e di reinventarti.
Il problema è che, in alcuni momenti, questa idea è così presente da diventare più interessante delle canzoni stesse.
Il titolo dell’album suggerisce un’immagine precisa: un petalo caduto sull’asfalto, fragile ma ancora capace di esistere in un luogo che non sembra fatto per accoglierlo. È una buona metafora per un disco costruito intorno alla resistenza emotiva. Le relazioni che finiscono, gli ex osservati senza troppa nostalgia, la possibilità di ricominciare ad amare e il prezzo psicologico della fama si intrecciano in un percorso che prova a trovare una forma di equilibrio dentro il caos.
A volte, però, Petal sembra sapere esattamente quale messaggio vuole trasmettere. E quando un disco spiega troppo bene la propria idea di fondo, può finire per lasciare meno spazio all’ambiguità, alla sorpresa, persino all’interpretazione.
È sul piano musicale che arrivano invece le sorprese più interessanti.
Rispetto a Eternal Sunshine, Petal sembra muoversi nella direzione opposta: meno luce, più penombra. La voce di Grande rinuncia in parte alla spettacolarità che per anni è stata uno dei suoi tratti distintivi. Gli acuti non sono più il centro dell’attenzione e diminuiscono anche quegli effetti vocali che spesso sembravano inseriti per ricordare all’ascoltatore quanto fosse potente la sua voce.
Qui Ariana canta soprattutto per creare atmosfera.
Il risultato è un album più notturno, sospeso, a tratti quasi inquieto. La title track, per esempio, sembra intercettare quelle stesse coordinate sonore che hanno fatto della musica di The Weeknd uno dei riferimenti dell’R&B pop degli ultimi anni, trasportandole però in una sensibilità diversa e affidandole a una voce femminile.
R&B, dream pop, shoegaze e synth-pop si sovrappongono senza trasformarsi necessariamente in qualcosa di rivoluzionario. Petal non inventa un nuovo linguaggio, ma prova a trovare una stanza propria all’interno di una casa musicale che il pop contemporaneo conosce ormai molto bene.
Gran parte del merito va alla produzione di Ilya Salmanzadeh, con Max Martin coinvolto in alcuni passaggi. È un cambiamento significativo anche nel metodo di lavoro. Là dove i precedenti album di Grande potevano assumere i contorni di produzioni collettive costruite intorno alla ricerca del prossimo singolo impeccabile, Petal appare più concentrato sul rapporto creativo tra la cantante e Salmanzadeh.
Questo contribuisce a renderlo un disco più compatto.
Non necessariamente più sorprendente, ma certamente più coerente. Le canzoni sembrano appartenere allo stesso mondo invece di competere per conquistare singolarmente l’attenzione dell’ascoltatore. È una differenza importante: Petal vuole essere ascoltato come un album, non soltanto attraversato alla ricerca della traccia destinata alla playlist del momento.
Quando Grande decide di allontanarsi dalle proprie coordinate abituali, il risultato diventa ancora più interessante. “Oh Well” incorpora suggestioni UK garage, con gli archi di Davide Rossi, mentre “Bad Thing (Bunny Hop)” guarda verso l’indie rock americano degli anni Dieci. Non sono necessariamente esperimenti perfettamente risolti, ma hanno il merito di introdurre attrito in un progetto che altrimenti rischierebbe di procedere troppo comodamente dentro la propria atmosfera.
Ed è forse questo il punto più interessante di Petal: Ariana Grande non sembra voler dimostrare di essere ancora la stessa artista che il pubblico ricorda.
Sembra piuttosto voler capire quanto possa cambiare senza perdere se stessa.
Per ora non esiste una risposta definitiva. Anche perché il futuro immediato di Grande è volutamente incerto. Petal resta quindi in una zona intermedia: troppo legato al momento personale e artistico che lo ha generato per poter essere considerato una svolta compiuta, ma troppo intimo e coerente per sembrare semplicemente un altro episodio di una discografia già enorme.
È un disco di transizione, forse. Oppure il primo capitolo di qualcosa che ancora non riusciamo a vedere.
In entrambi i casi, il suo vero interesse sta proprio lì: nel tentativo di trasformare lo sguardo degli altri in materia musicale e, almeno per qualche canzone, tornare a essere Ariana Grande senza dover necessariamente essere l’Ariana Grande che tutti si aspettano.
Articolo a cura di Angela Todaro

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
