Quello di Vasco non è mai stato solo un percorso musicale: E’ un’accettazione piena e consapevole della propria esistenza, con tutto il pacchetto: gioie, dolori, ostacoli, e scelte scomode. È un’affermazione di vita, un grido lucido e necessario, soprattutto oggi, in tempi così fragili e confusi. È anche per questo che, al concerto allo Stadio Olimpico di Torino – un rito laico con oltre 40mila anime presenti – ha aperto la serata con “Vita spericolata”, trasformandola in un vero manifesto. Una dichiarazione di intenti. Una preghiera laica per chi non si arrende.
Dal palco, il Komandante non guarda indietro con nostalgia, ma avanti con una luce negli occhi che parla chiaro: celebrare la vita è un atto di coraggio.
Le parole che Vasco canta di più – “vita”, “essere”, “siamo” – sono le stesse che oggi mancano nella narrazione collettiva. Le sue canzoni sono filosofia popolare, pensiero autentico che si fa comunità. Ogni brano di questo concerto è stato una fotografia di vita vera, vissuta, inciampata, ma sempre in piedi. Un’esistenza spericolata nella ricerca continua di senso.
La scaletta è un viaggio dentro e fuori di sé: da “Sono innocente” a “Manifesto futurista”, passando per l’iconica “Valium” e fino al gioiello di struggente bellezza che è “Vivere”. In quel “vivere o sopravvivere senza perdersi d’animo mai” c’è tutto. Una lezione di resilienza.
C’è stato spazio anche per brani corrosivi e socialmente lucidi: “Mi si escludeva”, “Basta poco”, “Gli spari sopra”. Vasco non ha mai avuto paura di dire quello che pensa, e sullo schermo, un “Fuck war” gigante lo ha ribadito chiaramente.
Tra le chicche che mi hanno colpito, c’è stata “Ed il tempo crea eroi”, una perla scritta negli anni ’70 che sembra parlare di oggi. E poi la delicatezza di “Vivere non è facile”, che mi è arrivata dritta come una carezza sulle ferite.
Vasco ha provato, e continua a provare, a dare risposte a quel male di vivere e lo fa a modo suo: con ribellione, con sarcasmo, ma anche con sensualità. “Rewind”, con il suo carico di corpi, sudore e libertà, è la colonna sonora perfetta per i “ragazzi selvaggi” che siamo stati e, forse, ancora siamo.
Il palco è mastodontico, ma il cuore che ci ha messo la sua band lo ha reso umano, pulsante. L’emozione ha raggiunto l’apice con “Senza parole”, “Sally” e “Se ti potessi dire” – una triade che ha toccato corde profonde, tra rimpianti, speranze e pacificazione.
Mi sono chiestə, a fine concerto, come faccia un uomo di oltre settant’anni a suonare con più fuoco di molti artisti della nuova scena. La risposta è semplice: attitudine, verità, visione. Vasco non finge, non recita. Lui è.
E poi c’è “Albachiara”, il finale che non ha mai avuto bisogno di spiegazioni. In quella ragazza chiusa nella sua stanza, che si sfiora e sogna, c’è tutta la bellezza fragile e libera della vita. Senza padroni, senza leggi imposte. Solo immaginazione, desiderio, futuro.
Scaletta:
Vita spericolata
Sono innocente ma…
Manifesto futurista della nuova umanità
Valium
Vivere
Mi si escludeva
Gli spari sopra
Quante volte
Ed il tempo crea eroi
Un gran bel film
Vivere non è facile
Buoni o cattivi
Basta poco
Siamo qui
C’è chi dice no
Io perderò
La strega (La diva del sabato sera)/Cosa vuoi da me/Vuoi star ferma!/Tu vuoi da me qualcosa
Una canzone per te
Va bene, va bene così
Rewind
E adesso che tocca a me
Senza parole
Sally
Se ti potessi dire
Siamo solo noi
Canzone
Albachiara
Photo Credit: Elisabetta Canavero





















Elisabetta Betta Canavero, unisco la passione per la musica, gli spettacoli e la fotografia, seguendo gli eventi più vicini e lontani, dando vita a racconti coadiuvati dall’obiettivo della macchina fotografica
