Aprile 20, 2026
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Nato e cresciuto musicalmente in provincia di Taranto, Salvario ha mosso i primi passi nel trio rock Karma in Auge. Nel 2013 si trasferisce a Torino, nel quartiere San Salvario, da cui prende il nome d’arte. Qui sviluppa il suo stile, unendo rock e canzone d’autore italiana, e nel 2015 pubblica un EP con la produzione dei Nadàr Solo. Il suo album d’esordio, Duemilacanzonette (2017), è un lavoro diretto e acustico, mentre Mondi Leggeri (2019) esplora sonorità più raffinate.

Nel 2025, Salvario continua la sua attività live, esibendosi in vari club italiani. Recentemente, ha partecipato come opening act al concerto dei Magazzino San Salvario al Fame Club di Torino il 16 maggio 2025.

Venerdì 30 maggio lo abbiamo intervistato presso Lombroso16, polo culturale e luogo di riferimento per il cantante e per la sua etichetta, Indiependence.

Partendo da te, il tuo nome d’arte deriva da San Salvario, quartiere torinese dove ci troviamo tutt’ora. Quanto questo luogo ha influenzato la tua musica e la tua identità artistica?

Tantissimo, ho scelto questo nome d’arte in parte perché riprendeva il mio nome, Salvatore, e in parte perché era in sintesi con la nuova avventura torinese. Mi sono trasferito qui a Torino qualche anno fa dalla Puglia e mi piaceva l’idea di sintetizzare in questo nome d’arte quello che mi appartiene da sempre e qualcosa di nuovo, il mio nuovo percorso artistico. Sicuramente ha influenzato tantissimo anche per l’impatto che ho avuto con la città, con questo quartiere vivace, popolare, che mi ha dato tanti spunti. Nutro davvero tanto affetto per San Salvario, anche se non vivo più in questo quartiere ad essere onesti.

In generale il trasferimento a Torino ha avuto un impatto importante sulla tua carriera?

Sì, decisamente. Da lì c’è stato un passaggio di crescita perché la Puglia è una terra che amo, ma dal punto di vista delle professionalità è più difficile riuscire a crescere, a creare una rete, aver dei professionisti che possano aiutare; e sono tutte cose che fortunatamente ho trovato qui a Torino, una realtà completamente diversa. Quindi posso dire che c’è stata sicuramente una crescita anche dovuta alle collaborazioni che ci sono state in città.

Dai Nadàr Solo in poi?

Sì esatto, i Nadàr sono stati i primi che mi hanno aiutato in questo percorso. In particolare, Matteo de Simone che conoscevo in qualità di fan e con lui ho lavorato sui primissimi brani di questo nuovo progetto.

Ed è rimasto però qualcosa della Puglia nella tua musica?

Sicuramente sì, infatti il primissimo pezzo si intitola Mare, un omaggio alla mia terra e all’esperienza passata.

Per quanto riguarda invece il nuovo singolo: Almodovar segna un ritorno dopo 6 anni dal tuo ultimo album Mondi leggeri. Cosa ti ha spinto a tornare sulla scena musicale in questo momento?

È stato un lungo percorso di ripresa, nel senso che quando è uscito Mondi Leggeri è stato un disco molto sfortunato perché è arrivato subito il Covid. Da lì ho bloccato la mia attività, però nel frattempo ho continuato a scrivere nuove canzoni che ho cominciato a registrare, mettendo insieme un bel po’ di brani. Poi è arrivato questo pezzo, Almodovar, nel quale sentivo la necessità di pubblicarlo: ha tolto il tappo ad un periodo di pausa e riflessioni. Sentivo che aveva le caratteristiche giuste e una certa urgenza, quindi mi sono lanciato con questo nuovo brano che mi dava sensazioni positive.

Come descriveresti l’evoluzione del tuo stile da Duemilacanzonette a Mondi leggeri, fino al nuovo singolo, che ha delle sonorità synth-pop più contemporanee rispetto agli altri lavori?

L’approccio è completamente diverso perché quei due dischi sono stati registrati insieme a una band quindi i provini che registravo poi venivano sviluppati all’interno della sala prove per poi passare nelle mani dei vari produttori. In questo caso invece i provini sono andati direttamente ai produttori con cui ho collaborato, di conseguenza ha preso una strada completamente diversa e anche delle sonorità molto varie e forse con più elettronica, più synth. Per questo suona diversa rispetto al passato.

Per la realizzazione del tuo ultimo singolo Almodovar hai collaborato con i produttori Ale Bavo e So.lo. come è nata questa collaborazione?

Ale Bavo è il mio riferimento da sempre qui a Torino, perché è stato il produttore con cui ho registrato i primi due dischi e quindi sono ripartito da lui anche con questi nuovi provini. Dopo tanto tempo, avevo bisogno di una persona che mi desse fiducia, che mi conoscesse già e che potesse darmi dei consigli utili. So.lo, invece, che sarebbe Federico Puttilli è il chitarrista dei Nadàr Solo, lo conoscevo già da un po’ di anni e quindi è nata questa collaborazione. Abbiamo lavorato su questo pezzo in tre e sono molto soddisfatto.

Parlando invece strettamente del singolo, se dovessi descrivere Almodovar con tre parole, quali sceglieresti e perché?

Bella domanda, è molto difficile. Posso provarci: sicuramente cinematrografico, donna e passionale.

Il titolo richiama il celebre regista, in che modo il suo stile cinematografico ha influenzato la scrittura del brano e la sua estetica?

In realtà non è un omaggio ad Almodovar, è più casuale la scelta del titolo. Durante la produzione del pezzo abbiamo deciso di aggiungere una terza parte, uno special, e lì c’era da inventare la melodia e il testo. Da lì è venuta fuori l’immagine di «come in un film di Almodovar» e ho ritrovato una connessione rispetto agli altri versi del testo, dove il soggetto è femminile. Ho immaginato una donna forte, indipendente, passionale, un po’ come le protagoniste di Almodovar; penso a Penelope Cruz, un po’ la musa di Almodovar. Penso anche ad un contesto primaverile: i film di Almodovar hanno una fotografia molto colorata. A quel punto tutto è tornato e allora abbiamo pensato di dare questo titolo e anche che potesse dargli più chance.

Per quanto riguarda progetti futuri, Almodovar fa parte di un terzo disco cui stai lavorando previsto per l’uscita nel 2025 con Indiependence. Puoi anticiparci qualcosa sul sound o sui temi che tratterà?

Probabilmente sarà una sorta di concept sulla città.

Torino?

Sì, ma c’è anche una nascosta dedica a Milano. Sarà un disco post-Covid, un po’ riflessivo su quel momento particolare che abbiamo vissuto tutti, ma per me sarà soprattutto un disco di rinascita, di passaggio. Ora faccio musica in maniera diversa rispetto al passato, quindi sarà qualcosa di nuovo per me, anche per le sonorità.

E seguirà anche un tour o non lo sai ancora?

Questo è ancora tutto da vedere. Dobbiamo capire quando uscirà, come, e poi in che modalità portarlo in giro: di sicuro mi piacerebbe fare delle date con tutta la band, ma sarà da valutare con quali persone e con quali modalità.

Per quanto riguarda sia Almodovar che la tua musica in generale, ci sono degli artisti e dei generi che hanno influenzato maggiormente te e il tuo modo di concepire la musica?

Senz’altro. Il mio riferimento in questo momento, da un po’ di anni a questa parte, è Brunori Sas; secondo me è IL cantautore, quello che metterei al vertice in questo momento della musica italiana. Le influenze poi arrivano dal passato, dalla musica inglese, il brit-pop, e anche dalla new-wave; però sicuramente anche dal mondo dei cantautori che ha influenzato gran parte di quello che faccio adesso.

Ultima domanda, quali sono le aspettative per il futuro della scena musicale torinese e come ti inserisci in questo panorama.

Non ho aspettative in realtà, come ho detto faccio musica in maniera diversa rispetto al passato: è un’esigenza che sento, una passione che mi porta a scrivere delle canzoni. Ho sempre quella motivazione di mettermi in gioco, di conoscere gente, di collaborare, è una spinta fondamentale. Come mi colloco, invece, non saprei dirlo. Tendenzialmente faccio tutto in punta di piedi, ma mi piacerebbe allargare un po’ lo spazio anche a partire da Torino: il disco è costruito con dei torinesi, quindi mi piacerebbe avere un piccolo spazio qui.

Articolo a cura di Angela Todaro

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