A due passi da un mondo che si dimentica di se stesso, c’è Whitemary, artista che sembra decostruire la sua stessa identità come un esercizio di disincanto. La sua musica non è fatta di canzoni, ma di frammenti. Non si tratta di ballare per distrarsi, ma di ballare per entrare nel cuore stesso del disincanto e della solitudine che ci abitano. I suoi pezzi, che lei stessa definisce “non canzoni” o “New Bianchini”, sono esattamente questo: uno shot di elettronica che non spara a salve, ma ti colpisce dritto allo stomaco.
Il concerto di ieri all’Hiroshima Mon Amour non è stato solo un live, è stato un viaggio sensoriale, un’ esperienza di purezza minimalista che, nonostante la sua spoglia eleganza, trasuda una sofferenza silenziosa. Whitemary ci invita in un mondo di suoni liquidi, distorti, dove l’elettronica si fa strumento di introspezione, di esplorazione di quella parte di noi che facciamo fatica a guardare. E’ un flusso continuo di emozioni non espresse, ma percepite, un po come l’immagine di un corpo che si schianta contro una parete di vetro, senza possibilità di frantumarla, ma solo di riconoscerne il freddo.
Il suono, e soprattutto la sua struttura irregolare, ti entra sotto pelle fin da subito. Si inizia con fraseggi elettronici che non seguono un ritmo lineare, ma che accendono un impulso sotterraneo, una sensazione che si fa strada senza farsi vedere. Quando il pezzo accelera, il cantato glaciale e preciso ci sfida con domande che non cercano risposta: “La sensazione è quella del tuo corpo che si schianta / Contro un’anima di vetro” . È il freddo che è parte integrante della sua estetica, un freddo che, a tratti, diventa un paradosso di calore umano.
Ma la cosa più interessante di Whitemary è il modo in cui riesce a fondere il suo spirito di sperimentazione con una profonda attitudine cantautoriale. La sua musica evoca le sonorità di quel movimento di artiste che ha portato le donne a riscrivere la storia della musica elettronica. Se Laurie Anderson, Fever Ray, Nina Kraviz e FKA Twigs sono i suoi maestri, Whitemary non sta solo seguendo una scia, ma creando il proprio percorso, fatto di sovversione e rielaborazione. È proprio questo mix di culture, suoni e riferimenti che le consente di trovare un linguaggio universale, capace di parlare sia alla testa che al corpo.
La sua ricerca non è solo sonora, ma anche tematica: la sua poesia è quella di un Io al femminile che esplora l’incertezza, il dubbio, il corpo come spazio di lotta, e la solitudine come condizione necessaria per costruire una nuova forma di se. Eppure, nel suo “tutto crolla e mi dispiace”, c’è la consapevolezza che ogni processo di distruzione è anche un passo verso una nuova pace.
Il live di Whitemary è una riflessione sulla fragilità dell’essere umano, sull’assenza come forza, sulla danza come atto di resistenza. Si balla per non soccombere, ma il ballo è anche un modo di pensare, di riflettere su quanto c’è di autentico e di artificiale nel mondo che ci circonda. Un ascolto libero, che va oltre il piacere della musica, e si trasforma in qualcosa di più intimo, più riflessivo, come uno specchio che ci rimanda la nostra ombra, una versione distorta di noi stessi.
Whitemary non è solo una promessa, è una realtà che sta costruendo un linguaggio proprio, lontano dai cliché, un percorso che non si lascia imprigionare. E, mentre fuori il mondo continua a rincorrere il sogno di un mondo “perfetto”, lei ci invita a vedere il bianco sotto una luce diversa, più fredda, più sincera, che, pur essendo meno romantica, è indubbiamente più autentica.
Photo Credit: Marco Ritoli





















Cerco di raccontare in un’unica immagine le diverse emozioni che ogni persona prova…
