Con Aurora, gli Yes aggiungono un nuovo capitolo a una discografia che continua a crescere contro ogni logica anagrafica. Ventiquattro album in studio e oltre cinquant’anni di carriera non sembrano aver intaccato la voglia della band di mettersi alla prova. Anzi: a distanza di appena tre anni da Mirror to the Sky, il gruppo guidato da Steve Howe mostra una produttività che molte formazioni più giovani farebbero fatica a sostenere.
Il cuore del disco è la sua dimensione orchestrale. Affiancati dalla Czech National Symphony Orchestra, gli Yes recuperano quella tensione sinfonica che ha sempre rappresentato uno dei loro tratti distintivi. Non si tratta però di semplice nostalgia progressiva: Aurora guarda alla tradizione europea della musica classica con un approccio quasi cameristico. La chitarra di Howe rinuncia spesso alla spinta elettrica per privilegiare colori acustici, lasciando che archi e arrangiamenti costruiscano gran parte del paesaggio sonoro.
Se The Quest aveva il sapore di una ripartenza dopo anni complessi e Mirror to the Sky aveva riaperto la porta alle strutture più estese, Aurora sembra raccogliere e ordinare tutto ciò che questa incarnazione degli Yes ha sviluppato finora. Non sorprende che Geoff Downes lo abbia descritto come uno dei lavori più apertamente prog dell’ultimo periodo.
L’ombra di Magnification aleggia inevitabilmente sul progetto, ma qui l’orchestra non è un semplice elemento aggiuntivo: è parte integrante della scrittura. L’intesa tra Howe e Downes continua a essere il motore creativo della band, ma il materiale trasmette la sensazione di un gruppo rodato, forte dell’esperienza accumulata negli ultimi tour.
Fondamentale, in questo equilibrio, è il contributo della sezione ritmica. Jay Schellen affronta l’eredità di Alan White senza cercare imitazioni impossibili. La sua batteria accompagna i frequenti cambi di tempo con naturalezza, mantenendo sempre una forte componente narrativa. Accanto a lui, Billy Sherwood conserva l’impronta poderosa che ha reso celebre il basso degli Yes, ma la rielabora con una personalità ormai ben definita. Insieme costruiscono una base solida che permette agli arrangiamenti più elaborati di respirare senza perdere compattezza.
Anche sul piano dei testi emerge una sfumatura diversa dal passato. Le grandi visioni cosmiche e i simbolismi tipici della tradizione della band lasciano spazio a riflessioni più terrene, incentrate sulla vulnerabilità umana e sulle relazioni. La title track introduce subito questo cambio di prospettiva, intrecciando ricerca spirituale e fragilità emotiva all’interno di un impianto musicale luminoso e avvolgente.
Tra i momenti più riusciti spicca Love Lies Dreaming, dove la sensibilità melodica di Downes trova una delle sue espressioni più convincenti dell’intero album. Ma è soprattutto Countermovement a rappresentare il centro gravitazionale del disco: una lunga suite articolata in più sezioni che alterna passaggi strumentali ambiziosi e riflessioni sul rapporto tra individuo e modernità tecnologica. Qui emerge la qualità che distingue ancora gli Yes da gran parte del prog contemporaneo: la capacità di gestire forme estese senza smarrire il filo narrativo.
Brani come All Hands on Deck e Outside the Box riportano in primo piano il lato più energico della chitarra di Howe, mentre Ariadne valorizza le sfumature più delicate della voce di Jon Davison. Tuttavia, è nei momenti in cui la band smette di controllare ogni dettaglio e si concede slanci più emotivi che Aurora raggiunge le sue vette migliori. Quando gli Yes si affidano al flusso della musica anziché alla sola costruzione tecnica, il disco rivela tutta la sua forza evocativa.
