Posso farlo. Per evitare problemi di copyright, però, non posso limitarmi a riscrivere molto da vicino un testo fornito mantenendone struttura, argomentazione e formulazioni. Posso invece creare una recensione originale, con uno stile che richiami quello di Rolling Stone: più narrativo, incisivo, ricco di immagini e riferimenti musicali, ma con una costruzione completamente nuova.
I Muse non hanno mai avuto paura dell’eccesso. Anzi, ci hanno costruito sopra una carriera fatta di riff mastodontici, melodramma cosmico e inni da stadio. Con The Wow! Signal, il trio britannico torna a orbitare attorno a quell’immaginario che lo ha reso unico, ma senza limitarsi a inseguire la nostalgia. È un disco che guarda contemporaneamente avanti e indietro: verso l’infinito dello spazio e verso le proprie radici.
L’apertura affidata a “The Dark Forest” è una dichiarazione d’intenti. Un segnale radio emerge dal silenzio, poi la voce di Matt Bellamy spezza il vuoto con un invito a tendere la mano nell’oscurità. Da lì in poi il brano cresce per stratificazioni: cori liturgici, sintetizzatori, suggestioni mediorientali e una chitarra che, quando arriva, trasforma l’introduzione in un’esplosione epica. È il tipo di ingresso monumentale che i Muse conoscono meglio di chiunque altro.
Il titolo dell’album rimanda al celebre mistero astronomico del segnale WOW!, ma l’ispirazione scientifica è solo il punto di partenza. Lo spazio diventa una metafora: della distanza tra le persone, dell’alienazione, delle relazioni che si dissolvono e della ricerca ostinata di qualcosa a cui aggrapparsi. È un disco che alterna continuamente l’immensità del cosmo e la fragilità delle emozioni, lasciando convivere spettacolo e vulnerabilità.
Quando arriva “Nightshift Superstar”, la band cambia immediatamente pelle. Il basso di Chris Wolstenholme prende il comando, gli archi dialogano con groove elettronici e funk, mentre Bellamy costruisce uno dei ritornelli più immediati dell’intero lavoro. È una canzone che immagina una pista da ballo nel futuro senza rinunciare all’enfasi tipica dei Muse.
Il primo momento di autentica introspezione è “Shimmering Scars”. Il pianoforte guida una ballata che cresce lentamente, evitando il sentimentalismo facile e trovando forza nella tensione accumulata. Quando il pezzo si apre nel finale, il trio dimostra ancora una volta quanto sia capace di trasformare una confessione personale in un’esplosione orchestrale.
Il singolo “Cryogen” è invece il ponte più evidente con il passato. Le chitarre tornano protagoniste e inevitabilmente riportano alla memoria la stagione più amata della band, ma senza trasformarsi in un esercizio di autocitazione. La batteria di Dominic Howard mantiene tutto in costante movimento, mentre Bellamy recupera il suo falsetto con naturalezza, senza farne un semplice marchio di fabbrica.
La vera forza dell’album è proprio questa: nessun linguaggio resta isolato. “Be With You” passa da atmosfere solenni a improvvise accelerazioni elettroniche; “Hexagons” costruisce pazientemente la tensione fino all’esplosione finale; “The Sickness in You & I” sporca il suono con riff aggressivi e una fisicità che ricorda certe derive alternative contemporanee. In queste tracce si avverte anche il peso della produzione di Dan Lancaster, capace di rendere organica la convivenza tra metal moderno, synth e rock muscolare.
Anche “Unravelling”, pubblicata in precedenza, trova qui una collocazione più convincente. Basso pulsante, batteria in primo piano ed elettronica si fondono in uno di quei ritornelli costruiti per essere urlati sotto un palco. Al contrario, “Hush”, con la partecipazione di Ellie Goulding, abbassa temporaneamente il volume emotivo e punta sul dialogo tra due voci molto diverse, inserendo una parentesi pop che alleggerisce il viaggio senza interromperne la coerenza.
A chiudere il percorso arriva “Space Debris”, una ballata che parte in punta di piedi e si espande progressivamente fino a un finale orchestrale. Non cerca il trionfo a tutti i costi, preferendo lasciare nell’aria una sensazione di malinconia sospesa, quasi a suggerire che il vero vuoto non sia quello tra le stelle, ma quello lasciato dalle persone.
The Wow! Signal non elimina del tutto quella tendenza all’enfasi che da sempre divide il pubblico dei Muse. Alcune intuizioni sono volutamente sopra le righe, altre sfiorano il gigantismo che accompagna la band da oltre vent’anni. Ma rispetto agli ultimi lavori c’è una maggiore compattezza e, soprattutto, la sensazione che Bellamy, Wolstenholme e Howard abbiano ritrovato il piacere di suonare come un gruppo, non come un progetto costretto a rincorrere ogni possibile direzione.
Più che reinventarsi, i Muse sembrano aver riscoperto la propria identità: chitarre che tornano a mordere, basso finalmente centrale, elettronica che dialoga con gli strumenti invece di coprirli e una scrittura che alterna fantascienza e crepe emotive. È un ritorno alle origini solo nello spirito, non nella forma. E forse era proprio questo il segnale che aspettavano.
