Manager, tour manager, uomo da backstage e compagno di strada di alcune delle avventure più importanti della musica indipendente italiana. Se n’è andato a 58 anni, lasciando una scena più povera e una storia che continua a suonare.
C’è un momento, dopo un concerto, in cui le luci si spengono, gli amplificatori smettono di ronzare e il pubblico torna a casa. Restano i cavi da riavvolgere, le casse da caricare, il pavimento appiccicoso, la stanchezza e quella sensazione strana che arriva quando hai appena assistito a qualcosa di irripetibile. È lì, nel territorio che separa la fine dello spettacolo dall’inizio del viaggio successivo, che si riconoscono le persone davvero indispensabili.
Ugo Mazzia apparteneva a quel mondo.
È morto a 58 anni, dopo una lunga malattia. E con lui se ne va una figura che, per decenni, ha attraversato la musica indipendente italiana senza bisogno di mettersi al centro della scena. Non era necessariamente quello con il microfono in mano. Era uno di quelli che rendevano possibile arrivare al microfono, salire sul palco, partire per un altro tour, trasformare un’intuizione in una band e una band in una storia.
Il suo nome è legato a gruppi come Fluxus, One Dimensional Man, The Zen Circus, Nadàr Solo, Lo Straniero e Parsec. E al MI AMI, il festival milanese di musica indipendente di cui ha gestito il palco nelle prime dieci edizioni. Un curriculum che racconta molto, ma non racconta tutto. Perché il lavoro di Mazzia non si misurava soltanto nei dischi, nei concerti o nei nomi che ha accompagnato. Si misurava soprattutto nelle relazioni, nella fiducia e nella capacità di riconoscere qualcosa prima che diventasse evidente a tutti.
Prima che diventasse una storia
L’indie italiano degli anni Novanta non era una posa da indossare. Era un territorio da conquistare, spesso con pochi soldi, molta ostinazione e nessuna garanzia che il giorno dopo ci sarebbe stato un palco ad aspettarti. Le band crescevano ai margini, i circuiti si costruivano dal basso e ogni concerto poteva essere un’occasione oppure un disastro logistico. Serviva qualcuno disposto a credere nel progetto anche quando il progetto sembrava non avere alcuna ragionevole possibilità di funzionare.
Mazzia si è mosso dentro questo spazio.
Tra le esperienze decisive della sua storia ci sono i One Dimensional Man, una delle formazioni più abrasive e significative del rock alternativo italiano di quegli anni, con Pierpaolo Capovilla al centro di un suono nervoso, fisico, senza compromessi. Mazzia ne ha accompagnato gli esordi, contribuendo al percorso del primo album omonimo e alle prime tournée europee. Tra il 1997 e il 1998, la band attraversò anche Croazia, Slovenia, Repubblica Ceca e Slovacchia, condividendo palchi con realtà come Blonde Redhead, The Cows e Kepone.
Non era soltanto questione di organizzare date. Era portare una musica difficile, spigolosa, lontana dalle rassicurazioni del mercato, fuori dai confini in cui era nata. Era scommettere sul fatto che quel rumore potesse parlare anche a qualcuno dall’altra parte dell’Europa.
È una forma di fiducia che, nella musica, vale più di molte dichiarazioni d’intenti.
La strada, gli Zen Circus e tutto quello che succede fuori dal disco
Poi ci sono gli Zen Circus. Una storia diversa, una traiettoria che avrebbe portato la band pisana a diventare uno dei nomi più riconoscibili del rock italiano. Mazzia ne ha seguito il percorso sul campo, anche come tour manager, prima di accompagnarne la crescita professionale.
Chiunque abbia frequentato la musica dal vivo sa che il palco è soltanto una parte del lavoro. Il resto è fatto di chilometri, orari impossibili, imprevisti, decisioni prese al volo, tensioni da assorbire e giornate in cui bisogna continuare anche quando tutto sembra remare nella direzione opposta.
Il tour manager è una figura particolare: deve conoscere il funzionamento della macchina senza dimenticare le persone che quella macchina la fanno girare. Deve sapere quando insistere, quando mediare, quando trovare una soluzione e quando, semplicemente, andare avanti.
È un mestiere che lascia pochi monumenti e moltissimi ricordi.
Nel percorso di Mazzia, la competenza professionale conviveva con una personalità fuori dagli schemi. Nei racconti di chi lo ha conosciuto riaffiora un uomo diretto, imprevedibile, capace di trasformare situazioni complicate in episodi da raccontare per anni. Un carattere che non aveva bisogno di essere levigato per risultare memorabile.
Emiliano Colasanti, fondatore dell’etichetta 42 Records, lo ha ricordato come una vera leggenda della scena indipendente, evocando serate finite in modo improbabile, momenti memorabili, insulti creativi e una dedizione al lavoro tutt’altro che convenzionale.
In quelle parole c’è qualcosa che sfugge alle commemorazioni troppo ordinate. L’affetto, quando è autentico, non cancella gli spigoli. Li ricorda. E qualche volta è proprio lì che si nasconde la parte più vera di una persona.
Il backstage non è un posto secondario
Per dieci edizioni, fin dagli inizi del MI AMI, Mazzia ha ricoperto il ruolo di stage manager. Dieci anni a presidiare uno dei luoghi in cui la musica indipendente italiana si è incontrata, mescolata e raccontata a un pubblico sempre più ampio.
Un festival è una città temporanea. Per qualche giorno, artisti, tecnici, organizzatori, pubblico e addetti ai lavori abitano lo stesso spazio, seguendo una geografia fatta di orari, palchi, attese e urgenze. Davanti, la festa. Dietro, un equilibrio fragile che deve funzionare perché la festa possa esistere.
Il palco è una promessa. Il backstage è il lavoro necessario per mantenerla.
Mazzia conosceva quella differenza. E ha contribuito a tenere in piedi una parte importante di quel mondo, quando la scena indipendente non era ancora diventata un racconto nostalgico da riproporre nei festival e nelle playlist celebrative.
La sua storia ricorda una verità spesso dimenticata: la musica non è fatta soltanto da chi scrive le canzoni o sale sul palco. È fatta anche da chi scommette sugli artisti, li accompagna, li organizza, li mette nelle condizioni di suonare e, qualche volta, impedisce che un progetto si perda prima ancora di trovare il proprio pubblico.
La capacità di riconoscere qualcosa
Negli anni successivi, Mazzia ha continuato a lavorare con diverse realtà della scena alternativa. Dai Nadàr Solo ai Parsec, fino a Lo Straniero, formazione piemontese che ha accompagnato anche attraverso il lavoro di booking e management.
La vicenda di Lo Straniero restituisce bene il suo modo di muoversi: l’interesse per una band può nascere da un concerto visto o da una musica scoperta in rete, trasformarsi in un contatto diretto e diventare un percorso condiviso. Nessuna formula magica, nessuna garanzia. Soltanto l’intuizione iniziale e la volontà di darle una possibilità.
È forse questo uno degli aspetti più preziosi del lavoro di un manager indipendente: vedere una strada quando è ancora soltanto una traccia. Non sapere necessariamente dove porterà, ma avere abbastanza esperienza e curiosità da decidere che vale la pena provarci.
Non tutti i progetti diventano grandi storie. Non tutte le scommesse si vincono. Ma senza chi è disposto a farle, molte storie non comincerebbero neppure.
Il vuoto lasciato da chi teneva insieme i pezzi
La notizia della sua morte, arrivata l’8 ottobre, ha fatto emergere una rete di ricordi e messaggi che attraversa musicisti, promoter, tecnici e persone cresciute professionalmente dentro la stessa scena. Un cordoglio che non appartiene a una singola band, ma a un intero ecosistema.
È il segno di un lavoro che non si esaurisce nei crediti di un album e non si lascia riassumere in una biografia professionale. Perché certe persone, nel tempo, diventano parte del paesaggio. Le incontri in una sala concerti, le ritrovi dietro un palco, le associ a un tour, a una stagione, a un periodo della tua vita. E finisci per considerarle una presenza stabile, quasi inevitabile.
Poi arriva il momento in cui quella presenza non c’è più.
E ti accorgi che il backstage non era soltanto il posto in cui succedevano le cose prima che si accendessero le luci. Era anche il luogo in cui si costruivano amicizie, si superavano difficoltà, si imparava a lavorare insieme. Un pezzo di mondo che esisteva grazie a persone come Ugo.
Non c’è bisogno di trasformarlo in un santo del rock. Non sarebbe giusto, e probabilmente non gli sarebbe nemmeno piaciuto. Basta ricordare il professionista, il carattere, le intuizioni, le giornate storte e quelle diventate leggendarie. Basta ricordare che ha fatto il suo lavoro con un’impronta riconoscibile, lasciando qualcosa in chi lo ha incrociato.
La musica continua, ma qualcosa cambia
A 58 anni, Ugo Mazzia lascia una storia che attraversa decenni di musica indipendente italiana. Una storia fatta di gruppi, tournée, festival e progetti, ma soprattutto di persone. Di quelle che non sempre vengono nominate quando si racconta un disco, eppure erano lì quando quel disco ha cominciato a esistere davvero.
Il rock ha una memoria selettiva. Ricorda i riff, le copertine, i concerti entrati nella leggenda. Più raramente ricorda chi ha caricato il furgone, tenuto insieme il tour, creduto in una band sconosciuta o risolto il problema che avrebbe potuto mandare tutto all’aria.
Ma la musica sa essere più generosa della sua stessa mitologia. Prima o poi, qualcuno racconta anche quelle storie.
Oggi, mentre la scena indipendente saluta uno dei suoi protagonisti più riconoscibili, resta il senso di una perdita che va oltre la nostalgia. Perché Ugo Mazzia non apparteneva soltanto a ciò che è stato. Apparteneva anche a tutto quello che ha contribuito a rendere possibile.
Le luci si spengono. I cavi vengono raccolti. Il pubblico se ne va.
Ma certe persone restano dentro il suono, anche quando non sono più lì a farlo partire.
Ciao, Ugo. E grazie per tutto quello che è successo dietro le quinte.
