Venerdì 26 giugno, Flowers Festival, Collegno. Prima che Fulminacci metta piede sul palco, la serata se la devono guadagnare in due.
In apertura Scar ci fa capire che ha le idee chiare su come rompere il ghiaccio. Al termine dell’esibizione scende dal palco e canta in mezzo al pubblico, perchè lo sa che in un festival estivo funziona sempre. Pezzi carini, energia giusta, missione compiuta.
Poi tocca a Labadessa, disegnatore e cantante napoletano, volto noto della scena indie più irriverente. È quel tipo di performer che trasforma il disagio in spettacolo con una naturalezza disarmante.
Sale sul palco e la prima cosa che fa è dire che è in ansia. La seconda è ripeterlo. La terza è scherzarci su, sostenendo di star letteralmente rubando il pubblico a Fulminacci – e il pubblico, invece di dargli torto, ride e lo segue.
I suoi pezzi fanno esattamente quello che devono fare: scaldare la platea senza bruciarla.
Quando arriva Fulminacci, il palco è pronto. Si presenta in bretelle, camicia e cravatta insieme alla sua band vestita con gilet, cravatta o papillon.
Mentre il resto del panorama musicale italiano sembra aver firmato un patto collettivo col total black da palcoscenico, Filippo Uttinacci ha deciso che il formalismo è la sua forma di ribellione.
Il concerto apre con “Forte la banda” e dà il via alla parte più raccolta ed emotiva della serata.
Fulminacci canta con quella grazia malinconica che riesce a tirare fuori anche in mezzo a un festival estivo, ripercorrendo i brani più vecchi come “Una sera” e “San Giovanni”.
Nel mezzo della serata arriva anche il momento dei ringraziamenti – quelli a caso, targati Fulminacci.
Ringrazia le poche persone presenti a uno dei suoi primissimi concerti all’OffTopic di Torino.
E poi, tra “l’ultima ruota del carro” e “Ferdinando Buscaglione”, ci infila un ringraziamento allo smemorato di Collegno. La platea ride, qualcuno si guarda intorno come a cercare conferma di aver sentito bene.
E sì, l’ha detto.
Poi qualcosa scatta. La band, una macchina da guerra fatta di tromba, sassofono, chitarra, basso, batteria e tastiere, comincia a ballare sul palco.
Il pubblico non se lo fa dire due volte e si scatena fino alla chiusura con “Stupida Sfortuna”, il brano con cui si è portato a casa il Premio della Critica Mia Martini a Sanremo.
Insomma, “Calcinacci” dal vivo suona ancora meglio di quanto faccia già in cuffia – chiedete conferma a chiunque fosse al Flowers stasera, smemorati esclusi.
Live report a cura di Benedetta Capobianco
Photo Credit Nicola Londei



























